Nella precedente puntata si è mostrato come De Luca metta in atto una performance pubblica che prende ispirazione dal cattolicesimo popolare. La conduzione pastorale del “gregge”, ossia della cittadinanza, si accompagna all’unificazione simbolica nel corpo del sindaco dei poteri politici, giudiziari, esecutivi e, soprattutto, morali. Sono in particolare i racconti dei “blitz” a racchiudere questa dimensione insieme secolare e spirituale. I blitz, infatti, appaiono come pedagogie civili e morali, volte a forgiare modelli di comportamento desiderabili. De Luca, in tal senso, è un “ayatollah” più che un semplice prelato o, tantomeno, un sindaco.

Nella stessa puntata si notava però che se le guide morali devono essere integerrime e al di sopra di ogni sospetto, il sindaco oggettivamente non lo è. Alle sue sterminate assoluzioni processuali si accompagnano, per esempio, le prescrizioni. Ossia l’intervento di un istituto che afferma l’impossibilità di un giudizio e, contemporaneamente, impone la permanenza del sospetto che qualche infrazione della norma possa essere stata effettivamente commessa. 

Se tutto ciò è rilevante ai fini del nostro discorso, non lo è certamente a fini giustizialisti, di cui non potrebbe importare di meno, ma socio-antropologici. Se il “pastoralismo” di De Luca è infatti all’insegna del massimo rigore contro le illegalità, l’affidarsi di parte della comunità a un pastore sulla cui biografia pubblica gravano ombre è un processo che implica la rimozione degli elementi incongruenti dalla rappresentazione che il potere dà di sé. La tesi di questo articolo, pertanto, è che tale rimozione assolva una serie di funzioni sociali.

La prima, e più banale, è che la rimozione dei sospetti relativi alla condotta del capo corrisponde alle rimozione delle colpe di chi lo sostiene. Attraverso l’assoluzione pratica del capo, è il corpo sociale ad assolversi delle proprie piccole e grandi manchevolezze di carattere pubblico. Tra le file di una platea locale così vasta di sostenitori di un leader e delle sue politiche, è credibile infatti che nessuno abbia conferito la spazzatura fuori dagli orari, parcheggiato in seconda fila oppure praticato il voto di scambio, per citare solo alcuni peccati veniali? Che a stare con il sindaco, insomma, siano solo e soltanto coloro che hanno praticato per tutta la vita modalità di esercizio della cittadinanza conformi e del tutto estranee alle devianze piccole e meno piccole che caratterizzerebbero l’“inciviltà” messinese? Una inciviltà, secondo questa stessa vulgata, “di massa”…

Un elemento di continuità tra la presente puntata è quella precedente – incentrata su De Luca come fenomeno religioso – sta nel fatto che questa folla, ricca presumibilmente di “colpevoli”, è anche largamente farisea. Lì ove il termine indica tanto il rigorismo etico di una corrente politico-religiosa ebraica quanto il formalismo irriflessivo dei seguaci di quella stessa dottrina, che imputavano agli altri colpe che erano anche proprie. Una massa ampiamente ipocrita, insomma.

Ma questa ipocrisia, col suo corredo di rimozioni attinenti al proprio sé individuale quanto a quello del capo, svolge almeno una funzione sociale: quella di conformità. La massa resa conforme dal leader sarebbe così quell’agglomerato sociale che esperisce finalmente l’unità dopo decenni di divisione e abbandono. Ossia è quella massa che era precedentemente atomizzata e che ora sente di essere sentimentalmente riunificata attraverso la messa in circolazione di valori insieme civili e “spirituali”.

Se però questi valori da un lato appaiono unificare, dall’altro dividono e distinguono in gruppi proprio la cittadinanza. Se per esempio, come nel caso di Messina, l’obiettivo delle politiche è la messa al bando dell’inciviltà, gli incivili vanno individuati e il loro comportamento stigmatizzato e sanzionato senza alcuna cura per le motivazioni politiche o sociali che ne determinano l’esistenza e le condizioni (sono questi i casi dei rifugiati, dei senza-casa, delle prostitute, dei sudici, dei fracassoni, dei nullafacenti e di chi pratica la movida “selvaggia”, per citare solo alcune figure attinenti alla vita recente della città. Il fantasma degli indesiderabili, estranei al corpo “buono” della società locale). 

