Mafia e collaboratori di giustizia, una rilettura dell’operazione di polizia più importante dell’anno

L'inchiesta "Predominio" ha rivelato che cinque pentiti erano tornati a delinquere dopo un periodo in cui erano stati stipendiati dallo stato, autoaccusandosi di numerosi crimini. Chi erano, cosa avevano fatto, e perché a Messina le cose sono andate in maniera diversa dal resto dell'Italia. Dal blog del criminologo Marcello La Rosa

 

MESSINA. È recente la notizia di un blitz antimafia a Messina. Parliamo di un blitz “vero”, un’operazione di polizia Giudiziaria, e non di un’operazione da “social”. Sono coinvolti, tra lo stupore generale, alcuni ex collaboratori di giustizia: Nicola GallettaPasquale Pietropaolo, Antonino Stracuzzi, Gaetano Barbera, e Salvatore Bonaffini.

Uomini che si sono macchiati di vari delitti, tra cui anche omicidi, e che invece di stare in galera hanno riavuto i propri beni precedentemente sequestrati e ottenuto stanziamenti di denaro con una nuova identità e la possibilità di iniziare una nuova vita. In realtà, agli inizi degli anni ‘90 i mafiosi messinesi hanno usato semplicemente uno stratagemma: quello di autoaccusarsi rendendosi credibili agli occhi dei giudici, i quali li hanno riconosciuti attendibili, e grazie ai quali hanno ottenuto i benefici di legge non pagando il debito con la giustizia per i reati confessati.

L’istituto dei collaboratori di giustizia, che in altre aree territoriali ha permesso di svelare le logiche, gli affari e soprattutto gli affiliati al sistema mafioso, facendo crollare quel muro di omertà che protegge questi ambienti, nel Messinese ha invece riabilitato parecchio marciume, tanto che gli arresti ultimi sono solo uno strascico della politica giudiziaria del trascorso ventennio. Un periodo torbido, dove le verità erano manipolate e gli stessi avvocati gestivano una quantità infinita di pentiti, avendo la chiara possibilità di concordare le deposizioni degli stessi. In molti erano alloggiati in un noto Hotel cittadino, dove tranquillamente interloquivano e si accordavano, altri si scambiavano messaggi con pizzini e videocassette usando le mogli come postini.

Siffatta situazione ha coinvolto e travolto anche la magistratura, accusata in specifici casi di essere corrotta e di condizionare i processi: circostanza che negli anni ha portato all’arresto dell’ex presidente del tribunale ordinario di Messina, dell’ex presidente del tribunale di sorveglianza, dell’ex presidente della corte D’Assise, di alcuni giudici della Direzione Distrettuale Antimafia e di quattro poliziotti.

La trama inquietante che ne esce è quella di una società in cui politici, alti dirigenti delle istituzioni, mafiosi e magistrati si scambiavano vicendevolmente favori, progetti e appalti, instaurando strane relazioni nel nome del denaro e di piaceri (droghe e festini). La tranquilla cittadina dello Stretto, seppur mai colpita dai riflettori mediatici, ha visto un vero e proprio abuso del fenomeno della collaborazione, esercitato da molti privilegiati collaboratori che non hanno mai smesso di delinquere.

Eppure, come scritto sul testo Il fenomeno Mafioso: il caso Messina edito da Armando Editore nel 2013, e ribadito in diversi convegni e conferenze, la condizione che ha portato la criminalità locale ad un pentimento di massa non è assolutamente una vittoria delle istituzioni, a fronte di quel motto per cui Tutti Pentiti equivale a Nessun Pentito.

Per comprendere di chi si sta parlando è fondamentale capire chi abbiamo protetto, difeso e “mantenuto” attraverso il racconto delle loro gesta, descritto con le loro stesse parole (estrapolate dal libro “il fenomeno Mafioso”):

Tra i vari omicidi commessi, nel recente passato, è indicatore il triplice omicidio di Conte, Foti e Giacobbo che rientra nella logica della guerra tra i clan Rizzo-Mancuso. L’episodio in questione evidenzia la brutalità dello scontro tra le fazioni, ed inoltre rappresenta uno degli ultimi episodi della lunga serie di fatti di sangue seguiti all’omicidio di Domenico Di Blasi detto Occhi i Bozza, avvenuto oltre un anno prima.

