Giorno 21 gennaio avrà luogo presso il Salone delle Bandiere di Palazzo Zanca il primo incontro tematico del ciclo, giunto alla V edizione, “Cristianesimo e Islam per una Città plurale. Dialoghi di conoscenza e riconoscimento reciproco”, organizzato dalla Comunità Islamica di Messina e dall’Arcidiocesi di Messina Lipari Santa Lucia del Mela, rappresentata da Consulta delle Aggregazioni laicali, Caritas, Ufficio Migrantes e Ufficio per il Dialogo interreligioso.

La finalità di tali incontri è quella dicontinuare e progredire nella conoscenza, nel riconoscimento reciproco e nella convivenza pacifica, consapevoli che la comprensione di affinità e differenze aiuti a stabilire un clima di maggiore dialogo e serenità per la realizzazione di una Città plurale”.

Il tema di questo primo incontro sarà: “la fraternità originaria dei popoli”, e registrerà le testimonianze di tre rappresentanti delle tre religioni monoteiste. 

Relatori saranno infatti il Rav Joseph LEVI, Rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze e della Toscana centro-orientale dal 1996 al 2017, docente presso prestigiosi atenei italiani ed esteri; Mons. Giuseppe Costa, professore ordinario di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico “S. Tommaso” di Messina; il Dottor Abdelhafid Keith, presidente della Comunità islamica siciliana e Imam della Moschea di Catania.

Al sottoscritto, cui è stato immeritatamente offerto l’incarico di coordinare l’incontro, l’evento ha suggerito le considerazioni che seguono.

Mi ero in un blog ormai lontano soffermato su temi analoghi (cfr. http://www.letteraemme.it/2018/05/25/un-occidente-senza-rimorsi-alle-radici-dei-terrorismi-e-dei-conflitti/). Adesso cerco di fornire altri spunti su tale argomento, che considero cruciale per le sorti della nostra civiltà.

Occorre partire da un dato concreto. Da molti anni, in Italia, la realtà di altre fedi religiose non è più un’eccezione ma la regola. In un certo senso si è prodotto un processo inverso a quello cui la storia ci aveva abituati. In passato eserciti, missionari, etnografi, viaggiatori a vario titolo si recavano in paesi esotici per conquistare, convertire, studiare, ammirare o depredare… Oggi si può affermare che le religioni del mondo sono venute ad abitare casa nostra, quella che eravamo abituati a considerare una casa esclusiva e impermeabile alle alterità. La globalizzazione e la rapidità dei mezzi di trasporto e di comunicazione hanno certamente svolto un ruolo principale in questa rivoluzione epocale, le cui ricadute demografiche, antropologiche, politiche sono ancora tutte da valutare nella loro concreta portata. Il nostro Paese è così divenuto, al pari di altri, un luogo di accoglienza per migliaia di immigrati provenienti dai luoghi più tormentati del pianeta (un tormento, tra parentesi, cui l’opulento Occidente non è affatto estraneo e indenne da responsabilità). La nuova situazione di coesistenza, che a rigore avrebbe dovuto sortire curiosità e desiderio di conoscenza, ha viceversa alimentato in gran parte della popolazione, nazionale e locale, sentimenti di ripulsa e disprezzo, quando non addirittura di odio e razzismo. Quell’allargamento dei confini di umanità e di umanesimo di cui parlava speranzoso sessant’anni or sono Ernesto de Martino non si è ancora verificato, e ciò che poteva e doveva essere percepito come una risorsa è stato e viene oggi da molti vissuto come una minaccia. Una minaccia che deriva tanto dalla non conoscenza degli altri, dal rifiuto di aprirsi alle loro vite, quanto – e soprattutto – dalle ciniche manipolazioni di leaders politici che creano il proprio consenso instillando paure, pregiudizi, diffidenze e luoghi comuni.

Per costruire un modello di società diverso da quello cupo e spietato proposto da questi capipopolo, oggi non basta più la mera “tolleranza”. Ernesto de Martino, il grande etnologo padre dell’antropologia italiana già citato, ebbe ad affermare che questo nostro pianeta è divenuto troppo angusto – tanto velocemente ormai lo si attraversa! – per poter tollerare semplici coesistenze. Ciò comporta che nel panorama caratterizzante le nostre giornate storiche sia oggi necessario il riconoscimento reciproco e condiviso di una comune condizione umana, piuttosto che asettiche e indifferenti “tolleranze”. Occorrono la conoscenza reciproca, il rispetto reciproco, il reciproco ascolto. Occorre il dialogo.

