Ad ogni lunedì corrisponde una domenica che chiude una settimana, e quella appena terminata ci ha regalato il primo bel dono di questo duemilaventi, ovvero il disco della Brunori Sas. Un album particolarmente delicato che influenza giocoforza la playlist odierna per noialtri di Lettera Emme, sempre pronti a commuoverci quando ce n’è di bisogno in questo spazio musicale, perché dei buoni sentimenti non ne potremo mai davvero avere abbastanza. E allora è così, con questo spirito di amore universale (forse fugace e temporaneo, ma intanto siamo qua) che oggi ci ascoltiamo cinque canzoni che ci facciano ricordare bene non solo che finirà presto anche questo lunedì, ma che tutto ha una data di scadenza, compresa quella orribile giornata di lavoro che temete e che prima o poi arriverà. Inevitabilmente.

Brunori Sas – Mio fratello Alessandro

Uno dei brani più diretti di Cip!, il disco di cui vi parlo nell’intro di questa playlist, è anche quello che apre il nostro lunedì. Un infuso di amore necessario, “perché gli uomini smettono di essere buoni solo quando si pensano soli, quando perdono di vista la luce che sta in tutte le cose”. La voce di Dario Brunori è meno rinogaetanosa degli esordi, le melodie si rifanno anche a un altro tipo di cantautorato, il messaggio è quello accennato anche in A casa tutto bene, il disco precedente che sembrava un picco irraggiungibile. Però Cip! riesce bene a ricordarci che il cantautore calabrese ha talento e sa parlare dell’attualità senza risultare banale, pedante e ripetitivo. Non si parla di gruppi politici ma di umanità, di amore nelle sue sfaccettature, di voglia di vivere accettandosi, senza turbare l’armonia dell’universo che, in fondo, avrà anche una data di scadenza. E per questo vi rimando alla traccia di chiusura dell’album, la sublime Quelli che arriveranno.

Still Corners – The Trip

Che poi la vita è un viaggio, e bisogna affrontarlo al meglio. Un viaggio lo è anche, sia dal punto di vista del nome che da quello prettamente sonoro, il brano degli Still Corners che mettiamo in play quest’oggi; tratto da Strange Pleasures, secondo disco del gruppo londinese, fuori nel 2013 per Sub Pop, ci regala orizzonti onirici con la voce di una meravigliosa Tessa Murray a cullarci tra le nuvole di un tramonto che accompagna il nostro percorso. La forza del loro dream pop sta proprio in questa capacità di disegnare tragitti inesplorati, di metter voglia di camminare, come nell’utopia di Galeano, non tanto per arrivare a una destinazione, ma per crescere e conoscere, per capire cosa abbiamo attorno, cercando una meta senza esserne assillati, perché proprio il viaggio in sé può rappresentare il migliore dei traguardi, quando lo spirito con cui ci si incammina è quello giusto.

London Grammar – Strong

Nella radio in cui lavoravo nel 2013 uno dei miei compiti era quello di ascoltare i nuovi singoli e dischi in uscita e selezionare quelli potenzialmente più interessanti dal punto di vista della rotazione. Mi confrontavo spesso, per non restare chiuso nei miei gusti, con altri netowrk nazionali e controllare se mi fosse sfuggito qualcosa. Una delle scelte più azzeccate, qualitativamente parlando, fu questa Strong, che al tempo non era così tanto pubblicizzata, né ebbe un immediato successo in Italia (non so, sinceramente, nei mesi a seguire). I London Grammar mi rapirono dalla prima nota, mi innamorai di If you wait, un disco bellissimo e fuori dal tempo, da vera e propria sindrome di Stendhal. I tre hanno avuto poi un periodo di pausa di quattro anni, concluso con la pubblicazione nel 2017 di un altro album, Truth is a Beautiful Thing, forse non ai livelli del primo ma comunque ottimo, perché la qualità prima o poi dovrà davvero vincere in questo mondo.

Colapesce – Fiori di Lana

Nel 2010 il cosidetto indie italiano, definizione orrenda che prendiamo per quel che vale, sfornava un nuovo presunto fenomeno al giorno. Uno dei migliori, non a caso uno dei pochi che nel tempo ha saputo trovare sempre meglio il suo posto nel mondo, è Lorenzo Urciullo, che debuttante non era ma che con il progetto Colapesce ha scritto dei brani straordinari. Ho scelto Fiori di lana per la playlist di oggi perché tratto dall’EP eponimo, un lavoro forse trascurato da chi di dovere al tempo, ma che poi (anche comprendendolo nella deluxe del primo disco ufficiale, Un meraviglioso declino) è stato fortunatamente riscoperto e rivalutato qualche anno dopo. Fa un po’ specie pensare che quel piccolo gioiellino nel 2020 faccia dieci anni, però il tempo tiranno non ha padroni e ci atteniamo ai calendari per capire quanto ne passa, sentendoci forse a torto e forse a ragione un po’ più vecchi.

Ash – Vampire Love

Una playlist europeista, in barba a tutto e tutti: dopo Inghilterra e Italia ci spostiamo nell’Irlanda del Nord, andando dagli Ash, gruppo che nel 2004 incideva Meltdown, il loro disco che, secondo chi verga queste righe, è il migliore che abbiano mai scritto. Meltdown si chiude con Vampire Love e all’interno contiene forse il loro brano più famoso, quella Starcrossed che tra canzone e video richiama la storia di Romeo e Giulietta; avendo cominciato parlando di amore, restiamo in tema fino alla fine, con il richiamo al romanzo di Shakespeare e la Vampire love che invece ci godiamo in un tripudio di voglia di tornare ventenni per urlare sotto palco con Tim Wheeler che non è la fine, e che quel desiderio di avere qualcuno tra le proprie braccia durante la notte è così puro e genuino che non se ne può proprio fare a meno, anche a costo di doverlo gridare a 1340 decibel. Cioè, per intenderci, proprio come urlereste il vostro rancore in faccia a chi vi tormenta nelle dure giornate di lavoro. Che per fortuna, però, poi terminano. Ci resta la musica, sfruttiamola bene.

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