Caratteristica della metodica è la particolare crudeltà che contraddistinse l’operato dei killer, il cui obiettivo era il solo Stellario Conte, elemento vicino a Giorgio Mancuso, ma che non esitarono a sopprimere la vita di altri due giovanissimi la cui unica “colpa” fu quella di trovarsi in compagnia del Conte al momento sbagliato. Dal punto di vista criminologico notiamo e evidenziamo il metodo, cioè l’utilizzo del cianuro, oltre alla ricompensa che il boss consegna al killer per aver ucciso a sangue freddo tre giovani vite, due delle quali completamente estranee alle logiche della politica criminale, che ammonta alla misera cifra di trecentomila lire, l’equivalente di centocinquanta euro odierne, da dividere tra i due esecutori, pressappoco una cena in un ristorante di qualità. Dinamiche che esprimono in primo luogo il disprezzo per la vita umana ed inoltre chiariscono che il crimine inteso come impiego lavorativo spesso non si abbraccia per ambire ad una ricchezza economica ma per ottenere uno status intriso di rispetto e reverenze.

Anche quest’evento delittuoso viene dettagliatamente ricostruito con il contributo dei collaboratori di giustizia. Carmelo Ferrara in data 30 aprile 1999, racconta nel contesto della strategia diretta a raggiungere gli obiettivi del gruppo “Mancuso”, i cui limitati movimenti impedivano di colpirli nelle maniere tradizionali, aveva rilevato della sua possibilità di venire in possesso, tramite degli amici catanesi del fratello, di un certo quantitativo di cianuro, da destinare al “taglio” di sostanze stupefacenti (eroina e cocaina) che avrebbero potuto essere fatte pervenire agli elementi del clan avverso, di cui era nota la propensione ad assumere droga.

Lo stesso Carmelo Ferrara avrebbe preso parte insieme a Domenico Leo alla preparazione del miscuglio mortale, somministrato ad un cane per essere collaudato che, secondo il racconto del collaboratore, avrebbe in seguito assunto una colorazione particolare, “un colore tipo celestino, non lo so …”, quindi preparato l’intruglio e ceduto a Giuseppe Mulé che a sua volta lo dava a Salvatore Bonaffini e Antonino Stracuzzi, entrambi amici di Stellario Conte, questi si recavano presso la sua abitazione, con l’intenzione di avvelenarlo tramite la proposta di fruire di un test gratuito per verificare la qualità della sostanza. La sostanza era stata fatta assumere a Spadafora da Stracuzzi e Bonaffini, al Conte e ad altri due giovani, ma, poiché dopo una decina di minuti la miscela non aveva prodotto l’effetto sperato, il Bonaffini aveva estratto una pistola uccidendo tutti e tre. Come Ferrara avrebbe poi appreso da Bonaffini presso la pescheria del padre di quest’ultimo, l’obiettivo era il Conte che apparteneva al gruppo di Mancuso Giorgio, ma per eliminare possibili testimoni era stato necessario uccidere anche gli altri due giovani, uno dei quali peraltro conosceva il Bonaffini perché insieme a lui aveva adempiuto agli obblighi di leva.

