MESSINA. Un disastro immediato e un lungo sisma che ancora continua: i due volti del centodiciannovesimo anniversario del terremoto che colpì mortalmente Messina poco prima dell’alba del 28 dicembre del 1908 sono quelli della città che non c’è più, ricostruita, e di una sua parte che è pervicacemente rimasta, ma che, in poco più di un secolo, ha subito una calamità ben peggiore delle scosse telluriche: i messinesi. Già, perché testimone del disastro, ma anche della nascita e dell’involuzione dell’abitato concepito da Luigi Borzì, subendo un trattamento ben peggiore, è da sempre il Tirone.

A Messina, infatti, basta allontanarsi di poco da piazza Pugliatti, lasciandosi alle spalle il Tribunale, per arrivare in un’altra città. In una zona dove il tempo è trascorso in maniera parallela, scandendo una storia a se stante. Perché il colle del Tirone e le sue adiacenze hanno guardato Messina crollare nel 1908, hanno visto scomparire il Grande Ospedale cinquecentesco e sorgere Palazzo Piacentini (il Tribunale), hanno visto cambiare la struttura urbana in 119 anni: da città-giardino primi Novecento a selva di soprelevazioni. Un secolo vissuto, per quanto possibile, con grande dignità, la stessa che, nonostante tutto, gli edifici e i ruderi hanno conservato. Un nobile distacco che non è venuto meno neanche con l’incuria dolosa, le baracche, le demolizioni e il pericolo di grandi speculazioni. Perché questa “città dentro la città” ha ceduto solo ai colpi della vecchiaia.

DeI colle del Tirone, anticamente detto Jerone o talvolta Monte Oliveto, oggi non è più possibile definirne i contorni. Le nuove costruzioni che vi insistono e l’apertura del viale Italia a monte, infatti, hanno falsato la visuale del pendio che un tempo dalla via degli Angeli arrivava fino alla ex Caserma Sabato. Per meglio comprendere la posizione del colle, lo si può immaginare racchiuso nel quadrilatero formato dalla salita santa Barbara, via Antonio Martino, via Santa Marta e Monte Piselli. Nel 1537, in seguito alla fortificazione della città voluta da Carlo V, e attuata sotto i Gonzaga, il Tirone viene delimitato da grosse porzioni di mura. Il colle venne sempre classificato dalle fonti come “zona amena” e, a dimostrazione di ciò, molte erano le chiese ed i monasteri che vi insistevano. Un sito abitato per secoli che neanche il terremoto del 1783 danneggiò più di tanto. Diversamente, il sisma del 1908 distrusse gran parte delle chiese, anche se non si può tacere che la loro scomparsa definitiva fu per mano umana. Allo stato attuale, solo tre chiese, di cui una allo stato di rudere e un’altra sotterranea, sono sopravvissute. L’aspetto più interessante, comunque, si lega alla sua identità di sito. Di zona coerentemente strutturata che costituisce, per Messina, una preziosa testimonianza dell’edilizia privata del secoli scorsi, soprattutto settecentesca e ottocentesca.

Chi si reca oggi al Tirone non troverà i grandi edifici del passato e neanche i giardini che separavano le case. Percorrendo adesso la salita degli Angeli, che è ancora quella antica in acciottolato, si incontrano, sulla destra, i resti della chiesa di Santa Maria del Sacro Cuore di Gesù. Proprio davanti sorgeva, fino a una ventina di anni fa, lo scheletro di una palazzina settecentesca caratterizzata dal classico portale in pietra. Subito dopo, a sinistra, si scorge una palazzina del XVIII secolo ancora perfettamente integra. Più continua la salita e più, aguzzando la vista, vengono fuori le tracce del passato: porzioni di mura, volute, mensole di balcone in pietra. Un accavallarsi di resti nobili e lamiere più attuali. Poco prima di arrivare al viale Italia, si incontrano due palazzine settecentesche circondate da una zona a giardino terrazzato. Una di queste, sul pilastro d’angolo, riporta la data di costruzione: il 1789. Al Tirone si può accedere anche dalla scalinata santa Barbara, una rampa scenografica che dalla via Tommaso Cannizzaro giunge fino al viale Italia. Si tratta di un passaggio pedonale ricavato sul rivellino cinquecentesco di piazza Guardione. Sulla destra, si affaccia una schiera di abitazioni settecentesche e ottocentesche. Prima di giungere alla fine, invece, si incontra la cappella privata della famiglia d’Alcontres, una chiesetta tardo settecentesca (e rimaneggiata) intitolata alternativamente alla Madonna della Mercede e a santa Maria della Rosa.

 

 

Che cosa fossero il Tirone e le sue adiacenze prima del 1908, però, è altro discorso. Si può solo provare a ricordare, sommariamente, le chiese non più esistenti, affidandosi alle poche riproduzioni fotografiche esistenti.

