Come una marea, la si sente montare. È un movimento informativo, alimentato dai comunicati degli uffici stampa delle forze dell’ordine, che dipinge una città insicura, preda, specie la notte, di esplosioni di violenza giovanili. E anche di inciviltà: ragazzi che schiamazzano per strada fuori dal recinto dei locali, e minori che reclamano la loro bottiglia di birra del fine settimana. Ma non è che il giorno vada meglio, con tutti quegli ambulanti… Madama la marchesa, dove siamo finiti?!

È necessario – è la risposta di Giunta comunale, Prefettura e Comitato per l’ordine e la sicurezza – dare un segnale! Bisogna vigilare, aumentare le restrizioni e sanzionare i locali che spacciano il diritto a quel sabato notte che, almeno dalla fine degli anni settanta del Novecento, costituisce l’orizzonte cognitivo del consumatore giovane e assetato di vita. Siano maledetti John Travolta e la sua febbre serale del fine settimana.

E sebbene questa rappresentazione emergenziale – coltivata da quegli uffici per la comunicazione che un ruolo così importante hanno avuto nel rinnovamento della reputazione delle forze di polizia, che era stata a lungo sotto terra – vada avanti con regolarità da anni, a Messina così come nel resto del Paese una sua obiettiva recrudescenza la si ha avuta nei mesi antecedenti e successivi al primo picco pandemico. Il fantasma delle baby-gang nel 2018 e 2019, qualche immancabile incidente stradale e, per l’appunto, qualche rissa hanno diffuso nella provincia italiana, inclusa la nostra città, un acritico senso di insicurezza fondato su un antico sentimento reazionario mai estintosi, che da sempre vede i giovani al centro delle preoccupazioni delle generazioni più anziane.

Generazioni anziane, peraltro, che presentano un’amnesia strutturale rispetto a quella che è stata una fase biografica che ha riguardato anch’esse in anni non sempre remotissimi. Anni, comunque, in generale molto più violenti e pericolosi dal punto di vista della criminalità – piccola e grande, giovanile e non – di quanto non siano quelli correnti (qui una serie di grafici basati sulle serie storiche dell’Istat, anch’esse pubbliche e consultabili, ma non di altrettanto facile lettura), in cui i reati contro la persona apparivano, nel 2017, nettamente inferiori rispetto ai sette anni precedenti in cui avevano toccato il loro picco storico (64.000 denunce nel 2017 contro i 70.000 del 2010); anni in cui il reato d’omicidio appariva, come lo è oggi, in via di progressiva estinzione e si consumava per buona parte in ambito familiare (331 omicidi nel 2017; circa 2.000 nel 1990), e in cui i reati legati agli stupefacenti rallentavano sensibilmente rispetto ai decenni precedenti (si pensi al passaggio che dal 1972 al 1992 vede le denunce passare da poche decine a oltre 30.000 per poi salire a 46.000 sul finire degli anni novanta e, infine, retrocedere sino ai 40.000 attuali). Sul fronte degli incidenti stradali con vittime o feriti, infine, da decenni appare netta la tendenza decrescente (263.100 nel 2001 contro i 174.933 del 2017).

In questo senso verrebbe da innanzitutto da osservare che è estremamente fortunata quella società che non abbia più da temere né guerre di mafia (per restare in Sicilia, circa 1.000 le persone uccise negli anni che vanno dal 1979 al 1986) né il terrorismo interno (diamo per buone queste parole: “Solo tra il 1969 e il 1987, negli anni di piombo, c’è chi ha contato 14.591 atti di violenza politica, con 419 morti e 1.181 feriti”) e che quindi possa preoccuparsi con un’energia pari, se non di gran lunga superiore a quella mostrata in passato nel contrasto alle mafie, di scazzottate, birre e schiamazzi, come se da questi dipendesse il futuro della nazione o delle città. Reclamando, per di più, l’esercito e il coprifuoco.

In seconda battuta, bisogna notare lo scostamento tra le percezioni sociali, le politiche simboliche in materia di ordine pubblico e gli andamenti e le tendenze reali dei fenomeni sociali, il cui senso è apprezzabile unicamente attraverso i tempi lunghi delle serie storiche e non quelli brevi delle analisi annuali o, molto peggio, degli episodi di cronaca che si succedono nell’arco di giorni o settimane consecutive. Si potrebbe così dire che tanto l’opinione pubblica nel proprio complesso quanto le autorità non abbiano certo i dati al centro del proprio sguardo e della propria azione. Sia pure per motivi diversi, esse appaiono anzi ugualmente emotive e irrazionali. In tal senso, la relazione tra autorità e popolazione ricalca quella di un genitore che, invece di scoraggiare le fantasie del figlio intorno a un lupo cattivo che minaccia la sicurezza della famiglia, lo rassicurasse costruendo trincee e fili spinati e confermando che sì, il suono minaccioso del vento è in effetti l’ululato della bestia. Un padre che, di certo, non racconta per esempio che Messina è da anni tra le città più sicure d’Italia. Più sicura di città notevolmente più piccole.

