MESSINA. Quarta puntata della nuova rubrica “Le meraviglie dello Stretto”, che ogni settimana racconterà le bellezze peculiari del nostro mare, dalla zone di pesca alla flora, dalla conformazione geologica alla fauna, passando per i miti classici e la grande tradizione letteraria. Un viaggio virtuale “sott’acqua” che ci conduce ancora una volta alla scoperta dei relitti abbandonati sui fondali (QUI la prima parte): la storia dimenticata di tanti bastimenti e marinai, navi di contrabbando e portamerci che con i loro traffici marittimi “hanno contribuito a caratterizzare la cultura delle genti dello Stretto di Messina”, un’area di appena pochi chilometri che può essere considerata a tutti gli effetti come “un laboratorio naturale di tutto il Mediterraneo”. 

In tutto, nel “cimitero sommerso” nelle acque fra Mortelle e la zona sud, sono ben 17 i grandi relitti insabbiati nei fondali dello Stretto che sono stati “riportati in superficie” da Domenico Majolino e Marco Giuliano nel libro “I percorsi dello Stretto”. Un volume che attraverso un itinerario fatto di mappe, indicazioni e foto delle immersioni ci consente di fare un piccolo “tuffo” nel passato e nella grande Storia della città.

 

La mappa dei relitti

 

Amérique e Bowesfield

 

Nelle acque antistanti la chiesa di Torre Faro si trovano due relitti che per molto tempo hanno messo in crisi i sommozzatori. Inizialmente uno di questi due “scheletri sommersi”, il più piccolo e vicino alla riva era stato accreditato all’Amérique, un piroscafo partito nel marzo del 1904 dalla Scozia con un carico di merci vario e diretto al Pireo, ma, imboccato lo Stretto venne speronato dal Piroscafo Solferino (della Navigazione Generale Italiana). Lo scontro procurò una falla nello scafo che obbligò il comandante a dirottare la nave nel punto dove alla fine affondò.

Tanti sono i dettagli che hanno fatto sospettare un errore e infatti, dopo alcuni confronti tra le foto e il relitto, i sommozzatori si sono resi conto che in realtà l’Amérique è sì presente sui fondali, ma a una trentina di metri dal “relittino” analizzato.

La scheda tecnica dell’Amérique

 

Probabilmente, quello che ormai è solo lo scheletro della nave che i pescatori del posto chiamano “U vapuri inglisi”, corrisponde alla Bowesfield, il relitto più antico presente nei nostri fondali. La nave, varata il 16 novembre 1880  risulta affondata nel maggio del 1892. Tre i giornali italiani che riportano il suo naufragio (La Gazzetta di Messina, l’Imparziale e Politica e Commercio): secondo i quotidiani dell’epoca, la Bowesfield colpì gli scogli di Punta Peloro, a Faro, restando gravemente danneggiata e affondando. Secondo gli stessi giornali la nave portava un carico di carbone ad Ancona da Swansea (città del Galles), circostanza confermata da fonti britanniche. Come si apprende dal Northen Echo, la collisione con le rocce avvenne alle 22:30. Pare inoltre che il comandate abbia volontariamente indirizzato la prua della nave verso la costa, cercando di salvarla. Sui giornali nazionali, e non, si parla anche di un tentativo di recupero svolto da quattro palombari, che hanno definito la situazione “senza speranza”.

 

Di seguito il video realizzato da Vincenzo Striano di Ecosfera diving all’interno del relitto:

 

La scheda tecnica della Bowesfield

 

Il relitto di Cannitello

 

Una situazione simile è quella che si è verificata con l’Alvah, costruita nel 1878 in Gran Bretagna. I fatti risalgono al 1895, quando la nave, che trasportava un carico di grano, entrò in collisione con la nave a vapore Brinkburn e affondò lungo le coste calabre. Da allora giace sul fondale con il nome “relitto di Cannitello“. Nessuna foto dell’Alvah “in vita” è giunta fino a noi. Quel che si sa è che il 29 marzo 1895 entrò nello Stretto da sud, proprio mentre la Brinkburn,  che “doppiava Punta Faro” navigando vicino la costa, incontrò forti correnti che la portarono fuori controllo e al conseguente impatto con l’Alvah, colpita a babordo. Il relitto di Cannitello fu gravemente danneggiato e affondò nel giro di poche ore. La collisione causò anche un incidente internazionale, perché in quel periodo la Francia (bandiera con la quale navigava la Brinkburn) stava completando la conquista del Madagascar e la stampa nazionale credette che la collisione fosse stata causata volontariamente dal governo britannico.