NATIVITA’ DI SANTA MARIA AL NOVIZIATO (via Noviziato a monte della Circonvallazione). La chiesa, appartenente con l’annesso monastero all’ordine dei Gesuiti, fu ricostruita, nel 1623, sull’area occupata dalla vecchia chiesa della Madonna della Pietà sotto l’ordine dei Disciplinanti. La costruzione del complesso religioso, detto poi Noviziato, rappresentò la fase conclusiva del processo di trasferimento della Compagnia di Gesù sulla sommità del colle Tirone. La storia del Noviziato, iniziata nel 1576, si concluse nel 1767, quando la struttura fu trasformata in caserma in seguito all’espulsione dell’ordine dei Gesuiti da parte dei Borboni. La chiesa fu conservata fino al terremoto del 1908, anche se, stando alle fonti, solo qualche angelo in stucco restava ormai della ricca decorazione. Attualmente sull’area del monastero si trova la ex caserma Sabato.

MONASTERO DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI (salita degli Angeli tra gli isolati 181 e 183). Costruito nel 1601 sul colle Tirone, il monastero occupava l’area di un antico oratorio detto “della Grotta” ed apparteneva alle suore di clausura sotto l’osservanza dei padri Cappuccini. La chiesa annessa, riccamente ornata, crollò insieme al monastero per il terremoto del 1908.

SAN MICHELE AL TIRONE (isolato 212 di fronte all’isolato 208). Sorgeva sul lato orientale del colle ed era sede della confraternita dei Tessitori. Fino al 1513 dedicata a Santa Maria al Monte Oliveto, la chiesa era stata monastero. Anche San Michele crollò nel 1908.

SANTA BARBARA (salita Santa Barbara, incorporata nell’isolato 212). La chiesa ed il monastero annesso vennero eretti sul lato destro del Tirone nel 1575 sotto la direzione del Calamech. Gli affreschi della chiesa, originariamente di Letterio Paladino, furono ripristinati da Crestadoro dopo il terremoto del 1783. Dal sisma del 1908 si salvò solo un portale datato 1449, e probabilmente appartenuto ad una chiesa preesistente. Il manufatto attualmente è rimontato nella chiesa parrocchiale di San Leonardo in San Matteo nel rione Giostra.

SANTA CATERINA DEL SACRO CUORE DI GESU’ (nell’area dell’isolato 183). La chiesa, già di proprietà della baronessa Scoppo Maria Caterina di Cassibile, fu venduta a padre Bernardino Vittorio Russo, che la donò alla provincia sicula del Terz’ordine di San Francesco. Della chiesa, sopravvissuta al terremoto del 1908 e ancora in piedi durante la seconda guerra mondiale, restano solo le mura perimetrali e la controfacciata. L’edificio, costruito in stile Neogotico e risalente al secolo scorso, si è ritenuto erroneamente fosse utilizzato anche come Sinagoga a causa della curiosa forma del rosone in ferro battuto: una stella di David.

SANTISSIMO CROCIFISSO RITROVATO (via degli Angeli, isolato 185 b). La chiesa, inaugurata il 25 Agosto del 1715 e legata ad un culto popolare, crollò nel 1908).

SANTA LUCIA ALL’OSPEDALE (in parte dell’isolato 214). L’edificio, detto così perché situato di fronte al grande Ospedale, custodiva un quadro di Antonello Riccio (secolo XVI) raffigurante la Vergine e quattro Santi. Anche Santa Lucia all’Ospedale finì la sua storia nel 1908.

SANTA MARIA DELLA MERCEDE AL TIRONE (salita Santa Barbara, isolato 208 a). La costruzione è un oratorio appartenente alla famiglia d’Alcontres Villadicani di Mola e viene chiamato generalmente Santa Maria della Rosa. Sopravvissuto al terremoto del 1908, la chiesetta conserva lateralmente un portale in pietra con mascherone risalente al tardo Settecento.

SPIRITO SANTO (via degli Angeli). La chiesa, annessa dal 1291 ad un monastero di Benedettine e ora affidata alle figlie del Divino Zelo, fu danneggiata dal terremoto del 1908 nel soffitto e in parte della facciata. Fu ricostruita dopo il sisma seguendo criteri non sempre ortodossi; a causa dei restauri, infatti, andò perduta la maggior parte della ricca decorazione a stucco. Infelici ricostruzioni, ma successive al completamento del restauro, sono anche la parte cuspidale della facciata e la torre campanaria, che probabilmente, nelle intenzioni del progettista, avrebbero dovuto richiamare quelle della perduta chiesa di San Gregorio. L’edificio conserva ancora i due portali settecenteschi, alcuni altari intarsiati e parte degli stucchi.

MADONNA DELLE GRAZIE (via Faranda alta). La chiesa, risalente al periodo immediatamente successivo al terremoto del 1908, fu affidata al Canonico Annibale Maria di Francia e da questi alle Figlie del Divino Zelo, reggenti già la chiesa ed il monastero dello Spirito Santo. La costruzione, pur non possedendo particolari pregi artistici, era un punto di aggregazione per i fedeli della zona, essendo tra l’altro legata ad un culto popolare. Il 21 Gennaio del 1985 la chiesa fu demolita per far posto ad una costruenda palestra che le stesse suore avevano deciso di realizzare. Ciò suscitò le proteste degli ambienti intellettuali cittadini e di tanti devoti. Ma non quelle delle autorità.

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