di Pio Magazzù

Voto 2 su 5

Il nuovo DC Universe di James Gunn torna al cinema, dopo il successo dello scorso anno di Superman, con il suo secondo capitolo: Supergirl. La pellicola, diretta da Craig Gillespie, è però ben lontana dai livelli del suo predecessore e il deludente risultato al botteghino ne conferma i limiti. Tra una storia che fatica a decollare, un’evidente mancanza di personalità e un ritmo che, a tratti, risulta fin troppo lento, la convincente interpretazione di Milly Alcock nei panni della cugina di Superman non basta a salvare un film che dà l’impressione di arrivare stanco e fuori tempo massimo.

Supergirl

Kara Zor-El è la cugina di Superman. A differenza del cugino, cresciuto sulla Terra, Kara ha trascorso la propria infanzia su ciò che rimaneva del pianeta Krypton. Segnata dal dolore per la distruzione del suo mondo e dalla sofferenza vissuta dai suoi cari, è diventata una ragazza cinica e disillusa. Trascorre le sue giornate insieme al fedele cane Krypto, vagando per l’universo alla ricerca di pianeti illuminati da un sole rosso, l’unico capace di privarla dei suoi poteri e permetterle così di ubriacarsi. La sua strada un giornosi incrocia con quella della giovane Ruthye, una ragazza determinata a vendicare lo sterminio della propria famiglia per mano di Krem delle Colline Gialle, un pericoloso bandito. Quando Krypto viene avvelenato durante lo scontro con Krem, Kara si ritrova coinvolta in una corsa contro il tempo che la porterà ad affrontare un viaggio attraverso la galassia e, al tempo stesso, a confrontarsi con il proprio passato e con i fantasmi che continua a portarsi dentro.

Il secondo capitolo del nuovo DC

Supergirl aveva il compito, tutt’altro che semplice, di dare continuità al nuovo DC Universe dopo l’ottimo esordio di Superman. Il film scritto e diretto da James Gunn aveva infatti convinto pubblico e critica, rilanciando le ambizioni della Warner Bros. dopo anni di delusioni, sia artistiche sia commerciali, nel panorama dei cinecomic. Eppure, Supergirl sembra rappresentare un netto passo indietro rispetto al suo predecessore. Certo, Kara Zor-El non è mai stata uno dei personaggi di punta della DC e un coinvolgimento del pubblico inferiore rispetto a Superman era ampiamente prevedibile. Tuttavia, il deludente risultato al botteghino sembra avere motivazioni che vanno oltre la semplice popolarità del personaggio. Secondo le indiscrezioni emerse nelle ultime settimane, la produzione sarebbe stata particolarmente travagliata, tra riscritture della sceneggiatura durante le riprese, presunte divergenze creative e test screening che non avrebbero convinto pienamente gli spettatori. Se così fosse, il risultato finale riflette queste difficoltà: Supergirl dà l’impressione di essere un’opera indecisa sospesa tra visioni differenti e incapace di trovare una vera identità narrativa.

Una storia che non coinvolge

Al di là delle indiscrezioni sulla travagliata realizzazione di Supergirl, ciò che emerge con maggiore evidenza è la sensazione di una pellicola incapace di coinvolgere realmente lo spettatore. La storia, pur nella sua semplicità, non riesce mai a emozionare né a creare un autentico coinvolgimento con i protagonisti. I personaggi, a partire da Krem, il villain della pellicola, risultano poco caratterizzati, impedendo la nascita di qualsiasi legame emotivo, sia esso di empatia o di avversione. Certo, dopo quasi vent’anni di cinecomic tra MCU e DC, raccontare una storia davvero originale è sempre più difficile. Tuttavia, durante la visione del film di Craig Gillespie, si ha spesso la sensazione di trovarsi di fronte a un’opera che prova ad appropriarsi di formule già sperimentate con successo in altri titoli, come Guardiani della Galassia e lo stesso Superman, senza però riuscire a trovare una propria identità. È invece apprezzabile il tentativo di portare sul grande schermo una protagonista femminile forte, indipendente e lontana dagli stereotipi del genere, evitando di trasformarla in una semplice versione al femminile di Superman. Anche in questo caso, però, la sceneggiatura finisce per depotenziare le intenzioni del regista. Persino il destino di Krypto, che dovrebbe rappresentare uno dei momenti di maggiore tensione emotiva del film, viene raccontato senza essere realmente vissuto dallo spettatore. È forse questo il limite più grande di Supergirl: gli eventi accadono, ma raramente riescono a lasciare un segno.