 

Foto del relitto del Cannitello, di Marco Giuliano

Foto del relitto del Cannitello, di Marco Giuliano

La scheda tecnica dell’Alvah

 

Cariddi

 

Tra le navi presenti nei fondali dello Stretto, poco fuori dalla Zona Falcata, si trova la Cariddi. Uno dei primi traghetti dello Stretto, costruito nel 1932, è stata la prima nave della flotta delle Ferrovie dello Stato a motori diesel elettrici.

Da nave traghetto, durante la seconda guerra mondiale (insieme alle sorelle) divenne una posamine e addetta al trasporto di truppe e rifornimenti. Tutte le navi finirono affondate nel corso del conflitto, tranne la Cariddi, alla quale però tocco una sorte simile nel 1943, quando le truppe alleate erano ormai alle porte di Messina e venne dato l’ordine di autoaffondare la nave.

Nel 1949 la nave fu recuperata e riportata in funzione all’inizio degli anni ’50. 
Per quasi quarant’anni assicurò il traghettamento tra le due sponde dello Stretto fino al 1992, quando venne venduta alla Provincia regionale di Messina, che ne voleva fare un museo sull’acqua, ma sorsero alcune difficoltà e la nave, alla fine, venne abbandonata al suo destino. Vittima di piccoli furti e saccheggi, diventò la dimora di alcuni senza tetto.
 Per esigenze di spazio all’interno della Zona Falcata, la nave fu quindi spostata appena fuori dal porto di Messina, in un’area però fortemente esposta alle intemperie. Il 14 marzo 2006 il traghetto ha “mollato” e si è lentamente arenato sul fondale.

Oggi la Cariddi è ancora sott’acqua. Di lei affiora solo una parte della poppa, visibile all’altezza del cantiere navale Di Maio.

Foto della Cariddi, di Domenico Majolino

La scheda tecnica della Cariddi

 

Twiga

 

Del 1944 è invece la Twiga, battente bandiera Danese. Nasce come Linda Clausen e solo nel 1967 verrà ribattezzata con il nome che tutt’ora porta il relitto. Il piroscafo nel 1968 era in viaggio per Venezia, proveniente dal Portogallo, con un carico di polpa di legno quando, all’alba, divampò un incendio nelle stive (cariche di materiali pericolosi). Il comandante ordinò immediatamente di puntare verso terra in modo da mettere in salvo i 17 uomini dell’equipaggio e in contemporanea venne inviato l’S.O.S. a Messina e Reggio.

L’opera di spegnimento della nave risultò difficile a causa dell’alta infiammabilità del carico e solo dopo un’intera giornata (quando il carico era ormai andato quasi del tutto distrutto) si tentò il rimorchio verso Messina, dove si fece arenare ciò che era rimasto del piroscafo (ancora in fiamme) a San Raineri, nell’attesa che l’incendio si placasse definitivamente. La soluzione però si rivelò provvisoria a causa delle maree che avrebbero potuto riportare la nave a largo e a causa dei residui combustibili situati nei pressi della spiaggia. Così venne spostata nella Rada Paradiso. Nel frattempo vennero aperte le indagini per la responsabilità tra la società armatrice e la compagnia assicuratrice che si occupava della nave; ma non emersero responsabilità e dopo otto mesi dall’incendio la nave perse stabilità e si arenò sul fondale.

 

Foto del Twiga, di Domenico Majolino

Foto del Twiga, di Domenico Majolino

 

La scheda tecnica della Twiga

 

Tutte le informazioni contenute nell’articolo sono tratte dal volume “I percorsi dello Stretto”, edito dalla cooperativa sociale Ecosfera, nata nel 2001 come partner del parco Horcynus orca, che si fonda su principi di valorizzazione e compartecipazione di attività legate al mare. Si ringraziano Domenico Majolino e Vincenzo Striano per la disponibilità e la collaborazione. 

 

In memoria di Giuseppe Sanò.

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