Vick, all’ anagrafe Vincenzo Finocchiaro, classe ’98, è nato e cresciuto a Messina ma in realtà viene dalla luna. La sua musica è viscerale, così come la sua voce. C’ qualcosa di eclettico ed ipnotico quando lo si sente cantare, un qualcosa che arriva addosso e da uno scossone a quel torpore inevitabile in cui tutti oggi giorno ci ritroviamo. E se sentirlo cantare rende vivi, vederlo muoversi su un palco è quel giusto mix di integratori multivitaminici e glitter che rende subito cosmopoliti. Dalla scoperta per il teatro da piccolissimo, alla danza, al mondo dei musical, ci mette un attimo ad arrivare a Londra per poi decidere, teneramente, di tornare a casa. Il suo è il percorso di un artista che ha trovato nella musica una forma d’ espressione autentica. Un cammino quello di Vick ancora in evoluzione, ma già segnato da un’identità chiara: ha il dono di trasformare esperienze personali, anche difficili, in materia viva per la propria musica e di spingersi così oltre da tradurre in note tutto quello che un’intera generazione avverte, tra sofferenze ed incomprensioni. Un lavoro che tra rabbia generazionale, una sensibilità come poche ed un’attenta ricerca sonora, con guizzi internazionali d’ avanguardia, riassume in pieno quanto la musica debba essere vera, persino quando fa male. Impossibile etichettare il suo stile, perché nella sua musica, dove niente è lasciato al caso, vivono diverse anime. Al centro di tutto, come un libro aperto, c’ è la sua voce nuda e cruda. Dal 1° aprile il suo Ep “Happiness is a Moment of Grief” sarà fuori su tutte le piatteforme digitali musicali, e in attesa di una sua data nella città dello Stretto, è fortemente consigliato di alzare il volume.

Com’ è scatta la scintilla con il mondo della musica?

“Il mio primo ricordo che ha a che fare con la musica risale alle elementari. Frequentavo una scuola dove si restava fino al pomeriggio ed io, pur di non stare a casa senza fare nulla, partecipavo ai laboratori teatrali. Ci andavo anche il sabato e la domenica. Così iniziai a fare teatro, le insegnati probabilmente videro qualcosa in me dato che pian piano mi davano ruoli sempre più centrali. Il teatro diventò danza e la danza mi avvicinò al mondo dei musical.”

Qual è stato il tuo percorso?

“Il teatro è diventato sin da piccolo una costante nella mia vita, affiancato dallo studio della danza e da una crescente passione per il musical. Dopo il periodo delle medie in cui ho frequentato diverse accademie, frequentare la scuola di recitazione Vaudeville, sotto la guida del maestro Alessandro Alù, mi ha fatto capire che volevo spingermi oltre e così ho iniziato a fare dei provini che mi hanno portato ad essere selezionato per intraprendere un percorso Milano, ma ai tempi scelsi un’altra strada. Mi trasferisco, quindi, a Londra in teoria per fare qualche lavoretto e restarci poco tempo ma poi finisco per restarci circa sette anni. Là frequento l’ICMP – Institute of Contemporary Music Performance, affiliato alla University of East London, dove studio produzione musicale, songwriting e performance. Non ho completato gli studi, ma quell’esperienza mi ha dato basi solide e mi ha aperto a tanti generi musicali.

A Londra cosa succede?

“Quello di Londra è stato un periodo fondamentale sotto tanti punti di vista, in primis umano ed artistico. Mentre stavo là sono avvicinato anche mondo della moda, lavorando per brand internazionali e arrivando a collaborare con Bottega Veneta. Era un mondo, però, troppo costruito, poco autentico e così ho capito che preferivo l’energia della musica dove si sta insieme senza filtri.”

Come mai decidi di tornare in Sicilia?

“Avevo bisogno del sole, del mare e della vicinanza delle persone care. Durante gli anni londinesi ho scoperto di soffrire di una forma di psoriasi, teoricamente l’intento del ritorno era quello di curarmi ma in realtà avevo bisogno di casa. È stato un momento difficile, ma anche necessario per ritrovarmi. Da questa fase nasce una nuova consapevolezza artistica e così la canzoni scritte a partire dal 2023 sono diventate il fulcro del mio progetto musicale attuale. Tra queste, “Silly Dance (the itch)” rappresenta un punto di partenza simbolico: un brano nato per raccontare il disagio legato al momento che stavo attraversando e che ho trasformato in espressione creativa. Avevo bisogno di liberarmi, e l’ho fatto scrivendo.”

Ricordi qual è stata la prima volta che ti sei esibito davanti ad un pubblico?