Il dialogo, diàlogos, è un discorso (logos) tra (dia) persone, che per discorrere tra loro non possono che incontrarsi.

Il nostro territorio è divenuto luogo di pratiche religiose poste in essere da comunità lontane dalle nostre fedi e dalle nostre tradizioni. Per comprendere appieno tale realtà occorre dunque uno sguardo “antropologico”, un’umana partecipazione, una lucida comprensione delle culture tutte, la cui varietà non venga mai avvertita come un problema quanto piuttosto come un arricchimento.

Se si dispiega a sufficienza questo sguardo non può che scaturirne una sommessa riflessione sulla diversità, quella che i razzisti di casa nostra aborriscono; la diversità degli altri è tale perché la storia dei diversi da noi ha preso altre traiettorie rispetto alla nostra storia. Ma tutte queste storie diverse sono, tutte quante insieme, ciò che fa la bellezza, la varietà e la ricchezza del nostro pianeta (un pianeta meraviglioso, solo che si abbiano occhi e cuore per accorgersene).

Non esiste la barbarie, come reputano alcuni leghisti. Barbaro è chi crede nella barbarie degli altri prima ancora di averli incontrati e “sperimentati”. Dunque, gli unici barbari sono tutti coloro, rozzi leghisti o rozzi talebani, che ancora guardano con sospetto, paura, avversione chiunque non abbia la propria pelle e i proprî vizi.

Queste considerazioni sono necessarie anche ai fini di un auspicabile ecumenismo volto a creare uomini e donne pronti a condividere le ragioni delle rispettive fedi. Devono infatti ancora essere colti i motivi di verità presenti nell’espressione “unità trascendente delle religioni” coniata da Frithjof Schuon (un tradizionalista, ma di quelli buoni) per indicare il fondo comune che, al di là delle differenze, tutte le comprende. Tale fondo comune non si potrebbe forse meglio individuare che nella figura di un Dio il quale si prende cura di tutte le sue creature.

Anche se ciascuna fede può legittimamente rivendicare per sé, e per sé sola, l’esclusiva detenzione della Verità, dobbiamo essere consapevoli che questa posizione conduce fatalmente a quell’integralismo che ha insanguinato e continua a insanguinare il nostro tempo. Dovremo infine imparare faticosamente a masticare una nuova verità: Se noi cristiani pensiamo di essere gli unici detentori della verità, ci condanniamo a rimanere senza Chiesa e senza storia e non viviamo il nostro tempo con la liberta della gloria dei figli di Dio.

Ciò non significa, naturalmente, abdicare alla propria fede abbracciando un asettico relativismo, quanto piuttosto sforzarsi di leggere i semi di verità presenti in ogni tradizione religiosa, la quale però per essere credibile non può che prendere le distanze da qualunque tentazione integralista, atteggiamento quest’ultimo che – a ben vedere – si rivela sempre una strumentalizzazione della vera religione per fini di potere o di denaro (l’eterno “sterco del demonio”).

Nell’Italia di oggi, in cui, attraverso le migrazioni e la globalizzazione, il mondo si mostra in tutte le sue sfumature culturali, etniche e sociali, il dialogo interreligioso diventa un’esigenza derivante dalla realtà che con questi “altri” noi abbiamo ormai in comune orizzonti fisici e, sempre più, anche simbolici. Non si tratta insomma di essere “buonisti” (come vengono tacciate le persone di buona volontà da coloro che buoni non sono), ma di attrezzarsi a vivere serenamente un pianeta attraversato, come da sempre nella storia, da popoli in cammino. Il pluralismo religioso è quindi una realtà, non una scelta. 

