Uno sguardo sociologico su baracche, Hotel Riviera e “pazze idee”

Riceviamo e pubblichiamo un contributo dell'antropologa messinese Giuliana Sanò, che analizza l'ipotesi, prospettata da Arisme, di acquistare e rimodernare un hotel per farne appartamenti per gli "sbaraccati". Col rischio di continuare a concentrare la povertà e riprodurre la marginalità sociale. Secondo un copione già visto

 

MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo un contributo della ricercatrice Giuliana Sanò, antropologa del gruppo di ricerca “Cartografare”  del dipartimento Cospecs dell’università di Messina, sull’intenzione espressa dalla partecipata che si occupa di sbaraccamento, Arisme, di acquistare l’ex hotel Riviera per farne appartamenti destinati al risanamento.

“Oggi abbiamo appreso che il Cda dell’ArisMe ha messo in cantiere “una pazza idea”, il progetto di acquistare l’ex Hotel Riviera e di destinarlo a una parte della popolazione che attualmente vive nelle baracche.

Sempre oggi abbiamo appreso da Marcello Scurria, presidente del Cda dell’ArisMe, che l’agenzia di risanamento sta “riscontrando non poche difficoltà ad acquistare alloggi sul mercato da destinare al risanamento”, poiché, continua: “ci sono diffidenze e pregiudizi nei confronti di queste famiglie”.

Se le dichiarazioni di Scurria corrispondono al vero – e siamo certi che sia così –   c’è da chiedersi allora che cosa sperasse di ottenere Cateno De Luca con l’annuncio di un probabile contagio di leishmaniosi, avvenuto proprio durante una delle sue visite di perlustrazione all’interno delle baraccopoli presenti in città. Al di là delle smentite – giunte da più parti e suffragate dai dati – sulla correlazione tra quella specifica patologia e la “vita in baracca”, le parole del sindaco vanno prese in seria considerazione perché, se non altro, fanno luce sull’endemica, questa sì, schizofrenia con cui l’amministrazione locale tende a gestire la comunicazione. Come si concederà, la forma è sempre la stessa. Mentre a cambiare sono, di volta in volta, i contenuti: dalle personali dimissioni del primo cittadino al licenziamento dei dipendenti comunali o dell’ex Provincia, dalle condizioni fisiche dei migranti che vivono per strada alla riduzione e al taglio delle utenze per i morosi colpevoli e incolpevoli.

Se il banale obiettivo delle tipiche comunicazioni del Sindaco consiste nel mettere in scena uno straordinario attivismo e suscitare l’indignazione della cittadinanza al fine di ottenere il maggior numero possibile di like e consensi, ciò che si persegue realmente è la “coscienziosa” fabbricazione di nemici della città. Nemici contro cui scagliarsi o da cui dissociarsi, a seconda dei casi. Ma se la strategia comunicativa è questa, bisognerà che il nostro sindaco cominci a tener conto anche delle conseguenze. Specie perché, come dimostra il caso del probabile contagio da leishmaniosi, talvolta le conseguenze assumono la forma di una vera e propria eterogenesi dei fini.

Se l’annuncio di De Luca è stato infatti da più è parti interpretato a fini strumentali – come il pretesto, cioè, mediante cui poter chiedere lo stato di emergenza e poter finalmente avviare la fase di sbaraccamento – esso rischia dall’altro lato di ingigantire quelle “diffidenze” e quei “pregiudizi” di cui parla Scurria, mandando letteralmente in fumo la concreta possibilità di acquistare “alloggi sul mercato da destinare al risanamento” e di risolvere il problema di chi vive in condizione di disagio abitativo. Si tratta della solita foga comunicativa alla quale il nostro sindaco ci ha ormai abituati? Di un errore di valutazione sugli effetti che una simile dichiarazione avrebbe potuto provocare? O c’è dell’altro?

Non entreremo nella questione dei costi e della convenienza economica della proposta di acquisto resa nota ieri, che a naso non sembra molto conveniente. Ci manterremo invece sul piano culturale e comunicativo. Fa riflettere infatti che se lo stato di diffidenza e pregiudizio sociale sia tale da costringere l’amministrazione a ripiegare sull’acquisto di un hotel, nessuna parola è stata spesa invece sulle ragioni che stanno alla base di questi pregiudizi e sulla eventuale possibilità di sconfiggerli.

