Immaginate di essere bambini, guidati dalla mano sicura di vostro nonno per strade polverose che si perdono in un quartiere fatiscente, al limitare del mare, negato da reticoli di stabilimenti industriali e cantieri aperti. D’un tratto, accanto alla grande scritta bianca “IMSA” sui mattoni rossi di uno dei soliti capannoni, vi appare davanti una costruzione fantasmagorica, spettacolare, sormontata da fiabeschi pinnacoli e carica di stucchi, ciottoli, pietre e vetri colorati che disegnano mosaici, sculture improvvisate con materiali di risulta, fontane ed occhieggianti murales.
I sensi sono colmati ed eccitati da questo trionfo dell’horror vacui che parla all’inconscio, inframmezzando personaggi Disney dialettali (cit. Eva Di Stefano) alla narrazione mitica, suggestioni del Don Chisciotte all’epica e alle tradizioni religiose. Quasi all’imbrunire di un afoso pomeriggio d’estate, ecco che incontrate lui, Giovanni Cammarata, l’autore ed abitante di questo strano castello, intento a creare una nuova scultura destinata a riempire vuoti di cui, ancora bambini, non avete contezza…

Il Cavaliere Cammarata, come viene oggi ricordato, nasce a Messina nel 1914 e fin da giovanissimo dimostra un profondo interesse per l’artigianato e la lavorazione dei materiali più disparati, frequentando le botteghe degli artisti che si dedicano alle cappelle monumentali e ai sepolcri del Gran Camposanto. È un muratore, come tanti lavora nei numerosi cantieri impegnati a ricostruire la città dopo il terremoto del 1908 e così impara a conoscere e plasmare il cemento, che sotto le sue mani smette di essere semplice materia prima per l’edilizia, assurgendo a una dimensione artistica allora difficilmente immaginabile. La seconda guerra mondiale lo porta lontano, si arruola volontario, ma poi viene fatto prigioniero dagli alleati a Gaza, dove ha inaspettatamente modo di esercitare il suo talento realizzando un originale castello d’argilla, grazie al quale ottiene uno sconto di pena.

Al termine del conflitto, una volta tornato in patria, si sposa e decide di abitare al n°20 di via Maregrosso, che in poco tempo si trasforma in un vero e proprio laboratorio artigianale. Cammarata si mantiene realizzando vasche ed elementi decorativi da giardino, ma quest’attività non può contenerne l’estro creativo: un magma eterogeneo di materiali umili e simbolismi remoti e prossimi, inizia a rivestirne la casa-atelier, ne occupa gli interstizi, diventa un’epifania di sincretismi stilistici e di quanto manca di una codifica accademica, ma tange con la sua potenza espressiva ed impulsività l’universale. Il contesto urbano fortemente degradato nel quale si erge e prolifera di aggettanti decorazioni il suo castello sbilenco, stride, indigna, fa amaramente riflettere, interroga sul rapporto della popolazione con il territorio e del territorio con il mare, perso dietro i laminati delle baracche circostanti. L’ossimoro visivo concretizzato in via Maregrosso si rispecchia nel seguito della storia del Cavaliere, che, come abusivo, entra in conflitto con i costruttori di aliscafi Rodriquez, proprietari dell’area da lui abitata e trasfigurata dai decenni del dopoguerra fino agli anni ’90. L’arte profusa assume valore di resistenza civile, pregnanza politica, di fronte alle ruspe (negli ultimi tempi tante volte evocate in altri contesti) che nel 1996 gli furono mandate contro con l’intimazione a sgomberare il luogo. Il suo contrapporsi alle autorità che vogliono spazzare via quel piccolo mondo di cocci di bottiglia, gessi e conchiglie, non è però, ingenua affezione privata, come dimostra il suo rifiuto a vendere le opere d’arte qui create, riconoscendole quale dono alla città, al paesaggio e alle generazioni future.

