Messina, dove vanno a dormire i poveri, i senzatetto, gli “ultimi” (non potendolo fare per strada)

Il video postato dal sindaco Cateno De Luca scatena la polemica, ma non risolve il problema. Anzi. E il problema è che per una città da 231mila abitanti esistono solo 68 posti letto in strutture "a bassa soglia". E solo una è comunale. La mappa, i numeri e le considerazioni di cinque sociologi, alla ricerca di una soluzione diversa "dall'inefficace approccio muscolare"

 

MESSINA. Il video pubblicato dal sindaco Cateno De Luca in cui agenti della Polizia municipale facevano “sloggiare” dal Palacultura alcuni migranti che dormivano sul pavimento fuori dall’ingresso, e la conseguente tempesta di commenti, botte, risposte e prese di posizione, ha fatto emergere con crudezza un problema che, come la polvere, finisce usualmente sotto il tappeto, pronto però a riemergere (col botto, come in questa occasione). Dove vanno a dormire i poveri, gli emarginati, i senzatetto, non potendolo fare per strada?

Di mappare le strutture per i senza casa a Messina se ne è occupato il gruppo di ricerca “Cartografare”  del dipartimento Cospecs dell’università di Messina, composto da Carmela Lo Presti, Giuliana Sanò, Valentina Terrani, Pietro Saitta e Francesco Zanotelli, che si è concentrato solo sulle cosiddette strutture “a bassa soglia” (ossia i dormitori attivi dalle 18.00 alle 7.00), e non ha tenuto in considerazione, invece, i servizi e le strutture diurne. La scelta di riportare solo le informazioni inerenti ai servizi a bassa soglia, spiegano i ricercatori, deriva dall’opportunità di entrare nel merito delle questioni evidenziate nel video dal primo cittadino, secondo il quale i due uomini sorpresi davanti il Palacultura si sarebbero rifiutati di accedere nella struttura dormitorio comunale, denominata “Casa di Vincenzo”.

Quello che emerge dai numeri delle strutture a bassa soglia, è la drammatica scarsezza dell’offerta: quattro strutture in totale (nella legenda risultano 5 poiché le strutture messe a disposizione da Cristo Re nella mappa ricadono in due plessi distinti, sebbene la gestione sia unica); due di queste strutture  al momento risultano chiuse per ferie; una struttura soltanto è di proprietà del Comune (Casa di Vincenzo), mentre le altre sono gestite da enti religiosi; il totale dei posti disponibili (uomini/donne) è pari a 68; a questa cifra vanno aggiunti 7 posti letto straordinari attivi nei casi di emergenza, generalmente durante i mesi invernali.

Sulla scorta di questi dati numerici, la seconda osservazione si riferisce alla proporzione tra il numero di abitanti della città metropolitana (circa 234.000) e il numero di strutture a bassa soglia presenti (4 in totale, per 68 posti).

 Un’altra precisazione che occorre fare è l’esiguo numero (1 unità) di strutture comunali, a fronte di quelle messe a disposizione dagli enti religiosi (3 unità), per le quali l’amministrazione comunale, a quanto risulta, non contribuisce in alcun modo.

 

 

Le risultanze “etnografiche” – ossia di dettaglio – riconducibili al lavoro dei ricercatori e delle ricercatrici sul campo sono arrivate dopo il contatto con alcune delle persone che sono state prese di mira dalle ordinanze della giunta comunale e, più in generale, con tutte quelle che vengono colpite e criminalizzate dai decreti sicurezza e sicurezza bis, convertiti in legge.

“Ciò che emerge dalle interviste e dagli incontri avuti con i soggetti della ricerca ha, prima di tutto, a che fare con la complessità dei racconti e delle esperienze di una vita vissuta per strada, sia sotto il profilo lavorativo (lavavetri, questuanti, lavoratori/trici informali), sia, molto spesso, sotto il profilo abitativo – scrivono i ricercatori – Soffermandoci sul nodo abitativo, a dispetto di una mitologia sempre più avvincente in questi tempi di crisi e di repressione, i riscontri etnografici mostrano una galleria di personalità e di motivazioni che difficilmente possono essere inquadrate all’interno di un’unica categoria, ossia quella del “senza dimora volontario” (secondo la definizione che ne danno Magnani, Fano, 2019)”.

