Oliveri: esplode la resilienza e nasce l’umanesimo

Una comunità da secoli sottomessa da un feudalesimo irrisolto, oggi sta vivendo un paradigmatico processo di partecipazione popolare, appropriandosi democraticamente dei beni comuni e “strigliando il suo cavallo da padrone”

 

Oliveri è una storia comune di un mancato riconoscimento di diritti, di terre e di mare, nonostante le leggi e la democrazia. È una lucida metafora della Sicilia. Una comunità rapinata d’imperio di ciò che gli spettava. Una comunità che dopo un travaglio quasi millenario ha perduto la speranza ed è caduta nella rassegnazione. Due lampi di luce nel millenario buio della sua storia: il reduce e l’intellettuale barbuto, che poco hanno potuto contro l’imprinting feudale.

Da giorni pare spiri un inaspettato vento di liberazione, un gruppo di giovani di un movimento culturale e un nuovo sindaco, che sembra sia riuscito a toccare le corde reattive della comunità, hanno messo in atto delle virtuose e paradigmatiche pratiche di partecipazione democratica alle quali i cittadini hanno risposto con grande slancio. Semplici, cittadini, pensionati, operai, imprese edili, commercianti, imprenditori, ristoratori, ecc.., sono scesi per strada a cambiare il volto degradato del piccolo borgo marinaro, manutenendo il verde, allestendo artisticamente le aiuole, riparando marciapiedi, riverniciando ringhiere, panchine, e tutti gli ammennicoli urbanistici, rendendo fruibile parchi abbandonati, aree attrezzate, parcheggi e impianti sportivi. Il Comune ha comincia la manutenzione ordinaria dell’impianto di illuminazione stradale, della rete idrica, il pronto intervento è operativo h24. Nel palazzo comunale è stata rimossa la porta che filtrava gli ingressi, la sala del consiglio comunale è sempre piena di cittadini che partecipano alle riunioni di Consiglio e di Giunta, ma anche e soprattutto a convegni sulla legalità, sui diritti, sulla partecipazione, ecc.. Sembra una vera primavera politica, sembra che quella muta resilienza che per secoli ha aiutato a sopportare le angherie padronali sia finalmente esplosa verso un nuovo orizzonte di democrazia e di partecipazione popolare.

Si assiste in questi giorni al sodalizio tra giovani e anziani che insieme si adoperano a fare bella la città e il lungo mare, esortati da Vittorio, un 83 ex falegname, tra i più operativi nell’azione di manutenzione dei beni comuni, il quale intervistato dalla RAI ha saggiamente dichiarato: “Sono qui volontariamente!! Perché: Cu strigghia u so cavaddu non è jarzuni”.  Chi striglia il suo cavallo non è palafreniere ma padrone. i cittadini che si occupano in modo virtuoso e democratico dei beni pubblici sono padroni di farlo e non vi è altra autorità che possono supplirli … in democrazia!

Da alcuni giorni si respira altra aria ad Oliveri, vi è una atmosfera ridente, la gente si sente protagonista del cambiamento, un’atmosfera che si può descrivere meglio con le parole di Francesco De Gregori: “… E poi la gente (perché è la gente che fa la storia) quando si tratta di sceglie e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare. Quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare,  perché la storia dà i brividi perché nessuno la può fermare.”. 

Adesso spetta alla nuova amministrazione il grande compito di mantenere sempre vivo l’avviato processo partecipativo e continuare a distanza di mezzo secolo il lavoro di Amodeo e di Salvo sostituendo le speranze con delle strategie efficaci e democratiche assumendo anche un ruolo pedagogico che porti la comunità tutta ad un cambio paradigmatico di comportamento collettivo, diventando capace di decidere e non di scegliere tra il meno peggio, come sempre, tra Castello e Tonnara.

