MESSINA. C’è l’ospedale Regina Margherita e l’ospedale “Piemontese”. C’è il “government office” (la prefettura), la “town hall” (il Comune), il “law courts” (il tribunale), ma anche il Duomo, l’università, la Finanza, la Dogana (“custom house”), le Poste, la stazione centrale, il magazzino dei viveri di scorta, il “direttorato provinciale” ma soprattutto il “fascist h.q. (headquarter)”, il quartier generale fascista, all’epoca piazzato tra le vie Aurelio Saffi, dei Mille ed il viale San Martino, pressappoco nel luogo in cui oggi c’è la sede del IV quartiere, all’Isolato 88.

Sono gli obiettivi che una mappa militare americana del 1943 indicava come strategici e che sarebbero serviti per orientare i bombardamenti e fiaccare la popolazione locale. Mappe che di recente, insieme a quelle di molte altre città d’Italia, sono state rese disponibili dalla biblioteca dell’Università del Texas di Austin. (clic qui per aprire la mappa a grandezza reale)

Quella messinese è una mappa molto dettagliata, data l’importanza strategica ai fini militari della città dello Stretto, in scala 1:10.000, e presenta una città totalmente diversa da come la conosciamo oggi: piazza Castronovo a nord e Gazzi a sud erano come le Colonne d’Ercole, e così la Circonvallazione, zone oltre le quali “era tutta campagna”. L’unica estensione verso i Peloritani è quella che era fuìiorita intorno alle sponde del torrente Giostra, sù fino a Ritiro. Il Giostra, tra l’altro, non era ancora coperto, e scorreva fino a mare, come i torrenti Annunziata, Zaera e Gazzi.

Nella mappa, segnate in nero, come obiettivi sensibili, ci sono addirittura, nell’estremo sud della mappa, la fabbrica della ex Birra Messina e i Molini Gazzi, entrambi sopravvissuti alla guerra ma non al declino dell’economia locale degli ultimi vent’anni, sbrigativamente indicate come “factory” e “fluor mill”. Segnate in nero anche scuole come il San Luigi ed il Maurolico (accanto al direttorato provinciale), l’ospedale psichiatrico di Ritiro, l’ossario dei caduti, la banca commerciale, le officine delle ferrovie di Gazzi, il mercato al porto, tra il molo Colapesce e la banchina del Littorio.

Un occhi di riguardo ovviamente ce l’avevano le infrastrutture trasportistiche: la stazione, tutta la zona falcata, e i rifornimenti di carburante in giro per la città, necessari alle truppe di terra per l’approvvigionamento, e quindi obiettivi sui quali concentrare un nutrito numero di pezzi d’artiglieria.

 

Come mai tanta attenzione per una città del sud Italia, apparentemente (apparentemente) lontana dagli scenari dagli della seconda guerra mondiale? Dal 29 luglio al 17 agosto del 1943, Messina fu colpita da 6.542 tonnellate di esplosivo. (qui la storia e le foto)

Duomo, ospedale Piemonte, università, tutto il porto in lungo e largo, la zona dell’attuale caserma Sabato: tutto bombardato a saturazione”. Sulla scorta di quelle mappe che oggi un’università del Texas mette a disposizione di tutti.

 

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Giovanni
Giovanni
29 Gennaio 2020 17:22

Perché bombardare il Duomo? Che rilevanza strategica aveva? E le scuole, gli ospedali? Come si fa a non dire che furono atti criminali inutili? In Sicilia il fascismo si stava già sgretolando da solo. Per raggiungere l’obiettivo militare di impedire la ritirata delle truppe tedesche verso l’Italia sarebbe stato più che sufficiente bombardare porto e infrastrutture viarie e ferroviarie

Max_to
Max_to
29 Gennaio 2020 17:23

Preziosissima informazione, bel testo, complimenti.