Le persone che incontrate appartengono a classi sociali e universi “socio-culturali” assai diversi; alcuni hanno perso il lavoro e con esso la possibilità di pagare un affitto; altri, invece, una volta fuoriusciti dai centri di accoglienza non hanno trovato locatari disposti a registrare il contratto di casa (cosa di cui gli stranieri necessitano); altri ancora, invece, vivono all’interno di abitazioni sovraffollate e in condizioni estremamente precarie. “Al di là delle diverse condizioni materiali che hanno portato queste persone a vivere per strada, a orientare le scelte di questi individui – per esempio quella di non accedere ai (pochi) servizi disponibili, preferendo ad essi la strada – contribuiscono anche una serie di ragioni pratiche difficilmente superabili, se non con una progettazione innovativa che tenga in considerazione le esigenze di tutte e tutti coloro i quali vivono in strada”, spiega la ricerca.

Tra queste ragioni assume un’importanza decisiva la mancanza di privacy all’interno di questi spazi, così come la forzatura di una convivenza tra persone che tra di loro non si conoscono e sono diverse per abitudini e stili di vita. Ma non solo.  La mancanza di beni materiali e le condizioni di stress che accompagnano le vite dei senza dimora diventano, molto spesso, fonte di violenza e di furti ai danni dei nuovi arrivati o dei più deboli. “Si comprende, allora, come il desiderio di non rimanere coinvolti in questi episodi di violenza e sottrazioni possa essere una delle ragioni che conducono alla scelta di non accedere ai dormitori”, raccontano i cinque ricercatori.

“Inoltre la promiscuità tipica di questi spazi di coabitazione forzata solleva, tra i senza dimora, preoccupazioni legate anche alla salute e alla possibilità di contrarre malattie dovute alla condivisione di docce e servizi igienici, anche tra decine di persone. Per finire, l’imposizione di orari di accesso e di uscita rigidi scoraggia, a dire il vero, molte di queste persone dal fare ingresso nei dormitori, poiché verrebbero in un certo senso private di una socialità che dovrebbe potersi esprimere anche dopo le sei di sera. Tali atteggiamenti, inoltre, non sono connessi alla nazionalità. Sono diffusi tra tutti i sessi e sono frequentemente riscontrati in altre città e paesi”.

Le conclusioni che ne derivano sono che le più ricorrenti modalità di assistenza ai senza casa non risultano adeguate a un presente generalmente caratterizzato da ampi livelli di soggettivazione individuale.

Lo status di povero – tradizionalmente subordinato alla regole degli enti caritatevoli e dell’autorità pubblica, ha dunque oggi scarse possibilità di essere accettato dall’individuo bisognoso (in modo non diverso da quanto accade per il lavoratore salariato che, almeno idealmente, avrebbe difficoltà oggi ad accettare la sudditanza ottocentesca rispetto al datore di lavoro. Qualcosa dimostrato, per esempio, dalla sindacalizzazione nei luoghi di lavoro). Ne deriva che Messina, così come gran parte delle città e dei paesi, sia oggi chiamata a un drastico ripensamento dell’offerta di servizi sociali attualmente erogati. E al fine di risultare maggiormente efficaci anche i servizi a bassa soglia dovrebbero tenere conto delle dimensioni qualitative orientate all’autonomia del soggetto sopra accennate”.

Tra le altre finalità, lo studio del gruppo di ricerca è orientato alla individuazione di nuove strategie di intervento. Un’azione, comunque, che per risultare efficace non può prescindere dal dialogo con le istituzioni e da una realistica valutazione delle risorse e delle opportunità disponibili.

“Una prima e sintetica raccomandazione, a ogni modo, non può prescindere dall’invito all’amministrazione locale dal desistere da approcci muscolari che secondo la letteratura si sono rivelati tanto inefficaci sul piano del governo della povertà quanto foriere di ben più gravi conflitti urbani lì ove applicate”, concludono i cinque ricercatori.

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