Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Villaggio Aldisio

Decima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, per scoprire cosa c'entra un politico di Gela, e perchè un esperimento "keinesiano" architettonicamente equilibrato e armonico diventa un disastro sociale

 

MESSINA. Decima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

 

Villaggio Aldisio: Quartiere popolare che sorge sulla sponda destra del torrente Gazzi, in prossimità dell’attuale svincolo autostradaleIl 9 luglio del 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia sulla costa meridionale dell’isola. Qualche mese dopo, il 16 dicembre dello stesso anno nasce, sempre in Sicilia, il partito della Democrazia Cristiana. A fondarlo sono tre uomini: Giuseppe Alessi, Bernardo Mattarella e Salvatore Aldisio.

Salvatore Aldisio, era nato a Gela nel 1890, enfant prodige di Don Luigi Sturzo, fu per tutti gli anni 50 del secolo scorso tra i maggiorenti della Balena Bianca, parlamentare fino alla morte, avvenuta nel 1964. Molto legato a Bernardo Mattarella, tanto da essere il padrino di battesimo del figlio Sergio, attuale presidente della Repubblica, dal 1950 a 1953 fu Ministro dei lavori pubblici, ruolo che lo vide protagonista nell’attuazione del “Piano Fanfani”.

Il 28 febbraio del 1949 venne approvata dal parlamento la Legge n° 43, intitolata: “Progetto per incrementare l’occupazione operaia agevolando la costruzione di case per lavoratori”. La nuova norma istituiva un “Piano d’intervento per la realizzazione di Edilizia Pubblica su tutto il territorio italiano”. La legge fortemente voluta da Amintore Fanfani, per arginare l’avanzata del fronte progressista, fu denominata “Piano Fanfani”.

Si trattò di un programma di ricostruzione nazionale di ispirazione kenesiana, la cui gestione fu affidata all’I.N.A. (Istituto Nazionale per le Assicurazioni), al cui interno fu istituita, all’uopo, una sezione case: l’INA Casa. Il Piano che sarebbe dovuto durare solo sette anni fu prorogato fino al 1962, anno in cui entrò in vigore la Legge 167, quella che istituì i Piani di Zona per l’edilizia economica e popolare. A sei mesi dall’approvazione della legge, nell’estate del 1949, già si contavano 650 cantieri in tutta Italia.

Il Piano andò a regime nella metà degli anni 50, periodo in cui l’INA Casa consegnava alle famiglie dei meno abbienti una media di 500 alloggi a settimana e Aldisio era titolare del ministero che gestiva le operazioni. Nei primi 7 anni furono realizzati 150.000 alloggi.  Dopo 15 anni, nel 1964 erano stati realizzati e consegnati, su tutto il territorio nazionale, oltre 350.000 alloggi. Salvatore Aldisio, sempre nel ruolo di Ministro dei Lavori Pubblici, fu colui che promosse e fece finanziare la realizzazione del Quartiere INA Casa di Messina. Nel 1964, sull’eco della sua prematura scomparsa, in segno di gratitudine, gli fu intitolato, non una via, ma l’intero quartiere messinese appena ultimato. Questo spiega il toponimo.

Il “Piano Fanfani” fu un processo di ricostruzione civile dell’Italia del secondo dopo guerra che diede vita ad un fenomeno architettonico di alta qualità artistica. L’architettura dell’INA Casa fu l’architettura del “Neo-realismo Italiano”. Una vera e propria ideologia architettonica espressione di un grande processo culturale. Una cifra formale e tipologica che plasticizzò la voglia di ricostruzione morale e civile di una nazione appena uscita da uno dei traumi più grandi della sua storia. L’architettura delle case popolari fu il vero simbolo di una nuova Italia finalmente democratica e solidale.

Questa processo vide impegnati i migliori architetti italiani, che furono anche i maggiori dell’architettura razionalista italiana, quali: Franco Albini, il maestro di Renzo Piano; Giovanni Astengo, uno dei padri dell’urbanistica Italiana; Ignazio  Cardella, autore del raffinato Quartiere Borsalino di Alessandria. Luigi Figini e Gino Pollini, architetti dell’illuminato Adriano Olivetti, per il quale realizzarono molti quartieri popolari ad Ivrea e a Pozzuoli; Ludovico Quaroni, che a Matera realizzò il famoso Quartiere rurale della Martella per i contadini materani; Mario Ridolfi, a cui l’architettura INA Casa deve molto del suo innovativo linguaggio. Questi insieme a Carlo Aymonino e al già citato Quaroni realizzò il famoso Quartiere Tiburtino di Roma.

Autentici maestri che riuscirono nella difficile impresa di coniugare, nell’architettura delle case popolari, la tradizione colta con quella popolare e contadina, scrivendo una delle più belle pagine dell’architettura italiana del ‘900. I loro verbi divennero la semantica corrente della nuova architettura popolare italiana.

Oggi girando per il Rione Aldisio si possono apprezzare taluni stilemi che ci riportano alla grande architettura neo-realista e razionalista italiana. Basta soffermarsi sul taglio dei balconi che evocano il poetico Quartiere INA Casa di Terni o quello Tiburtino di Mario Ridolfi. Certe articolazioni volumetriche ci portano nei quartieri milanesi INA Casa disegnati da Ignazio Gardella a Milano, etc.. Un’architettura pura schietta, essenziale, equilibrata ed armonica, significante di quel bisogno di pulizia ed onestà che albergava gli animi degli italiani che ricostruirono dalle macerie una nuova dignità nazionale.

L’esperimento architettonico e tipologico fu di valore, viceversa la localizzazione fu fatale. Il quartiere sarebbe dovuto nascere al posto delle baracche di Fondo Fucile, sorte in espansione al Villaggio Ultrapopolare Gazzi, realizzato lungo la sponda sinistra del torrente, all’altezza del Policlinico, nel 1929 dal regime fascista, risultato insufficiente all’allarmante fabbisogno post terremoto.

Viceversa fu localizzato oltre Fondo Fucile, lasciando tra i due quartieri di alloggi popolari (Aldisio e Gazzi) una perniciosa zona cuscinetto in assoluto degrado, che sarebbe dovuta essere bonificata e che ancora rimane nelle condizioni che sappiamo. L’incompiuta bonifica ha causato seri squilibri sociali e forti asimmetrie di trattamento che hanno determinato una condizione inevitabile di disagio civile, che ha impedito al Quartiere INA Casa di Messina di essere, come in molte città italiane, luogo di domestica quiete e di armonia sociale.

 

(Blog a cura di Carmelo Celona)

 

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Francesco
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Grazie per le informazioni che ci fanno capire come siamo caduti in basso negli ultimi 50 anni!!!!!!.Buon lavoro.