Il pretesto per attirare il Conte in un tranello era dato dalla falsa occasione di “provare” una nuova partita di cocaina. Salvatore Bonaffini ha fornito una dettagliata descrizione dell’episodio e dei fatti che l’avevano preceduto, esaminato all’udienza del 9 aprile 1999, attribuendosi senza riserve la paternità dell’omicidio ed indicando Mario Marchese come mandante del delitto ed interessato alla morte di Stellario Conte: «…un sabato pomeriggio verso le ore due, se ricordo bene, io e Stracuzzi Antonino siamo andati a Spadafora, sul lungomare di Spadafora e lì siamo andati a prenderci un caffè … lì ci siamo incontrati casualmente con Leardo Luigi. […] Ad un tratto vedo da lontano che veniva con la macchina verso di noi Conte Stellario con un altro ragazzo, niente, gli ho detto a Stracuzzi: “Compare c’è Conte”, Stracuzzi mi disse: “Fermalo, fermalo!”, e l’ho fermato, l’ho salutato, […] si è fermato il Conte Stellario, dice: “compare – però, signor giudice io a Conte Stellario non lo conoscevo, mi ha scambiato per qualcuno che conosceva però mi ha chiamato Salvatore pure – Dice “compare tutto a posto”, poi diciamo ho capito per chi mi ha sbagliato, per mio cugino Salvatore perché come ho detto prima mio cugino lo conosceva diciamo, li conosceva a lui, a Pellegrino, ogni tanto lì giocano a pallone … Niente mi ha detto lui dice: “cosa fai?”, gli ho detto: “ti presento degli amici”, lo Stracuzzi si è presentato non mi ricordo sotto a quale nome, no di Antonino, Filippo una cosa del genere, niente mi sono appartato con Conte e gli ho detto che io volevo frequentare Spadafora per spacciare della eroina e cocaina, dice: “Compare qua dice che problema c’è?, ci sono io casomai dice me la vedo io”, niente si è avvicinato pure lo Stracuzzi Antonino e così abbiamo parlato del più e del meno per questo qui. Ma, diciamo, nonché che noi dovevamo spacciare lì a Spadafora, noi lo volevamo tirare nella trappola a lui, a Conte Stellario, infatti abbiamo preso l’appuntamento per la domenica pomeriggio alle ore due dovevamo andare, avevamo l’appuntamento con Conte Stellario alle ore due […] ce ne siamo andati e sono andato a casa di Marchese Mario se ricordo bene e gli ho passato l’ordine, e ricordo bene che Marchese Mario quel giorno mi ha detto a me: “State attenti, aprite gli occhi”. All’indomani verso l’una sono andato a casa di Mommo, di Stracuzzi Antonino, ho preso Stracuzzi Antonino e siamo andati a San Matteo […] Gli ho detto: “Compare con quante pistole andiamo lì?” Dice: “No, ho parlato dice con Mulé Giuseppe che ha un po’ di cianuro e lo mischiamo con la cocaina, lo facciamo sniffare cocaina e cianuro”, gli ho detto: “Va be”. Siamo andati da Mulé Giuseppe che ci aspettava alla chiesa di San Matteo, era incazzato Mulé Giuseppe perché Franco Cuscinà non gliela voleva dare la cocaina. Diciamo, dopo un paio di ore, noi alle tre abbiamo risolto tutto, diciamo alle due e mezza una cosa del genere, abbiamo risolto tutto, l’abbiamo trovata questa cocaina e Mulé Giuseppe me l’ha consegnata a me nelle mani in un pacchetto di sigarette dice: “Compare state attento perché tutto il cianuro che c’è messo lì dentro ammazza un elefante”, queste parole mi ha detto … l’abbiamo visto a lui che stava uscendo da un locale … gli ho detto: “Niente, Stello, sali con me sulla macchina e andiamo e ci facciamo questo giro”, dice: “No compare qui ci sono due amici miei, uno è mio figlioccio”, una cosa del genere, e un altro dice: “Non li posso lasciare da soli”, gli ho detto: “Conte, ma se tu hai detto l’appuntamento da solo, tu ora hai portato altri due ragazzi, qui come facciamo?”. Dice: “Va bene, sono affidabili”, non c’era problema come voleva fare capire lui e gli ho detto: “Andiamo in un posto appartato”, dice: “No, compare, vicino qui c’è un appartamento che è mio”, e siamo andati a casa di Conte Stellario, io, Conte e Stracuzzi e quei due ragazzi ci seguivano con una macchina … arrivati in questo appartamento, mi sono messo a guardare la casa … perché a primo impatto mi sono spaventato quando sono entrato dentro casa perché mi spaventavo che Conte ci aveva tirati nella trappola a noi, essendo che il Conte era un affiliato a Mancuso mi sono spaventato. Poi quando siamo entrati nell’appartamento abbiamo visto che non era come pensavamo noi, mi sono messo nel tavolo e gli ho detto, sempre parlando con Stellario: “Compare, c’è la cocaina che è troppo forte, è buona, la dobbiamo spacciare quest’estate qui a Rometta”. Dice: “Compare, me la fate provare?”, gli ho detto: “Che problema c’è”, gliel’ho messa sul tavolo e gli ho preparato una striscia per lui, mi ha detto Conte Stellario: “E poi?”, gli ho detto: “Né io e neanche lui facciamo uso di sostanze”, gli abbiamo riferito a Stellario, gli ho detto: “Anzi questi due ragazzi qui che fanno?”, dice: “No, noi neanche fumiamo”. Ricordo bene che mentre Conte Stellario stava sniffando un ragazzo di quelli, non ricordo chi era uno dei due, mi ha detto: “Ma tu non sei Bonaffini, quello che abbiamo fatto il militare insieme”, gli ho detto: “Dove?”, dice: “Ad Udine”, allora mi è gelato il sangue, gli ho detto: “Sì, io sono, Bonaffini”, e mi ha guardato subito in faccia Stracuzzi Antonino, per fare qualcosa con questi due ragazzi, li dovevamo ammazzare, non c’era ormai più niente da fare. Siccome io avevo la pistola in macchina, pensavo che ce l’aveva Stracuzzi, sono sceso con una scusante giù in macchina, ho preso la pistola e quando sono risalito su gli ho detto a Conte Stellario se avevano una radio, uno stereo, dice: “No, non ho niente”. Ci siamo guardati in faccia sempre io e Stracuzzi Antonino e gli ho detto: “Compare, allora ce ne andiamo”, si parte Conte Stellario e dice: “No, andiamo al bar e ci prendiamo un caffè”. Siamo scesi tutti giù, io e Stracuzzi Antonino siamo scesi prima, siamo usciti e ci siamo fermati a 50 metri da casa sua, Stracuzzi era a lato, io sono sceso dalla macchina e quando si è avvicinato Conte Stellario vicino a me gli ho cominciato a sparare, con una calibro 7,65 avuta da Mulé Giuseppe, gli ho sparato a Conte Stellario e a quei due ragazzi che c’erano. Uno ha aperto lo sportello della macchina ed è scappato, se ne è andato via, infatti io sono scappato subito sulla mia macchina e gli ho detto a Stracuzzi: “È scappato quello lì”, e Stracuzzi dice: “Siamo rovinati, quello che è scappato è probabile che è quello che ha fatto il tuo nome, quello che avete fatto il militare insieme”.