Dal proprio lato il cittadino che tende alla conformità perché è illuminato dai valori che orientano il nuovo corso politico, oppure perché intravede dei vantaggi nell’associarsi al partito di governo o, ancora, perché teme lo stigma che potrebbe colpirlo se si opponesse pubblicamente, deve abbracciare questa nuova fede civile e il radicalismo che sottintende, partecipando così alla stigmatizzazione dei devianti e rinunciando, almeno per quanto è dato a vedere agli altri, a ogni forma di tolleranza e comprensione nei loro confronti. 

L’interpretazione di questo processo, tuttavia, è resa complicata dalla compresenza di variabili come la classe sociale, l’età e l’istruzione, che fanno sì che i significati che ciascun individuo e sottogruppo sociale assegna a questo comune istinto di conformità abbiano sfumature diverse, che però convivono nello spazio pubblico. A giudicare dai commenti on line, per alcuni – spesso, ma non necessariamente, caratterizzati da livelli apparentemente minori di istruzione – il sindaco sembra essere causa e oggetto di una libidine essenzialmente psicologica che ha al proprio centro il potere. Il potere “maschio”, in particolare (ossia quello volitivo, decisionista, pragmatico, aggressivo e carismatico). 

Per altri – di matrice per lo più borghese – il sindaco, con le sue vistose eccentricità, incarna il prezzo che occorre pagare per perseguire quegli ideali astratti di civiltà che stanno alla base di un complesso collettivo di arretratezza sociale e territoriale divenuto nel frattempo piattaforma politica. Un complesso, occorre precisare, che non inventa il primo cittadino, ma che aleggia da sempre nella storia del Sud e appare perciò saldamente incuneato dentro quella eterna “Questione meridionale” di cui De Luca rappresenta un paragrafo. 

Un complesso che il sindaco – in ragione di una ideologia semplicistica e vetusta di matrice neoliberale, della mancanza di strumenti storici e sociologici utili a una rilettura critica dei concetti positivisti che stanno dietro i discorsi egemoni sul Sud e, soprattutto, forte di un sostanziale opportunismo – riprende, trasforma in prodotto politico e rivende al proprio pubblico, secondo quel principio sociologico per cui i “populisti” danno in pasto ai propri elettori ciò che questi vogliono sentire e possono capire. Un demagogo, infatti, non deve ampliare le vedute della cittadinanza, ma deve confermare e ribadire ciò che tutti sanno. È in questo processo di comunione cognitiva e sentimentale che si cela la presa del potere.

Ma se la rimozione come concetto generale corrisponde più o meno all’esclusione dalla coscienza degli elementi che minano le rappresentazioni del Sé e che simboleggiano pertanto l’irriducibile distanza dagli ideali morali a cui il soggetto individuale e collettivo aspira, lo stesso processo di rimozione agisce talvolta come amplificatore delle tendenze occultate. E perciò delle condotte, che risulteranno parossistiche. 

La rimozione della “colpa originaria”, ovvero il fariseismo che ne consegue (ricordiamo infatti che il cattolicesimo popolare e “basso”, con i suoi tic e le sue insidie, è sempre annidato dietro l’angolo. Specie in un luogo dove il sindaco esibisce una grande statua di Gesù sullo sfondo delle immagini che lo ritraggono), è insomma ciò che induce l’impeto legalitario a manifestarsi con la forza che lo contraddistingue. L’eccedenza di legalismo è così il sintomo dell’ombra morale, comune e negata, che pende su tutti – sul capo e il suo popolo – e che deve manifestarsi con la potenza che conosciamo per diniegare la propria origine.

È in questa rimozione – oltre che negli interessi materiali che occulta, legati per esempio alla rendita immobiliare, alla costruzione di un blocco sociale di supporto, oppure alla costituzione anacronistica di un ideale spazio per il commercio (propria di un ceto diffuso e perciò influente di esercenti che, nel proprio complesso, non capisce né accetta l’irreversibilità della ristrutturazione generale delle economie e, dunque, l’ontologia della propria marginalità in questo quadro consolidato) – che affonda quella personalità autoritaria che trova nell’aspirazione all’ordine pubblico la propria compensazione psicologica di massa. 

(Continua)

Qui le altre puntate: 1, 2, 3, 4

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