“Il debutto dal vivo arriva proprio a Londra, in un concerto acustico a Camden Town, organizzato da Breaking Sound. Sul palco, insieme a me al c’ era il mio coproduttore Roberto Randazzo. Per la prima volta, così, ho proposto i miei brani davanti a un pubblico di amici, conoscenti e perfetti sconosciuti. È stato magico, dopo tanto tempo potevo finalmente raccontare la mia storia attraverso la musica. E da là, poi, ho iniziato a suonare a Messina in primis al Covo, in un terrazzo tra amici, poi al Festival del Vinile al Sunset, e poi sono arrivate le date al Retronouveau e al Giardino Corallo, senza tralasciare festival come il Pelorias”

Come suona Vick?

“C’è sicuramente del pop, ma anche rock e punk. Mi piace l’idea di equilibrio. Un’ equilibrio che ho cercato di costruire con attenzione, frutto di mesi di lavoro sugli arrangiamenti dei brani miei. Ogni suono deve essere esattamente come me lo immagino, nulla è lasciato al caso. La voce è il mio strumento espressivo totalizzante. Ho dovuto lavorare molto per conviverci: sospirata, fragile, a tratti violenta. Voglio che della mia voce si sentano le emozioni, persino nel suo tremolio.  Ci sono momenti in cui canto e piango, e per me è giusto che resti così.”

Il tuo Ep “Happiness is a Moment of Grief” può essere considerato un concept album?

“Inizialmente non era stato concepito come concept album, poi però mi reso conto che presenta una forte coerenza tematica e che i brani risultano legati tra loro. È un lavoro più crudo, più diretto e necessario rispetto ai miei singoli usciti precedentemente e che erano legati a delle sonorità pop-rock più adolescenziali. In Happiness is a Moment for Grief parlo di crisi individuale, consapevolezza, rabbia e vulnerabilità. Dalle esperienze personali arrivo alle tensioni collettive, al centro ci sono sicuramente tematiche come l’alienazione generazionale e identitaria, la dipendenza emotiva, la frattura dell’io e una diffusa disillusione sociale.”

Quando esce l’Ep? Siete partiti subito in tour, come sta andando?

“Molto bene. Avevo voglia di girare un po’ con la mia musica. L’EP è stato pubblicato il 20 marzo su Bandcamp in anteprima, mentre dal 1° aprile arriverà su tutte le piattaforme digitali. Il videoclip del brano “None of the above” ha anticipato l’uscita dell’Ep di pochi giorni prima, così come il tour.  Abbiamo scelto una pubblicazione graduale in modo tale da poter presentare e far vivere i brani in primis dal vivo: abbiamo suonato il 18 marzo a Roma, il 20 a Novara, il 24 a Torino ed il 28 a Reggio Calabria.”

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Chi ti segue in band?

 “Per la formazione fissa siamo in tre: io, Mirko Felicia alla batteria e Riccardo Silipigni al basso. Riccardo è un musicista giovanissimo, ha festeggiato i suoi 17 anni proprio in occasione della prima data del tour. Di volta in volta, in base alle date, si aggiungono a noi musicisti turnisti, come ad esempio il chitarrista messinese Giuseppe Alan Lisa ed il mio coproduttore Roberto Randazzo. Fondamentale, però, anche il lavoro in studio, proprio per l’Ep, condiviso con professionisti come Claudio La Rosa e Giuseppe Candiano. Con loro l’obiettivo è stato quello di spogliare i brani da ogni eccesso e ricostruirli partendo dall’essenziale. Abbiamo tolto tutto quello che nascondeva il suono vero. Volevamo che si sentisse ogni nota, anche quando è imperfetta”.

La città di Messina ti ha aiutato nel tuo progetto? Esiste attualmente una scena musicale in riva allo Stretto?

“Messina è stata fondamentale nel mio percorso, ma la osservo sempre con uno sguardo critico. C’è energia, ma è discontinua. Sembra che qualcosa stia per esplodere, ma poi si ferma.  Sicuramente c’ è più supporto reciproco e più voglia di esserci, per me è stato molto bello essere stato chiamato dai The Whistling Heads per aprire il loro live e con loro ho un gran bel rapporto. È un aspetto importante tra chi vuol fare musica, soprattutto per la nostra generazione, in una città come questa. Per il resto è anche importante vivere quei momenti che io chiamo “chiusini”, stare un po’ rintanati…sparire un po’ ti porta a pensare e riflettere tanto per poi dare luce. Mi sa, infatti, che partirò per un po’.”

Fino ad ora hai tra i tuoi pezzi una canzone manifesto?

“None of the above, accompagnato dal videoclip firmato da Federico Romano, rappresenta pienamente quello che voglio dire e trasmettere”

Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?

“È fondamentale uscire dalla propria zona di comfort, esporsi, prendere posizione. È il momento di parlare, di non accontentarsi. Se qualcosa non funziona, bisogna avere il coraggio di cambiarla. Anche distruggerla, se serve, per poter ricostruire davvero”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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