Messina e la notte contesa. Osservazioni su bivacchi, degrado, esercito e politica

Il dibattito su Piazza del Popolo, le baby gang, le soluzioni "di pancia" e il fallimento pedagogico e sistematico della repressione sotto la lente del sociologo Pietro Saitta, che ripercorre sessant'anni di conflitti generazionali irrisolti (e probabilmente irrisolvibili) e di discorsi fondamentalmente identici a se stessi

 

Un bel libro di Valerio Marchi intitolato Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri  – solo uno delle migliaia di titoli dedicati al tema che potrebbero citarsi – ci spiega che una storia esaustiva della guerra dei vecchi contro i giovani dovrebbe andare a ritroso sino al mondo greco-romano. Una storia troppo lunga e complessa, dunque. Meglio partire dal Rinascimento, diceva Marchi. 

Alcuni degli stralci che troverete alla fine di questo blog risalgono invece agli anni sessanta del Novecento e possono più facilmente riconnettersi alla memoria diretta o semi-tale di alcuni tra noi. Sessant’anni – se non seicento – di criminalizzazione della gioventù e di invocazione di misure repressive atte a colpire indisciplinatezza, violenza e tendenza all’ebbrezza di quelle figure che animano la notte rendendola insicura. 

Questi discorsi, che da oltre mezzo secolo si sviluppano per mezzo di canovacci e figure retoriche sempre uguali, avvengono comunque dentro cornici politiche e sociali differenti. Se il lessico reazionario è insomma lessicalmente limitato, concettualmente povero e fondamentalmente identico a se stesso, a cambiare sono gli interessi e le condizioni entro cui questi discorsi vengono enunciati. Un discorso compiuto sulla notte deve così individuare significati culturali, attori e funzioni specifiche di questo momento cruciale per la vita urbana.

Com’è banale a notarsi, quantomeno dagli anni sessanta e in modo crescente nei decenni successivi, la notte è innanzitutto uno dei terreni in cui si sviluppa l’individualità. In particolare modo per il soggetto “giovane”, ossia post-adolescente, la notte è uno spazio espressivo e sensoriale, in cui si allenta il controllo del mondo adulto e in cui si è liberi di mettere in scena se stessi, relazionandosi agli altri in chiave sessuale, oppure semplicemente amicale. È il momento dell’alterazione e della sperimentazione; ossia quello in cui normalità e eccezionalità vengono a messi a confronto e in cui si impara a bilanciare le due condizioni. Ma è anche lo spazio della ripetizione, della delusione e della noia. E, dunque, delle condotte reattive: da quelle creative a quelle violente. 

La notte è il terreno in cui gli squilibri demografici assumono sostanza. Il conflitto tra giovani e vecchi ha come terreno il sonno. Da un lato il tempo della riproduzione di quelle energie necessarie per lavorare o anche semplicemente per rimettersi in piedi l’indomani. Dall’altro il tempo della vita e dello sviluppo individuale. Come tutti i conflitti per le risorse, questo conflitto è implicitamente politico. Se i vecchi sono demograficamente prevalenti, il loro interesse ha buone probabilità di prevalere, perché  sono considerati elettori che fanno vincere le elezioni: connettersi al loro sentire medio è giudicato fondamentale dai decisori pubblici. Se a prevalere sono invece i giovani e se l’economia urbana è di tipo “creativo”, la città punterà sulla notte come fattore di attrazione urbana. Il trattamento riservato dai poteri pubblici alla notte è in generale un indicatore attendibile – o per lo meno un proxy affidabile – di quale sia la condizione di una città dal punto di vista sociale ed economico.

La notte è un tempo e uno spazio conteso che nell’arco degli ultimi sessanta o settant’anni ha prodotto un repertorio linguistico-politico da cui attingere facilmente in assenza di altri contenuti da immettere nella discussione politica. I politici di primo e secondo piano in cerca di visibilità possono facilmente mobilitare formule incentrate sul degrado, il rischio e l’insicurezza, certi di toccare tasti emotivi che dopo sessant’anni sono ben radicati nella cultura popolare e che richiamano, pavlovianamente, reazioni di sostanziale accordo presso un pubblico di vecchi o nostalgici. Da sempre la strategia simbolica del pensiero reazionario si fonda infatti sulla ripetizione: ossia sul raccontare ciò che tutti sanno e sulla evocazione di mondi immaginari in cui a prevalere erano i valori dell’ordine.