Del resto il nostro sindaco ci aveva messi in guardia per tempo sul suo “desiderio” di vedere finalmente i baraccati alloggiati negli hotel e i migranti trasferiti nelle baracche. Che non sia questa la volta buona? La volta, cioè, in cui vedremo realizzarsi almeno uno dei tanti proclami del primo cittadino?

Lista dei desideri a parte, c’è un elemento di tutta questa vicenda intorno al quale è necessario ragionare. Un elemento che da diversi mesi come studiosi della questione urbana stiamo cercando di far venire allo scoperto e questa occasione, più di altre, ce ne dà modo di parlarne. Si tratta del fatto che le misure e i provvedimenti adottati inizialmente nei confronti dei migranti, finiscano successivamente per diventare la regola mediante cui i governi (nazionali e locali) tentano di dirimere questioni che riguardano tutti, inclusi gli italiani. Pensiamo per esempio all’“emergenza immigrazione”, un’emergenza oggettivamente inesistente se vista su base statistica e su scala continentale. Tuttavia, è sulla base della dichiarazione di una fantomatica emergenza che di norma gli Stati ottengono i finanziamenti per il governo delle “crisi”, sia che si tratti della “crisi dei rifugiati” sia che si tratti di una crisi di natura ambientale o sanitaria.

È il principio dello shock, come ben sappiamo. Il governo delle “crisi” è divenuto nei fatti l’unico strumento attraverso cui gli Stati riescono a ottenere fondi, quasi sempre europei, per far sì che lo stato di eccezionalità perduri il più a lungo possibile e che, proprio grazie ai continui rinnovi di questo stato, vengano stanziati sempre nuovi fondi utili a generare particolari economie. Nel nostro caso l’analogia con i migranti è evidente ed essa fornisce degli ottimi riscontri alle teorie che, ormai da decenni, insistono sul fatto che di solito ciò che prima viene sperimentato sulla pelle dei migranti – per esempio la rifunzionalizzazione degli alberghi a scopo abitativo – a un certo punto della storia viene a coincidere con le soluzioni pensate per rispondere ai bisogni abitativi di tutti gli altri, italiani compresi.

Inoltre se i grossi centri per migranti, come per esempio quello di Bisconte, costituiscono un problema perché concentrano grandi numeri di soggetti poveri e per certi aspetti problematici, ugualmente nel caso dell’Hotel Riviera si acquista un grosso albergo per concentrare diverse decine di famiglie dal basso reddito, concentrando la povertà e riproducendo la marginalità sociale. Se nel caso dei migranti è la provenienza a costituire il fattore unificante di segregazione, nel caso dei “baraccati” è il reddito. Il principio, in fondo, è sempre lo stesso: la selezione e segregazione dei gruppi sociali problematici.

Del resto a Messina queste coincidenze relative al trattamento delle povertà assolute o relative stanno diventando sempre più frequenti. Le ordinanze contro i venditori ambulanti sono un ottimo esempio di questo “slittamento”. Adottate in tutto il Paese sin dai primi anni novanta, le ordinanze sindacali contro i venditori ambulanti avevano lo scopo di colpire l’ambulantato straniero accusato di mettere a rischio gli affari dei commercianti di città che si reggono unicamente sul turismo stagionale. Oggi quelle stesse ordinanze – Messina ne è un caso emblematico – colpiscono tutti coloro i quali non hanno un giro di affari così voluminoso da potersi permettere il pagamento delle cifre necessarie per la regolarizzazione. E a questa categoria di persone non appartengono solo gli stranieri, ma anche moltissimi italiani.

Viene da pensare che malgrado Messina abbia scoperto in ritardo il piacere effimero della “legalità” brandita unicamente a scopo punitivo, repressivo e simbolico, la città abbia però deciso di fare un salto in avanti e di superare tutte le altre, mettendo in atto la sperimentazione di pratiche e di strumentazioni volte a colpire, criminalizzare o sfruttare in senso finanziario tutte le fasce più impoverite della popolazione, senza riguardo per la cittadinanza. Davvero un bel modo di saltare nella “modernità”.

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