Di Pio Magazzù

Estetica, malinconia, Toni Servillo e il tempo che passa: non manca nulla del cinema di Sorrentino in “La Grazia”, la nuova pellicola del regista vincitore del premio Oscar. Accantonata la cornice popolare napoletana e autobiografica di “è stata la mano di Dio” e “Partenope”, Sorrentino torna nella Città Eterna e a un contesto politico – almeno apparentemente tale – per riflettere su un concetto tanto abusato quanto complesso: la leggerezza.

 

Il semestre bianco di Mariano De Santis

Il giurista e Presidente della Repubblica, Mario De Santis, ormai arrivato al semestre bianco del suo mandato, è il protagonista della pellicola. In un’Italia che Sorrentino dipinge sorprendentemente progressista e con un Papa nero alla guida del Vaticano, Mariano deve affrontare gli ultimi atti della sua presidenza. È un duplice bivio morale quello che gli si presenta: concedere la grazia a due detenuti rei di aver ucciso i rispettivi coniugi e firmare la legge che introduce l’eutanasia in Italia. Sostenuto da Dorotea, figlia e collaboratrice, il Presidente Mariano de Santis intraprende una profonda riflessione interiore, alla ricerca di una leggerezza forse mai avuta.

Cemento Armato

Mariano, interpretato magistralmente da Toni Servillo, è un uomo stanco, appesantito dal tempo e da un passato che non riesce a lasciare andare. Da quarant’anni rimugina sul tradimento della sua amata moglie, Aurora, scomparsa da otto anni, evento per il quale non trova pace. Non a caso, nei palazzi di governo il suo soprannome è “Cemento Armato”. Alla stanchezza si somma un immobilismo che lo rende incapace di sciogliere i nodi del passato: tormenta l’amica Coco nel tentativo di ottenere i dettagli del tradimento subito. Autore, tra le altre cose, di un manuale di diritto di oltre 1200 pagine, soprannominato dagli studenti l’Himalaya K3, Mariano cerca invano di sfuggire ai dilemmi morali che lo attanagliano: la legge sull’eutanasia e le due richieste di grazia diventano espressione di un conflitto interiore mai risolto.

 

Alla ricerca della leggerezza

Ancora una volta è l’animo umano l’oggetto del racconto di Sorrentino. Questa volta, però, non tanto affranto dalla malinconia quanto turbato dall’incapacità di essere leggeri. Non è infatti solo Mariano ad aver perso la leggerezza: Dorotea, Coco e Cristiano Arpa, detenuto per l’omicidio della moglie, combattano quotidianamente con sé stessi, imprigionati da rimorsi, sensi di colpa e immobilismo. L’unica che sembra aver ritrovato la leggerezza, nel mondo dipinto dal regista premio Oscar, è Isa Rocca, l’altra richiedente grazia al Presidente della Repubblica. Eppure, nei suoi ultimi mesi di presidenza, nonostante il suo storico immobilismo, è proprio Mariano a tentare l’avvicinamento a questa tanta agognata leggerezza.

La grazia è un simbolo

Nel cinema di Sorrentino il simbolismo è sempre elemento fondante e La Grazia non fa eccezione. Le lacrime che si intravedono negli occhi dei protagonisti, i gusti musicali di Mariano, insolito amante del rap di Guè, e il suo vizio del fumo, nonostante i problemi di salute, sono tutti simboli di un sofferente animo umano incapace di trovare la pace. La grazia, da cui il film prende titolo, non è il mero atto giuridico del Presidente della Repubblica, ma assume una dimensione più intima e umana: è ciò che dovremmo concedere a noi stessi, la capacità di perdonarsi, di lasciare indietro il passato e di darsi la possibilità di mettere fine alla sofferenza nostra o altrui o, più semplicemente, tornare a respirare.

L’estetica è parte del racconto

Tecnicamente siamo di fronte al tipico film di Sorrentino: simmetrie rigorose, primi piani intensi e una costruzione visiva che è parte fondamentale del racconto. Attraverso le immagini, infatti, il regista racconta alcuni dei momenti più significativi della sua storia, affidando alle immagini il ruolo di protagonista. È soprattutto la colonna sonora a diventare il vero narratore del film, contribuendo ad immergere lo spettatore nelle dicotomie dell’animo e dell’esistenza di Mariano. Impossibile poi non pensare a Loro e al Divo, pellicole con cui La Grazia condivide l’estetica sorrentiniana pur senza abbracciarne lo spirito politico nonché fortemente critico.

Non mancano alcuni momenti volutamente sopra le righe, forse eccessivi, come la scena del Presidente del Portogallo o quella in cui Guè dopo aver cantato a cappella al Quirinale, sorride direttamente allo spettatore. La pellicola scorre senza particolari momenti di impasse riuscendo a coinvolgere lo spettatore, grazie anche alla solita magistrale interpretazione di Toni Servillo ed una sorprendete Anna Ferzetti nei panni di Dorotea.

Nel complesso, non siamo probabilmente di fronte al miglior Sorrentino, ma i passi in avanti rispetto a Partenope sono evidenti. Una pellicola da vedere assolutamente, soprattutto nel tipico weekend messinese senza grandi emozioni. La Grazia è un’opera imperfetta ma sincera, che merita di essere vista.

 


A cura di Francesco Pio Magazzù. 28 anni, messinese, scienziato della politica e amante del cinema. Scrivo per passione, “si ma niente di serio”.

guest

0 Commenti
meno recente
più recente più votato
Inline Feedbacks
View all comments