Ce ne siamo andati e siamo andati a casa dello Stracuzzi subito, abbiamo preso l’autostrada e siamo scesi al rione Giostra, a casa dello Stracuzzi e lì mi sono cambiato, mi sono dato una sciacquata, poi ho preso la mia macchina e me ne sono andato. All’indomani sono andato a casa di Marchese Mario, io e Piero Mazzitello, e lì abbiamo trovato a Luigi Sparacio, eravamo io, Sparacio, Marchese e Piero Mazzitello e gli ho detto quello che era successo, dice Marchese: “So tutto riguardo il triplice omicidio”, si parte Sparacio Luigi e dice: “Avete fatto bene che avete ammazzato pure a quei due, purtroppo hanno fatto il vostro nome e dovevano morire, erano due testimoni”. Ha aggiunto il collaboratore che aveva successivamente appreso che anche il terzo giovane, quello che sembrava sfuggito all’agguato perché aveva subito lasciato la Panda, era morto e che il Marchese, a titolo di ricompensa, gli aveva fatto avere dopo un paio di giorni trecentomila lire. Quanto al miscuglio di cocaina e cianuro assunto dal Conte, che il Mulé aveva assicurato dotato di effetti letali, il Bonaffini ha ricordato che l’unico apparente cambiamento del Conte era costituito da un’abbondante sudorazione, accompagnata dalla sensazione, esternata dal giovane, di una particolare efficacia della sostanza assunta: Compare, è forte questa cocaina, ’na bumma è!».

