Esiste una versione della storia di Colapesce, tanto cara alla buon’anima di mia nonna, nella quale sono i messinesi – in un atteggiamento notissimo a chi, come me, ha passato gran parte della vita su questa sponda dello Stretto – a insistere perché Colapesce torni una terza volta a osservare le colonne sottomarine, nonostante la sua evidente stanchezza. E Colapesce si getta di nuovo tra le acque, conscio che non rivedrà mai più la terraferma ma anche che è preferibile passare l’eternità a sostenere il peso dell’intera Sicilia che vivere in mezzo ai messinesi che si mettono a camurrìa. Prima di lasciare per sempre il nostro mondo emerso, però, maledice la città con queste parole: “Oh Messina, Messina: un dì sarai mischina.”
Sulla maledizione di Colapesce, all’indomani dell’ennesimo disastro ci sarebbe forse da riflettere con spirito più costruttivo che mitologico-fatalista. Ma non è questo il mio compito, io mi occupo di storie. E cerco di decifrare questo posto secondo le regole della narrativa, dato che quelle della realtà convenzionale qui, a volte, sembrano fagliare rovinosamente.
Per chiunque sia nuovo del posto, Messina è uno strano miracolo di bellezza talvolta grottesca, sapori, profumi e comportamenti inspiegabili; per chi è nato e cresciuto qui ma poi è approdato a più concrete realtà, questa città è un oggetto quantico fatto di nostalgia, allo stesso tempo bramata e respingente; chi qui ci vive osserva la realtà circostante attraverso un contorto gioco di specchi deformanti e valori alterati: dal territorio, dalle circostanze, dalla comoda ignavia della lamentela come unica progettazione, il sogno come unico sguardo verso il futuro. Lamentati si voi stari bbonu, diceva sempre la sopra citata nonna.
Io, che qui ci sono nata e cresciuta e poi sono andata via mille volte per tornare inesorabilmente indietro come la proverbiale falena con la sua lanterna, sento Messina come un dilemma Catulliano, l’enigma della sfinge, un luogo incantato se per incantato s’intende non qualcosa di magicamente bello ma più un qualcosa di distorto, deformato da chissà quale energia mistica in modo da non risultare mai facile e spesso neanche logico.
Messina è insomma un mondo fantasy che vive di regole tutte sue e costringe spesso chi ha avuto il privilegio di esplorare altri orizzonti a negoziare porzioni – talvolta gigantesche – di realtà in favore di ciò che chiamiamo messinesità: una filosofia di vita che va dal sognare forte, duro e tanto tanto senza mai entrare in contatto con la realtà dei fatti a rare e peculiari forme di deficienza.
Perché è chiaro che in questo posto c’è qualcosa che non va, e non sono io – che ho comunque colto con ragionevole entusiasmo la lezione di mia nonna – a dirlo ma la desertificazione topografica e umana, i numeri, la stampa, la tenuta di tutta la provincia anche ai semplici temporali e altri non trascurabili fatti. E poi c’è quella consapevolezza disillusa e silenziosa, quel pensiero strisciante che non si presenta mai come qualcosa di concreto, di identificabile e affrontabile. La maledizione di Colapesce. Un malfunzionamento circolare che affonda le sue radici, forse, nella notte dei tempi e da allora gira a vuoto rendendo inutile ogni tentativo di crescita, di miglioramento, di evoluzione. Un ciclone che devasta; un vortice che inghiotte, rimastica e vomita. Cariddi. Perché anche la mitologia e le narrazioni qui sembrano ripetersi in vorticose e infinite spirali, come le strutture narrative che garantiscono il funzionamento di una buona storia.
Il problema, forse, è che le buone storie non funzionano come la realtà: la sicurezza un filino monotona, la serenità del quieto vivere in un territorio affascinante come una leggenda sono respingenti in narrativa. Le storie sono fatte di drammi, di conflitti, di una tensione verso il miglioramento che parte da un bisogno. Ma se io vi chiedessi di cosa ha davvero bisogno questa città, dubito che mi arriverebbe una risposta univoca. Eppure non facciamo altro che raccontarcela.
E quindi, in sostanza, Messina è una città che si comporta come una storia, e io ho passato la mia vita di falena a studiare e analizzare le storie, forse, per cercare di capire meglio la mia lanterna. Scriverne, se non è una cura, fa comunque parte di quel processo di negoziazione tra la casa, il luogo dell’anima e la realtà.
Per imparare a osservare Cariddi senza trattarla come un destino.