Torneremo nel corso di altri articoli sul processo storico che ha imposto questa relazione tra potere pubblico e opinione pubblica. Per ora è sufficiente osservare che questa relazione è paternalista perché incentrata sulla sostituzione del governo politico con quello delle emozioni. Nella sua comunicazione pubblica, l’autorità – non importa se di tipo centrale o locale – impiega sempre meno analisi relative alle cause strutturali dei fenomeni, preferendo intervenire su quelle sovrastrutturali, ossia sulle emozioni e la “cultura”. In tal modo, per esempio, la sporcizia delle strade cessa di essere un problema di cattiva organizzazione dei servizi e diventa responsabilità del cittadino incivile. Gli schiamazzi, il traffico e il rumore della notte vengono sconnessi dal problema della pianificazione urbana o della sostituzione di una economia di produzione con quella di servizio e diventano, ancora una volta, un problema di inciviltà dei cittadini.

Se quella della responsabilizzazione della cittadinanza si è rivelata una tecnica di governo di successo – la cui paternità è facilmente ascrivibile a politici come Margaret Thatcher e Roland Reagan con la loro enfatizzazione del ruolo dell’individuo a dispetto di quello dello Stato nella cura e promozione delle comunità – essa innesca un circolo vizioso che fa piazza pulita della complessità urbana.

Se, per esempio, la via poliziesca all’ordine urbano piace alle classe medie le cui entrate sono garantite dal settore pubblico oppure a quegli individui che si sono ritirati dalla vita sociale e coltivano la propria vita dentro lo spazio privato delle proprie abitazioni, rimane il fatto che la vita urbana contempla quote importanti di soggetti non garantiti, oppure di individui, più o meno giovani, la cui sussistenza e benessere dipende dallo spazio pubblico. Uno spazio pubblico che, nei lunghi mesi della quarantena, è stato negato e ha accresciuto così il malessere di molti.

Per esempio quegli ambulanti che, al di là del possesso di una regolare licenza, costituiscono comunque la preda prediletta dei vigili urbani, sono soggetti che nei mesi della pandemia non hanno percepito entrate e che, al momento della riapertura, si vedono sequestrati quei prodotti che servono alla propria sussistenza. Sono soggetti, dunque, che vengono fatti precipitare nel debito e nella dipendenza, con effetti che potrebbero sentirsi in un breve futuro anche sul piano dei cosiddetti reati di necessità. L’intolleranza nei loro confronti ricorda così quella Maria Antonietta che, di fronte allo spettacolo della fame sofferta dal popolo, non ebbe niente di meglio da dire: “Che mangino brioches”.

Ma “che mangino brioches” è anche quello che si dice ai gestori dei locali e ai loro dipendenti, sommersi da debiti con fornitori, locatori e fisco, e ugualmente privi di adeguato e puntuale supporto. E in questa prospettiva brioche, anziché birra, dovrebbe mangiarle anche il giovane proletario pieno di vita e desiderio impossibilitato a consumare nei costosi dehor dei locali e costretto a sedersi sul gradino di un monumento che, però, gli viene precluso.

Infine bisognerebbe sottolineare l’inefficacia delle misure politiche, che, a giudicare dai comunicati stampa delle agenzie di controllo, non intaccano minimamente i problemi. Tralasciando una seria analisi criminologica e inseguendo invece proprio il discorso claudicante delle autorità, in città ci si continua a picchiare, a bere, a guidare in violazione delle normative del codice della strada e a fare tutto ciò che è formalmente vietato. Lo si continua a fare in barba a norme manifesto, tanto roboanti quanto inefficaci, che piacciono tanto alle persone per bene, ma non servono poi molto ad arginare quelli che sono dei non-problemi, oppure dei problemi minimi e fisiologici all’interno di uno spazio metropolitano che raccoglie bisogni, condizioni e atteggiamenti diversissimi tra loro. E che, soprattutto, per tornare all’esempio precedente, non è certamente una casa né una famiglia abitata da un padre che possa pretendere di risolvere i problemi assecondando le paure del figlio prediletto, scavando trincee ed evitando di confrontarsi con le cause vere e strutturali di cui quelle paure costituiscono un semplice riflesso bisognoso di interpretazioni più profonde. Interpretazioni e azioni che, evidentemente, eccedono le capacità di chi, politico o tecnico, avrebbe la responsabilità di governare sfidando la struttura, anziché la “cultura” di chi abita la città.

 

 

 

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