“Via”… da Messina: Giuseppe Mercalli e i suoi studi sul terremoto del 1908

Secondo appuntamento con i grandi personaggi della storia che hanno trascorso parte della loro vita in riva allo Stretto... e che spesso, inspiegabilmente, la città ha dimenticato di ricordare, a partire dalla toponomastica. Proprio come i circa 80.000 messinesi rimasti vittima del sisma, privi di una via in loro memoria

 

Dopo la prima puntata, dedicata a Caravaggio, prosegue la rubrica settimanale nata per riscoprire alcuni grandi personaggi che hanno intrecciato saldamente la loro storia di vita con quella di Messina, raccontando questa volta il legame tra la  città e un grande scienziato italiano: un intimo conoscitore del territorio messinese che al contrario è pressoché ignorato dai messinesi.

Giuseppe Mercalli ha fatto dello studio geologico e vulcanologico dell’area allargata dello Stretto, dalla Calabria meridionale alle isole Eolie, una delle sue ragioni di vita. Anche per questo, la dirimpettaia Reggio Calabria – a differenza di Messina –  lo tributa dedicandogli un tratto dell’invidiato lungomare.

Nel 1888 insegna proprio al Liceo Campanella di Reggio, desideroso, come egli stesso affermò in seguito, di avvicinarsi all’area dello Stretto, dove pronosticava un’imminente sciagura sismica. Nei dieci anni successivi, si dedica profondamente agli studi, anche del nostro territorio, pubblicando, tra gli altri, I terremoti della Calabria meridionale e del Messinese (1897) e Le eruzioni dell’isola di Vulcano incominciate il 3 ag. 1888 e terminate il 22 marzo 1890 (1892). Nel 1900 pubblica, con grande successo internazionale, la sua celeberrima scala dei danni di un terremoto (ovvero la scala Mercalli), sviluppata per corroborare le sue teorie sull’esistenza di un ipocentro sismico, ovverosia di un punto interno al sottosuolo corrispondente al superficiale epicentro, dove l’energia apparentemente sembra liberarsi. Teoria successivamente dimostratasi corretta.

Nel 1907, rendicontando l’esperienza dei terremoti calabresi del 1905 e del 1907, metteva in guardia sul cattivo stato delle abitazioni e sul pericolo derivante dal maremoto.

«Dopo appena due anni dal grande terremoto calabrese dell’ 8 settembre 1905, un’ altra scossa violentissima colpì la stessa regione la sera del 23 ottobre 1907. Questo nuovo massimo sismico fu immediatamente preceduto nella Calabria da una calma sismica impressionante durata circa 3 mesi; poiché, mentre dall’ 8 settembre 1905 al 31 luglio 1907 furono 324 le scosse avvertite dall’uomo nella regione Calabro-Messinese, cioè quasi 15 al mese, solo 6 se ne avvertirono dal 1 Agosto al 22 Ottobre 1907, cioè 2 al mese […]. Nello studio di questo terremoto, bisogna andare ben guardinghi nel dedurre l’intensità della scossa dai danni subiti dalle case; poiché negli stessi colpiti ora, due terremoti recenti (del 16 novembre 1894 e dell’8 settembre 1905) avevano cagionato lesioni più o meno gravi, le quali in generale, non erano state riparate affatto o mal riparate. […] il mare mentre era in perfetta calma al momento del terremoto, si avanzò sulla spiaggia per circa 30 m, ritornando poco dopo entro i suoi ordinari confini. Questo maremoto, seguito immediatamente dopo il terremoto, si rese sensibile sopra un’estensione di circa 10 Km»

 

 

Agli inizi del 1909 torna a Messina. Son passati pochi giorni dal più disastroso evento sismico che l’Europa abbia mai conosciuto e Mercalli redige una dettagliata relazione sugli effetti del terremoto e del maremoto seguente. Proprio per Messina si trova, suo malgrado, a dover estendere la sua scala, dai 10 gradi inizialmente previsti, a 12, dedicando al terremoto messinese l’undicesimo grado («scossa catastrofica: distruzione di agglomerati urbani; moltissime vittime; crepacci e frane nel suolo; maremoto»).

Piccola nota di colore. Giuseppe Mercalli, lombardo di natali e meridionale di adozione, nella sua relazione al terremoto sembra bacchettare le amministrazioni locali dell’Italia post unitaria. Scriveva infatti: «Ma il gran numero di vittime umane si deve certamente in primo luogo all’altezza delle case, […]; in secondo luogo, alle loro condizioni statiche che non corrispondevano a nessuna delle regole più elementari di una edilizia antisismica. I sapienti regolamenti emanati dai Borboni dopo il terremoto del 1783, si erano da tempo dimenticati».

Non son servite le numerose ricorrenze al tragico terremoto – nel 2008 si commemorò in pompa magna il centenario – né il trascorrere dell’“anno mercalliano”, celebrato in tutt’Italia nel 2014 per ricordare il centenario della morte dello scienziato, a trovare l’occasione per dedicargli un toponimo in città.

Ma del resto, a Messina, non c’è neanche una via per ricordare i circa 80.000 messinesi rimasti vittima del catastrofico evento che cambiò per sempre la storia della nostra città.

FiGi

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