La notte è un tempo, ma anche uno spazio. La contesa di Piazza del Popolo lo dimostra. Si parla di ubriaconi, degrado e coprifuoco, mobilitando quel famoso repertorio povero e ripetitivo che caratterizza il discorso pubblico da oltre mezzo secolo. Ma lo si fa perché si deve trovare un modo di entrare in un dibattito pubblico da cui si è assenti per mancanza di altri contenuti, oppure perché ci sono interessi che devono essere introdotti in questo dibattito? Qualunque sia la risposta, a colpire in questo caso è che l’attacco reazionario abbia per oggetto una piazza che, comprensibilmente nella stagione  invernale, è per gran parte del tempo un deserto. Il fantasma e il mantra della sicurezza colpiscono così uno spazio che è stato abbandonato innanzitutto dai cittadini “normali”, impegnati verosimilmente a stare a casa oppure a frequentare più rassicuranti e confortevoli locali.

Contemporaneamente, però, si mette in stato d’accusa la socialità povera di chi, in numero sparuto, di tardo pomeriggio più che la notte, sta ai margini della piazza, consumando secondo modalità che non sono quelle conformi. Ossia quelle consistono nel bere qualcosa seduti al tavolino di un bar o di un localino alla moda, decisamente più costosi. Gli “ubriaconi”, vestiti per di più di quelli che allo sguardo di un borghese per bene devono apparire come cenci sporchi e impresentabili, diventano così sinonimi di una povertà relativa o assoluta da fare scomparire dalla scena e dalla vista. Tra chi invoca oggi misure draconiane (si legga in basso) e l’estensore del Corriere della Sera che invocava forbici e insetticida non sono trascorsi sessant’anni, ma solo poche ore…

In questo quadro ciò che colpisce sono anche le contraddizioni. In primo luogo l’impoliticità dei politici. La sporcizia di una Piazza sarà anche responsabilità di chi la lorda, ma anche e soprattutto di chi non garantisce un servizio. La città e uno spazio d’uso e gli spazi affollati producono naturalmente sporcizia. Nessuno spazio abitato si pulisce da solo, ma viene pulito. Controllare la qualità del servizio è un’attività politica; evocare sanzioni per chi sporca quella di un precettore o di una maestrina.

 Inoltre la notte è un’economia fondamentale nella città che produce solo servizi e che ha dismesso la produzione industriale. Imprenditori, camerieri, cuochi, lavapiatti dipendono dal popolo della notte. Decimare quest’ultimo significa porre fine a una industria fondamentale della città. La guerra alla notte è dunque una guerra all’economia urbana e ai lavoratori. 

Inoltre se ci si lamenta delle modalità di consumo dei giovani, è anche vero che l’industria dell’alcol ha spinto negli anni verso certe modalità di consumo basate sulla velocità del consumo stesso e sull’effetto. Queste sono le modalità povere, naturalmente. Dall’altro c’è un mercato fondato sulla qualità vera o presunta, fatta di birre artigianali e vini biologici, che implicano costi  elevati e hanno come bersaglio una popolazione generalmente più affluente, maggiormente anziana e meno problematica. La notte, insomma, è anche il terreno di un particolare tipo di lotta di classe incentrata sull’economia pubblica e le disponibilità personali (tra le tante, una lettura fondamentale a riguardo è Phil Hubbard, The Battle for the High Street: Retail Gentrification, Class and Disgust, Palgrave, 2017).

Infine c’è un aspetto criminologico da sottolineare. Abituate a invocare sempre più polizia, alcune rappresentanti politiche non vedono che di polizia ce n’è già tanta in giro la notte. Al limite, probabilmente, della capacità sistemica e dell’utilità. Ciò che sfugge infatti agli ingenui sostenitori della repressione ad oltranza è che la sensibilità alla deterrenza non è razionale. La deterrenza – ossia i divieti e le sanzioni – hanno un effetto su chi è sensibile. Chi non lo è – per mancanza di informazione o per atteggiamento – non è minimamente toccato dalla minaccia della sanzione. Il fatto che le patenti continuino a essere sospese così come i mezzi e le sostanze stupefacenti a essere sequestrate, è la dimostrazione che la repressione è un fallimento pedagogico e sistematico, come mostrano tanto che le recidive quanto le infrazioni contestate (tra tante letture possibili, chi decide dovrebbe leggere il classico testo criminologico di Joseph Gusfield, The Culture of Public Problems. Drinking-driving and the Symbolic Order, che aveva perso un figlio proprio alla guida ed era nonostante questo molto scettico sull’utilità delle politiche statunitensi sull’alcol che l’Europa e l’Italia, oltre che i politici locali, hanno invece sposato acriticamente).