Da una deposizione di Pietropaolo si capisce bene quanto spietati fossero tutti gli associati. Il teste, infatti, spiega in aula le dinamiche durante un periodo di guerra di mafia, rispondendo al PM sull’emissione del mandato omicidiario. Le dichiarazioni si fanno un po’ beffe delle affermazioni del pubblico ministero, che nel ricostruire la dinamica chiedeva, in base a criteri gerarchici, se prima vi fosse stata una riunione. Il teste spiegava: «Sì, c’è il tizio là, andiamo ad ucciderlo, non è che ci vuole l’arca di Noè per decidere. Se sappiamo che è un nostro rivale, è in un posto, noi andiamo a cercare di ucciderlo, non è c’è bisogno che si fa prima tre ore una riunione e poi si va, e noi siamo arrivati, ci siamo presi le pistole e siamo andati al bar, e abbiamo tentato di ucciderlo”, solo qualche mese prima dello scoppio dei contrasti, era stata decisa la strategia del gruppo nei confronti del clan “Galli” ed era stato conferito un mandato generico riguardante tutti gli affiliati al gruppo avversario “… perché noi praticamente già avevamo deciso, perché quando succedono delle guerre si fanno delle riunioni inizialmente dove si decide ecco che tutti i componenti dei clan, si deve fare la guerra contro quel clan e tutti i componenti di quel clan devono morire, quindi noi sapevamo chi erano i componenti del clan. […] quella sera non c’è stata una riunione specifica, quella sera là, cioè la riunione già si è fatta prima per determinare tutta la situazione, la guerra contro il Galli, poi quando noi per esempio, giornalmente ecco ci incontravamo, e discutevamo come poter uccidere le persone”.

Il Bonaffini ha quindi dettagliatamente descritto l’agguato, le fasi che l’avevano preceduto e le modalità un po’ rocambolesche della fuga: “Avevamo una Fiat rubata, parcheggiata al rione Annunziata, e la sera verso le cinque di pomeriggio io e Galletta Nicola abbiamo preso questa macchina, abbiamo parcheggiato la mia autovettura e a prendere questa macchina qui ci ha visto Sarino Vinci e ci ha detto: “Dove state andando?”, “Niente, stiamo facendo un giro al rione Giostra per ammazzare qualcuno del gruppo Galli”. Ci ha detto Sarino Vinci: “State attenti”. Ci siamo presi questa macchina qui rubata e siamo arrivati al rione Giostra, abbiamo girato per un po’ con questa macchina qui, Galletta era al lato guida ed io ero dall’altro lato, abbiamo visto il Mastroieni Giuseppe che entrava dentro un salone da barba e gli ho detto a Galletta Nicola di stare parcheggiato fuori dal salone da barba che io entravo, e così ho fatto. Sono arrivato vicino all’entrata, quando ho aperto la tendina non ho visto più a Mastroieni e sono rimasto, guardavo e non lo trovavo a questo qui, vicino all’entrata c’era una porta, il bagno ed era aperta la porta del bagno, ho guardato pure lì dentro e non c’era, ho visto il Mastroieni che era seduto in mezzo a due persone, e gli ho detto: “A te stavo cercando”, e ho cominciato a sparare, il Mastroieni si è buttato addosso a me ed io l’ho spinto, però siccome già gli avevo sparato in varie parti del corpo, è caduto vicino al muro, e mentre stavo scappando l’ultimo colpo gliel’ho sparato e l’ho preso al collo. Sono uscito fuori e non ho trovato più la macchina che mi aspettava, ho preso una stradina sperduta, perché non è che io conosco bene il rione Giostra, e lì ho trovato il Galletta che mi aspettava, e gli ho detto: “Ma se tu mi dovevi aspettare fuori il locale, che fai qua?”, dice: “Sali, scappiamo”, e siamo scappati, siamo…»

Le dichiarazioni dei pentiti permettono di rilevare un mondo di violenza e sopraffazione secondo logiche collaudate ed in ciò, la storia del crimine messinese è ricca di combine tra mafia-politica-magistratura e di lotte agguerrite per conquistare la supremazia su piccoli fazzoletti di territorio. Inoltre il fenomeno non è stato circoscritto a pochi collaboratori ma coinvolge quasi tutti gli attori del mondo criminale. Con un piano semplice, Messina costituisce un esempio unico nel palcoscenico nazionale, determinando, a parere dello scrivente, il fallimento dell’istituto dei collaboratori.