Una pellicola anonima

I limiti di scrittura di Supergirl non sono, purtroppo, gli unici problemi della pellicola. Il secondo capitolo del nuovo DC Universe non convince nemmeno sotto il profilo tecnico. A fronte di una CGI spesso claudicante, soprattutto nelle sequenze più spettacolari e in quelle che vedono protagonista Krypto, il comparto visivo risulta profondamente anonimo. La colonna sonora non riesce ad accompagnare la storia, fallendo nel dare quel valore aggiunto che ci si aspetterebbe, soprattutto nelle scene d’azione. La fotografia è piuttosto piatta e l’universo costruito da Craig Gillespie non attrae visivamente, risultando una copia sbiadita di quanto già visto in Guardiani della Galassia e in altri cinecomic a tema spaziale, senza mai suscitare nello spettatore la voglia di esplorare ciò che vede sullo schermo. Anche il montaggio risulta poco incisivo e il film sembra durare più del necessario, soprattutto nel terzo atto, complice un ritmo eccessivamente compassato che accelera bruscamente soltanto nel finale. Sicuramente positive sono, invece, le prove di Milly Alcock nei panni di Kara e di Jason Momoa, tornato nell’universo DC, questa volta per interpretare Lobo. Non mancano inoltre i momenti comici, tipici del genere, che funzionano meglio rispetto alle sequenze drammatiche e a quelle d’azione, incapaci di trasmettere la giusta epicità e il necessario pathos. Anche la ragia di Gillespie, regista tutt’altro che inesperto, sembra limitarsi ad una direzione impersonale e priva di una cifra stilistica riconoscibile.

Solo un passo falso per il nuovo DC Universe o c’è di più?

Supergirl, al di là del gusto personale, è una pellicola profondamente lontana dai livelli di Superman, con il quale è inevitabile fare un confronto. Certo, sarebbe stato superficiale aspettarsi la stessa qualità e gli stessi incassi della pellicola dedicata al personaggio più iconico della DC insieme a Batman, anche in virtù dell’assenza di James Gunn dietro la macchina da presa. Eppure, era lecito aspettarsi qualcosa in più da Supergirl. Ci troviamo, infatti, di fronte a una pellicola anonima, penalizzata da numerosi difetti e incapace di coinvolgere realmente lo spettatore. A preoccupare maggiormente, però, sono le possibili ripercussioni sul progetto di James Gunn e Peter Safran. Più che la perdita economica in sé, è il livello qualitativo della pellicola a destare qualche preoccupazione: un film non all’altezza del suo predecessore rischia infatti di minare le basi, ancora in costruzione, del nuovo DC Universe. La riflessione, però, potrebbe essere più ampia. I cinecomic sono davvero ancora in grado di appassionare il pubblico al di fuori dei grandi eventi cinematografici e dei personaggi più iconici, come Superman, Batman, Spider-Man, Deadpool o gli Avengers? Oppure, dopo quasi vent’anni di produzioni, è il genere stesso a faticare sempre di più a rinnovarsi, trovandosi di fronte a spettatori sempre più esigenti e forse in parte disaffezionati, disposti a premiare soltanto pellicole che, al di là degli effetti speciali e dello spettacolo, siano ancora capaci di emozionare e intrattenere?

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