Se tale pluralismo accettassimo e coltivassimo senza frapporre barriere tra noi e gli altri, certamente gli stereotipi che albergano nei nostri cuori cadrebbero più velocemente. Se decidessimo di accettare il dato di fatto che la nostra identità non è una camicia di forza che ci imprigiona nella tradizione e nel già visto ma una realtà dinamica, naturalmente vocata all’alterità, all’apertura verso gli altri, per ciò stesso disponibile alle contaminazioni e agli arricchimenti, bene, sono convinto che saremmo meglio fondati nelle nostre stesse radici. Il viaggio nelle differenze e l’incontro con le differenze comporta sempre la messa in causa del sistema in cui si è nati e cresciuti (Claude Lévi-Strauss) delle proprie categorie mentali e dei propri modelli culturali. Non è un cammino semplice, ma diventa necessario in un mondo caratterizzato dalla complessità. 

Il dialogo interreligioso – unitamente al dialogo tra le culture – è considerato nei documenti dell’Unione Europea pratica essenziale per “dare un contributo significativo allo sviluppo di una società libera, ordinata e coesa”, che sappia “superare l’estremismo filosofico e religioso, gli stereotipi e i pregiudizi, l’ignoranza e l’indifferenza, l’intolleranza e l’ostilità, che anche nel passato recente sono stati causa di tragici conflitti e di spargimento di sangue in Europa”. (Dichiarazione sul dialogo interreligioso e sulla coesione sociale, adottata dai Ministri dell’Interno nella Conferenza di Roma di ottobre 2003 e fatta propria dal Consiglio Europeo, doc. 5381/04).

Nell’era della globalizzazione, in un pianeta sempre più piccolo e interconnesso, le religioni tutte si trovano dunque di fronte a un bivio. O dialogare tra loro, nel rispetto reciproco delle ragioni delle proprie rispettive fedi, o diventare luoghi di manipolazione e di strumentalizzazione ad opera di organizzazioni, movimenti, partiti politici per nulla interessati ai fatti religiosi ma consapevoli che attraverso lo sfruttamento di simboli religiosi è possibile guadagnare l’adesione di soggetti privi di spirito critico e inconsapevoli della reale natura dei messaggi loro rivolti.

Questa sarà una sfida cruciale per l’intera umanità, posto che propendere per l’una o l’altra scelta comporterà organizzare la vita del pianeta secondo principî di tolleranza, ovvero deturpare il pianeta stesso con guerre sante, erezione continua di muri fisici e mentali, sovranismi e razzismi, intolleranza e cecità rispetto a qualunque forma di diversità.

Alle religioni stesse toccherà pertanto il compito di rinnovarsi profondamente, rinunciando alle forme deteriori di appartenenza, storicamente determinate, e aprendosi al dialogo continuo con l’altro da sé, da percepire come soggetto portatore di uno “sguardo” più che come oggetto da temere e giudicare. 

Di fronte a questa sfida, la Chiesa stessa deve ripercorrere con spirito critico e disincantato (ma caritatevole…..) la propria storia passata, rinunciando probabilmente alle originarie visioni ecumenistiche e ponendosi in ascolto delle grandi tradizioni religiose che oggi abitano i cuori di miliardi di persone (buddismo, induismo, confucianesimo, Islam…) per raggiungere una nuova capacità di visione rispetto alle modalità con le quali Dio si è reso presente. Tale cammino, certamente lungo e faticoso, non potrà tuttavia che dischiudere, alla fine di un percorso che non ci è dato conoscere, la consapevolezza (certamente rispondente alla volontà di Chi ci ha creati) della sostanziale unità dell’intero genere umano.

Un’ultima riflessione è doverosa. Si ritiene solitamente che una delle caratteristiche dell’identità debba essere la purezza. Niente di più falso, niente di più ottuso! Secondo quanto ci ricorda l’antropologo americano James Clifford, “i frutti puri impazziscono”! La nostra identità di europei, italiani, siciliani, cristiani è, naturalmente e storicamente, ibridata, frutto ed esito delle molteplici, benefiche “contaminazioni” che gli eventi storici e le conseguenti dinamiche acculturative ci hanno riservato, dalla civiltà greco-romana all’Illuminismo e oltre.

In ogni caso, il rispetto per “il sacro degli altri” è una condizione irrinunciabile per accettare reciprocamente le diversità culturali e religiose, che tutte insieme compongono il variopinto mosaico di umanità, la cui bellezza sta probabilmente all’origine dell’atto creatore.

 

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