Disegnatore e scultore. Sin da piccolo coltiva la passione per il disegno, la lavorazione della pietra e dell’argilla, dando forma a massi recuperati nei greti dei torrenti e a tronchi di legno.
Giuseppe Marzullo nasce nel comune della valle del Alcantara di Graniti nel 1913, figlio di un capomastro e di una casalinga. Un imprevedibile avvenimento nella sua giovinezza gli stravolge la vita, come per una delle più cinematografiche “sliding doors”. Un grave incidente gli procura una frattura irrecuperabile alla clavicola. Da qui, il destino assegnato di muratore, percorrendo le orme del padre, gli viene per sempre precluso. Per questo motivo viene mandato a studiare prima da sarto, nella vicina Taormina, per poi trasferirsi a Perugia, dove frequenta l’Accademia delle belle arti. Lì entrerà per la prima volta in contatto con la scultura del ‘400 e con le ultime tendenze dell’arte contemporanea. Sempre lì, decide di cambiare il proprio cognome da Marzullo in Mazzullo.

Dopo la tappa perugina, si stabilisce definitivamente a Roma, a partire dal 1939. Della sua Sicilia porterà per sempre con sé due elementi: i pupi siciliani, appresi a Taormina dal suo maestro sarto-puparo e fonte di ispirazione per numerose opere (a Graniti, anche ormai celebre in tutto il mondo, rimarrà sempre “quello che fa i pupi”) e il torrente Petrolo che sarà fonte di ispirazione per le sue pietre lavorate, recuperate nei greti e nelle cave. Scriverà Mazzullo: “Debbo al torrente Petrolo l’amore per la pietra e la natura. Fu il torrente a far capire a mio padre quello che avrei voluto essere, quando si accorse della mia passione nel manipolare la creta. […] E tutte le volte che, ancora oggi, vado a rivedere il Petrolo, il generoso amico riapre il suo favoloso libro e mi regala un’idea”.

Durante l’occupazione tedesca, e negli anni successivi, la sua casa romana di via Sabazio n. 34, nota come “casa rossa”, non solo per il colore delle pareti, divenne un importante punto d’incontro per artisti, poeti e critici d’arte, frequentato, tra gli altri, da Renato Guttuso (che è ricordato in città da una recente via a Sperone e di cui la città di Messina ha l’onore di conservare la sua ultima,  la più grande opera monumentale: l’intera volta del soffitto del teatro Vittorio Emanuele costituita da 130 mq di pannelli dipinti, con la rappresentazione della leggenda di Colapesce), Cesare Zavattini, Giuseppe Ungaretti e Stefano D’Arrigo (di cui parleremo in futuro).

Mazzullo, tra il ‘49 e il ‘50, nei fermenti dell’immediato dopoguerra, si aggrega alla cerchia di artisti, nata su impulso dello stesso Guttuso, che si ritrovavano nei pressi del Castello dei Ruffo, a Scilla, sul lato calabrese dello Stretto. L’intento degli “Artisti di Scilla” era quello di riscoprire la natura fantastica dello Stretto, la sua forza mitopoietica e per cercare, nei pescatori del pescespada e nelle bagnarote, la diretta discendenza di Ulisse e delle Sirene. Faranno parte di questa cerchia anche i pittori Omiccioli, Mirabella e Marino, il poeta ragusano, ma messinese d’elezione, Vann’Antò (a cui è dedicata la scuola media ed elementare di villaggio Ritiro), Stefano D’Arrigo, che in quell’occasione raccolse prezioso materiale per il suo Horcynus Orca e il giurista e letterato, poi Rettore dell’Università di Messina Salvatore Pugliatti (a cui è intitolata la piazza che ospita la sede centrale dell’Università), per il quale più tardi, nel 1977, Mazzullo realizzerà il monumento funebre, presso il famedio del Gran Camposanto di Messina.

L’allievo ed esperto d’arte Giuseppe Fanfoni nell’opera “Giuseppe Mazzullo storia e etica nell’arte dello scultore siciliano di Graniti” sintetizza mirabilmente la cifra stilistica dello scultore: “I primi disegni […] hanno già in nuce quel carattere impressionista che sarà poi costante nelle opere successive, per le quali la critica ha concordemente fatto riferimento a Medardo Rosso. Tuttavia, mentre Rosso è impegnato a far dimenticare la materia nell’evanescenza pittorica dell’immagine, Mazzullo, proprio al di là di intenzionali ‘bravure e raccorci culturali’, esalta la materia: fuggente, in Graziella del ‘38 e decisamente grumosa e rude, in Sebastiano Carta e in Concetta del ’45”.

Protagonista di mostre personali e collettive in tutto il mondo, ha partecipato a quattro edizioni della Biennale di Venezia. Sue opere sono in numerosi musei di tutta Europa, tra cui il Musée d’art moderne di Parigi, la Kunst Galerie di Berlino e il Museo internazionale della ceramica di Faenza, nonché in prestigiose collezioni private di tutto il mondo. Nel 1964, collaborerà a illustrare “Omaggio alla Resistenza”, scritto dall’amico Premio Nobel Salvatore Quasimodo (anche lui ricordato con l’intitolazione di una scuola messinese).

Di Mazzullo sono anche una Testa e un Adolescente in pietra, conservati presso Palazzo Zanca, e alcune opere esposte nella Galleria d’arte moderna e contemporanea di Messina “Lucio Barbera”. Ventidue sculture, dieci incisioni e venti disegni sono orgogliosamente custoditi presso il Palazzo dei Duchi di Santo Stefano a Taormina sede dalla Fondazione Mazzullo, nata dalla sinergia tra Soprintendenza dei Beni Culturali di Messina e Comune di Taormina.

Negli ultimi anni, Mazzullo ha fatto ritorno nei suoi luoghi d’origine, dedicandosi alla lavorazione di opere monumentali in pietra lavica dell’Etna e granito. È scomparso nel 1988 a Taormina, lo stesso anno in cui una grande mostra, al S. Michele a Ripa, a Roma fu onorata dalla presenza del capo dello Stato Cossiga.
Il Comune natio di Graniti gli ha dedicato una via e diverse manifestazioni culturali. Per il centenario della nascita, nel 2013, numerosi sono stati gli eventi, in tutta Italia, che ne hanno celebrato la caratura internazionale, ma anche l’umanità e ricchezza comunicativa. A Messina purtroppo non ci sono strade a lui dedicate.

FiGi

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