MESSINA. In scena alla sala Laudamo I Carabinieri. Una farsa sulla guerra con la regia di Roberto Zorn Bonaventura. Partendo dal testo di Beniamino Joppolo, abilmente adattato, il regista messinese firma un allestimento solido e coerente con la propria visione del teatro. La materia plasmata è sorprendentemente attuale, intrisa di amara ironia, tensione tragica, e restituisce allo spettatore dinamiche e contraddizioni legate al tema della guerra.

Bonaventura costruisce una messinscena che non si limita alla restituzione del testo, ma lo attraversa, lo comprime, lo espande, pur restando rigorosamente fedele alla weltanschauung dell’autore. E il risultato è un impianto teatrale che coniuga rigore tecnico e slancio creativo, equilibrio formale e audacia interpretativa, mantenendo sempre riconoscibile la propria cifra stilistica. Un rinnovamento del linguaggio scenico che sperimenta nuove traiettorie espressive, che rintraccia le chiavi più adeguate alla trasposizione e restituisce al teatro una funzione viva, necessaria, non meramente evocativa, favorendo piuttosto una tensione riflessiva, problematica. La scena si conferma come spazio dichiaratamente fittizio, costruzione illusoria che non nasconde la propria natura artificiale. L’inganno è esibito, il rapporto con la realtà volutamente falsato, quasi mendace. Eppure, proprio in questa distanza consapevole dal vero, l’azione scenica acquista una densità ulteriore, caricandosi di un significato profondamente reale, capace di incidere nello sguardo dello spettatore ben oltre il perimetro della rappresentazione.

Due carabinieri irrompono nella quiete dimessa di una famiglia, incrinandone l’equilibrio e trascinando i giovani Michelangelo e Leonardo dentro un meccanismo che li seduce e al tempo stesso li disorienta. Con l’illusione di un facile guadagno, il richiamo ambiguo dell’esercizio della forza, la retorica confusa e persuasiva del potere.

Il vuoto della macchina bellica si impone come vero protagonista dello spettacolo. È una presenza pervasiva che tutto ammanta e tutto, maldestramente, riveste di una patina ingannevole. In questo quadro, l’irruzione dei carabinieri nella dimensione domestica non si limita a innescare l’azione, ma agisce come dispositivo retorico. Nel persuadere la famiglia circa l’opportunità della guerra, essi generano un cortocircuito linguistico, un caos di parole che disorienta, confonde, svuota progressivamente ogni possibilità di discernimento.

Su questo piano, la regia di Bonaventura dimostra piena consapevolezza delle urgenze drammaturgiche, sostenendo e orchestrando il disordine sul quale gioca la sua partita antimilitarista Joppolo, con estremo rigore formale, oltreché imponendo all’eccellente cast ritmi serratissimi, incalzanti, che restituiscono allo spettatore la vertigine di un sistema privo di appigli.

L’individuo, ridotto a mero e anonimo ingranaggio, viene così risucchiato in un turbinio che azzera la riflessione, che sottrae tempo e getta fumo negli occhi. Si amplifica altresì, e con evidenza ancora più crudele, l’insensatezza della guerra. Il prezzo pagato è altissimo, fatto di corpi mutilati, di vite sacrificate sull’altare del nulla. L’uomo si fa materia, carne da macello. Nessun bottino, nessun vincitore né vinto, solo un mucchio di stupidi sogni impressi sulla carta.

Tutto appare reale e al contempo sognato. La regia di Bonaventura si colloca fin dalle prime battute esattamente sul confine della labilità, oscillando tra verità e finzione. È il capofamiglia dei La Penna, interpretato da Antonio Previti, a incarnare questa ambivalenza. Incastonato nella fissità di una cornice, guida le azioni senza spiegare, senza indulgere a un raziocinio fittizio, chiamando indirettamente gli attori a dar vita alla farsa. E la farsa comincia, con una sfilata dei protagonisti sulle note di Giorgio Poi, in quel brano, Uomini contro insetti, che sembra assurgere a manifesto programmatico della pièce.

La “fortuna” che irrompe nella casa assume i volti dei carabinieri, abilmente interpretati da Gianluca Cesale e Gerry Cucinotta. Cesale regala, inoltre, un monologo sull’arruolamento che disturba e accappona la pelle.

La madre è Monia Alfieri. E sostiene non solo il peso del personaggio, ma quello della donna reale che si cela dietro l’attrice, indignata dal conflitto, dall’inutile sacrificio e dall’opportunismo, ancora più ributtante delle modalità con cui i carabinieri cercano di ammaliarla.

I giovani figli, interpretati da Marina Cacciola, Vincenzo Palmeri e Damiano Venuto, completano il miserando quadretto familiare. A Venuto spetta un’irruzione in platea che inchioda lo spettatore alla perversità della farsa.

Gli elementi scenici, pochi ma essenziali, ancorano paradossalmente il nonsenso al quotidiano. Dal latte Stella al Galbanino, dal Mateus Rosé ai Fonzies sgranocchiati dai carabinieri, si adoperano cibi e bevande per corroborare i gesti piccoli di minuscoli individui, e restituire spessore all’insignificanza della realtà. Lo spettacolo è impietoso. L’uomo ne esce davvero malconcio.

La guerra rimane disordine, la guerra è illusione. E sulla lavagna d’ardesia si imprimono, con il gessetto, i segni del caos, dell’inutilità e dell’insensatezza della distruzione, che si reinventa e si maschera all’infinito. Restano tutt’al più foto da attaccare, dentro la cassetta della Birra Messina che non c’è più, e corpi che rivelano finalmente la propria precarietà.

Non era semplice trasferire sulla scena un testo come I carabinieri di Beniamino Joppolo, maestro nel conferire teatralità al potere e riflettere sulla fragilità dell’individuo, sulla burocrazia, sulle gerarchie, sull’assurdità dell’arruolamento e sull’obbedienza cieca, utilizzando un linguaggio che diventa strumento del vuoto. Sul palcoscenico, tuttavia, questa densità filosofica si trasforma in un disegno registico ingegnoso e illuminante, in grado di rivelare senza fronzoli la verità nuda e cruda, terribile nella sua essenzialità.

Lo spettacolo non racconta una storia nel senso tradizionale, ma scopre un meccanismo inutile, all’interno del quale tutti subiscono, tutti sono vittime del sistema. E in questa messa in scena ogni elemento trova la sua giusta collocazione. La dimensione corale si regge sulla relazione fertile tra gli interpreti, scelti con cura e perfettamente in sintonia con i rispettivi ruoli.

Il risultato è dunque quel teatro in cui emerge una sorta di armonia paradossale, un ordine scenico che sembra impossibile nel mondo reale, ove invece la bellezza, l’identità e il senso si sfilacciano. E il vuoto finisce per inghiottire tutto.

 

I Carabinieri. Una farsa sulla guerra

di Beniamino Joppolo

regia Roberto Zorn Bonaventura

con Monia Alfieri, Marina Cacciola, Gianluca Cesale, Gerri Cucinotta, Vincenzo Palmeri, Antonio Previti, Damiano Venuto

costumi Cinzia Preitano

aiuto regia Martina Morabito

collaborazione Marilisa Busà

produzione Teatro di Messina – Centro di Produzione Teatrale

 

ph Rino Labate

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