Cammarata muore ormai anziano nel 2002 lasciando il suo testamento (im)materiale, la sua personale eredità alla decadente periferia di Maregrosso, accompagnato da una festa solenne, colma di giovani e segnata dalla presenza delle autorità. Negli anni seguenti, nonostante l’impegno dell’associazione Mamertini e le proteste di molti, la sua casa è stata abbattuta insieme alla maggioranza delle sue opere per fare posto al parcheggio di un supermercato, risparmiandone soltanto la porzione frontale e sporadici scorci. Pochissime sono anche le sculture superstiti, fra cui i grandi elefanti gialli, di cui uno restaurato è custodito alla GAMM di Messina.

Quei pochi muri ancora in piedi, quei colori sempre più sbiaditi rimangono a testimoniarne l’importanza simbolica per l’intera città: come citato nella scena madre del recente “Addio fantasmi” di Nadia Terranova (romanzo finalista del Premio Strega 2019), il futuro di Messina passerà, inevitabilmente, da come affronterà il suo passato e manterrà viva la conoscenza e l’accessibilità con le sue opere d’arte e la sua storia.

Prima il collettivo Machine Works, nel 2007, e poi Zonacammarata, nel 2011, riaccendono le luci su ciò che rimane delle sue opere. Le sue creazioni diventano così oggetto di autorevoli studi e pubblicazioni, documentari, servizi fotografici che fanno entrare, a buon diritto, l’opera di Cammarata tra le maggiori espressioni dell’Outsider art siciliana.

Per gli appassionati d’arte non è difficile riconoscere nel mito locale di questo strenuo difensore del “bello” assonanze con artisti ed opere di rilevanza internazionale e che ebbero ben altri destini, come Simon Rodia e le sue Watts Towers a Los Angeles, oggi inserite nel Patrimonio Culturale degli Stati Uniti d’America o l’affascinante Giardino dei Tarocchi realizzato da Niki de Saint Phalle a Garavicchio, né dimenticare quanto della cosiddetta Art Brut si possa ritrovare proprio dietro al negozio dove abbiamo appena riposto il carrello della spesa.

Cammarata aveva ribattezzato l’attuale via Maregrosso in “via Belle Arti”, con una scritta a mano su muro anonimo. Oggi che si sta lavorando per dare un volto nuovo e un’anima nuova alla via Maregrosso, o nuova via del Mare, sarebbe un bel segno di rinascita battezzare ufficialmente quel tratto di strada “via Belle Arti Giovanni Cammarata”.

 

Ciò che resta oggi della Casa del Cavalier Cammarata.

FiGi

 

Per approfondire:

 

– volume Fantasy Worlds, Taschen, 2007
– Irregolari Art Brut e Outsider Art in Sicilia, Kalós, Palermo 2008
–  RIVISTA DELL’OSSERVATORIO OUTSIDER ART, La questione cammarata, l’Outsider art e l’antropologia urbana. Un caso di “mente locale”. – Zampieri P. Paolo 2012
– Zonacammarata. Maregrosso. Messina: paesaggi retroattivi, processi sociali – Zampieri P. Paolo 2014
– PIER PAOLO ZAMPIERI – Esplorazioni urbane. Urban art, patrimoni culturali e beni comuni (2018)
– Mosè Previti, Il recupero degli elefanti corazzati da combattimento di Giovanni Cammarata, in «LALLERU – There is no Sicily in the title» (blog),
– Mosè Previti, Le settantotto meraviglie del Cavaliere – Un gruppo di opere supersititi recuperate da Zonacammarata, in «LALLERU – There is no Sicily in the title» (blog).

 

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emmeaics
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emmeaics

capisco che Messina figlia del Terremoto del 1908 possa vantare ben poco dal punto di vista artistico, a parte uno straordinario Museo tra i più grandi e ricchi del meridione d’Italia, molto sottovalutato dai messinesi. Ma considerare opere d’arte quelle del Cammarata, seppur inserendolo nel filone dell’arte povera, molto povera, o addirittura naif è davvero esagerato.