MESSINA. “Saranno la Procura della Repubblica e il Tribunale di Roma ad accertare se i contatti avvenuti fra l’ex Presidente Aggiunto della Corte dei Conti, Tommaso Miele, l’ex plenipotenziario di Salvini, all’epoca dei fatti Consigliere di Amministrazione della società Stretto di Messina, Giacomo Saccomanno e l’ingegnere reggino-romano Vincenzo Virgiglio abbiano configurato i reati di corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva e rivelazione o utilizzazione di segreti d’ufficio, e se ci siano stati altri tentativi di “abboccamento” per aggiustare la decisione della Corte dei Conti”.

Lo sostiene l’associazione “Invece del ponte, in relazione all’inchiesta della procura di Roma sul ponte sullo Stretto di Messina, chiedendo le dimissioni dell’amministratore della Stretto Spa (che non è indagato)

“Di sicuro quest’ombra è la spia del fallimento clamoroso del metodo pervicacemente attivato dal Governo e dalla società Stretto di Messina: il metodo delle scorciatoie. Che rischiano a volte di condurre al precipizio. Fosse provata la corruzione, saremmo alla scorciatoia più immorale, quella che porta al precipizio, ma in realtà è dall’inizio di questo vergognoso balletto che il Governo cerca di bruciare i tempi, ridurre le verifiche, accorciare i termini per le osservazioni del pubblico, eludere i controlli, evitare le procedure dovute per legge e, forse, cercare di “addolcire” pareri, decisioni e sentenze degli organismi terzi. Anche cambiare le leggi nel tentativo (impossibile) di aggirare le norme europee è una scorciatoia immorale e illusoria, che alla fine porta alla paralisi. Con un pachiderma (la società Stretto di Messina) che costa un botto ai cittadini per non raggiungere nessun risultato fissato e annunciato. Da quando è stata riscostruita e nuovamente affidata alla guida di Pietro Ciucci ha fallito tutti gli obiettivi fissati, tutti i cronoprogrammi solennemente approvati”.

“E se per aggirare la paralisi si tenta la corruzione, il quadro si fa fosco, e l’AD della Società Stretto di Messina non può uscirsene solo dicendo: “la Società non risulta coinvolta”. Chi amministra un’azienda che fallisce per tre anni di fila tutti gli obiettivi posti e dal cui seno emerge un “fumus” di corruzione su cui (come minimo) non ha avuto alcuna capacità di controllo, dovrebbe fare un’unica cosa: dimettersi. Oppure dovrebbe venir rimosso dai vertici politici. Non accadrà. E qualcosa dovrà pur significare”.

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