Ma possiamo mettere la testa sotto la sabbia e continuare a farci prendere in giro? Crediamo veramente nella redenzione di queste equivoche ed ambigue figure? Quanti sanno che l’istituto dei collaboratori di giustizia, figura diversa dai testimoni di giustizia che sono vere e proprie vittime, ancora oggi è addossato sulle tasche del contribuente? La “Relazione sulle misure di protezione per i collaboratori di giustizia, la loro efficacia e le modalità generali di applicazione” esposta in Parlamento, ci presenta un conto di quasi 45 milioni di euro per un semestre. A guidare l’esercito dei pentiti è la camorra, con 504 pentititi, seguita da Cosa Nostra con 258, dalla ‘ndrangheta con 176. Solo 167, invece, i collaboratori della Sacra Corona Unita pugliese.

I 45milioni circa si riferiscono al secondo semestre del 2018 in diminuzione rispetto al primo semestre: erano infatti 6.246 le persone sotto protezione, delle quali 1319 i collaboratori. La spesa dello stato italiano per la protezione dei 1.189 collaboratori di giustizia attualmente riconosciuti e inseriti nel programma di protezione riguarda anche i loro 4.586 familiari, anch’essi sotto protezione. Un truppa sparsa per il Paese che vive con nomi falsi e sotto l’occhio vigile di centinaia di agenti del Servizio Centrale di Protezione.

Tutti questi soggetti sono stipendiati dallo Stato, atteso che un collaboratore riceve in media circa 1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico, senza considerare che lo Stato paga loro anche l’affitto, i trasferimenti e le spese mediche. Secondo la predetta relazione, nella seconda metà del 2018, in stipendi se ne sono andati 10.306.000 euro; circa 23 milioni sono stati usati per la locazione degli appartamenti; 5 milioni e mezzo per spese varie; 2 milioni sono stati utilizzati per l’assistenza legale; 1,8 per gli alberghi; 781.000 per le spese mediche; 763.000 per i trasferimenti.

In un paese al collasso con un forte tasso di disoccupazione e in piena crisi economica, per quanto tempo possiamo ancora mantenere questi agi? Soprattutto se consideriamo che molti di questi soggetti non hanno cambiato modo di vivere ed orbitano sempre negli ambienti criminali.
Questi numeri sono un contributo su cui farlo, ed oggi come all’ora, è sempre più attuale la domanda posta a conclusione del lavoro di ricerca Il fenomeno Mafioso: il caso Messina. “A cosa serve aver fatto luce su molti episodi criminali, quando tutti gli attori beneficiano della legislazione premiale? Tutti pentiti equivale a nessun pentito?”.

 

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recgiuGiuseppefrancescaesseciGiovanni Recent comment authors
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Giovanni
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Giovanni

Ottimo articolo, sicuramente fa’ riflettere come la Giustizia in questo Sistema non sia efficace… Con “Pentiti” che si dichiarano tali, ma lo sono solo per convenienza propria, non deve esserci nessuno sconto devono cmq scontare tutta la pena a loro riservata. Per la serie Il Lupo perde il pelo ma non il vizio.

esseci
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esseci

Complimenti per l’articolo😉👏🏻👏🏻

francesca
Ospite
francesca

grazie per l’articolo e per regalarci queste riflessioni, conferma quello che ho sempre pensato, a Messina c’è qualcosa che non va

Giuseppe
Ospite
Giuseppe

Sempre preciso e dettagliato

recgiu
Ospite
recgiu

Analisi storico-criminologica approfondita che desta impressione : “..meditate gente, meditate..”