La repressione, in altri termini, è ormai un fine in sé, frutto un’organizzazione delle attività delle forze dell’ordine incentrato sulla “produzione” e sugli “obiettivi”. Nel quadro contemporaneo la polizia produce sanzioni così come la Fiat produce automobili. O, ancora, la somministrazione di sanzioni serve a giustificare la presenza della polizia così come le proposte di legge servono a misurare l’attività di un parlamentare. Ciò che questo implica dal punto di vista del rapporto tra cittadino e istituzioni  meriterebbe un lungo saggio. Quello che qui vale la pena di notare è che la cultura reazionaria, incentrata sulla misurazione e l’auditing, spende soldi pubblici su attività che sono del tutto inefficaci dal punto di vista dell’obiettivo dichiarato: la messa in sicurezza e la moralizzazione della notte.

Che fare in questo quadro? In un mondo ideale si verrebbe a patti col dato di fatto che la notte – ma anche il giorno – sono in questa nostra epoca e alle nostra latitudine sicuri come mai alcun periodo nella storia umana precedente. Ma nel mondo ci tocca vivere possiamo solo prendere atto del fatto che le parole sicurezza, degrado, movida selvaggia etc. sono come il canto in bocca all’usignolo: il solo modo che hanno alcune di dire al mondo che esistono.   

 

Di seguito alcune citazioni in merito, dagli anni ’60 ai giorni nostri:

Nel giugno del 1967 «i capelloni fissi di Trinità dei Monti sono solo una ventina. A metà estate si sono aggregati gli italiani. In autunno sono forse un centinaio. Fra gli stranieri c’è chi campa col vaglio di papà; i capelloni nostrani sono invece quasi tutti di origine proletaria, molti vengono dalle borgate. L’escalation del rifiuto è rapida. Un pomeriggio di agosto due o tre capelloni si sono seduti accanto alla soglia del Caffè Greco. Chiedono una sigaretta ai passanti. Il caffè greco è un tempio: troppe glorie politico-letterarie sono passate da qui. La dissacrazione […] merita bene una operazione di polizia (e di pulizia): arriva un cellulare e carica tutti i capelloni che incontra […] È ormai cominciata la operazione sfumatura – se la sfumatura del capello non è come quella dell’onorevole Moro è inutile protestare […] È il Messaggero a dare il la con la sua definizione dei beats: “Nullafacenti, intellettualmente e moralmente vuoi, senza personalità e dignità” destinati a diventare “delinquenti comuni”». (M. Rusconi, G. Blumir, La droga e il sistema, Feltrinelli, 1972, pag. 114-115).

«[I capelloni] dicono che non danno noia a nessuno, e che stanno lì, sulla gradinata di Piazza di Spagna perché è bello e gli piace. Non è una buona ragione. Essi sono brutti e non piacciono a noi […] L’idea potrà sembrare liberticida, è potrà anche meritare la considerazione dell’“istigazione al reato”. Però, visto che l’unico gruppo di capelloni che le autorità hanno potuto espellere è stato quello coinvolto nella rissa, non resta probabilmente che andare lì e provocare anche quelli che rimangono. Andare lì, armati di civismo, di insetticida e forbici. O si lasciano disinfestare e tagliare i capelli, e allora il problema è risolto; o reagiscono, ingaggiano rissa, arrivano le guardie ed è risolto lo stesso» (Corriere della Sera, 6 novembre, 1965).

«Più che Piazza del Popolo sembra piazza del degrado. Le condizioni di una delle zone più note della città, infatti, sono ridotte ai minimi termini. La piazza è luogo di ritrovo privilegiato di ubriachi e bivaccatori e nelle ore serali scatta un vero e proprio coprifuoco. “Ogni sera – spiega una consigliera della quarta circoscrizione  –  gruppi di ubriaconi si radunano in una delle piazze più importanti della città deturpandola completamente. Il degrado al quale i pochi commercianti rimasti sono costretti ad assistere nonostante paghino regolarmente tasse salatissime, è degno delle peggiori città del mondo» (comunicato stampa di una consigliera della quarta circoscrizione, 17 gennaio 2020).

«Le baby gang rappresentano uno dei fattori di rischio nel nostro territorio. È essenziale procedere ad una pianificazione di controllo e monitoraggio delle zone sensibili e maggiormente frequentate della città», così il capogruppo all’Ars di Fratelli d’Italia, Elvira Amata. «Per supportare l’azione delle forze dell’ordine, potrebbe essere impiegato l’esercito Italiano, la cui operatività sul territorio è già prevista dall’Operazione Strade Sicure introdotta con la legge 125 del 24 luglio 2008 e che, negli anni, ha fornito risultati oltremodo soddisfacenti» (Gazzetta del Sud, 18 febbraio 2020).

«Messina: Movida selvaggia, Cc salvano 2 giovani svenuti» (10 febbraio 2020); «Movida selvaggia a Messina, droga e ragazzi svenuti per l’alcol: 13 denunce» (9 febbraio 2020); «Messina, allarme baby gang a Piazza Cairoli: ragazzini e anziani presi di mira dai bulli» (10 dicembre 2019).

 

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