Un po’ di storia

Labiri (oggi Oliveri), porto dell’antica Tindari che mite si specchia sulle acque dove galleggiano magiche, le isole del Dio dei venti, acque della Sicilia tra le più pescose di tonni. Ai suoi piedi sorge un’immensa spianata, un grande arenile con in fondo un piccolo rilievo, una sorta di promontorio isolato che domina la radura e che controlla tutta la costa, come un residuo di roccia discostatosi dalla grande falesia a picco sul mare sulla quale sorge l’abitato dedicato al padre dei dioscuri e Re di Sparta. Sul margine di quella spiaggia, su quel porto naturale da dove per secoli salparono le navi cariche del pregiato Thunnus alla volta delle mense della Roma Imperiale, dominato dal Castello, che spicca sulla piccola rocca, sorge il Manfraggio di una delle tonnare più prospere dell’isola. Nel tempo, tra Castello e Tonnara si sviluppò un povero aggregato urbano costituito prevalentemente da piccole “casette terrane”, dove per secoli ha vissuto una comunità di tonnaroti, schiacciata tra la fatica della Tonnara e le angherie delle signorie del Castello.

La Tonnara di Oliveri

La tonnara di Oliveri fu una delle più antiche e produttive della costa messinese, vanta un ineguagliato primato: nel 1900 pescò 3500 tonni. Nel 1088, per decreto del Gran Conte Ruggero, il Manfraggio, la rupe e tutta la piana compresa tra i fiumi Elicona e Montagna, con il promontorio di Tindari in mezzo, e tutto il mare antistante divennero un feudo che fu assegnato al monastero dei Benedettini di Patti che lo gestirono in latifondo fino a quando il Re Federico IV d’Aragona, staccò da questo feudo la parte compresa tra il fiume Elicona e la Rocca di Tindari, creando un nuovo feudo, più o meno corrispondente all’attuale territorio del Comune di Oliveri, compresi i laghetti di Marinello. Nel nuovo feudo, che il Re concesse al suo figlio illegittimo Guglielmo d’Aragona, era compreso il Castello, il Manfraggio della Tonnara e il piccolo abitato. La Tonnara nel corso del tempo passò di padrone in padrone: dal catalano Raimondo Xamar regio camerlengo dei re Martino I e Martino II, alla famiglia Gioeni che detenne pure il castello fino agli inizi del ‘600, poi alla famiglia La Grua principi di Carini, quindi ai baroni Zappino e nel ‘700 ai marchesi Galletti di Santa Marina ai quali seguirono i duchi Lo Faro di Serra di Falco. Nell’800 andò ai baroni Pirrelli che la diedero in concessione nel 1859 ai baroni Longo di Barcellona Pozzo di Gotto, in ultimo, nel 1903, passò alla famiglia Adragna D’Alia Staiti di Trapani. Agli inizi del ‘700 la proprietà della Tonnara venne scissa dal Feudo. Il Castello e il feudo passano alla famiglia Paratore, principi di Patti, poi alla famiglia Merlo ed in ultimo a Caterina Martorana Bonaccorso, che fu l’ultima baronessa.

L’epica delle tonnare in Sicilia in epoca araba

L’epica cattura ittica con le Tonnare in Sicilia ha remote origini. Praticata dai Greci, e secondo alcune fonti, prima ancora dai Fenici, diventa fiorente in epoca romana. Ma a creare un autentico sistema di Tonnare lungo tutte le coste siciliane furono gli Arabi. Essi raffinarono la complessa tecnica di pesca, costruirono i primi manfraggi, organizzarono meglio tutta la filiera produttiva: dalla cattura del tonno alla lavorazione delle carni, dal confezionamento alla commercializzazione. Durante la dominazione araba le tonnare vissero un periodo rigoglioso ed assunsero un ruolo centrale nelle comunità costiere e non solo. I tonnaroti godevano di un enorme rispetto sociale ed occupavano, da uomini liberi, ruoli preminenti in seno alle comunità. Si trattava di un lavoro di estrema abilità e di raffinatissima tecnica. Un lavoro di squadra dove ogni operatore era come la sofisticata ruota di un grande ingranaggio e bastava una distrazione, un minimo errore per mandare in rovina la pesca di un anno. Era un lavoro di alta specializzazione; Un lavoro d’equipe. Questo spiega perché nella Sicilia Araba i tonnaroti erano tenuti in grande considerazione. Essi stessi gestivano le tonnare lavorando in modo collettivistico e la distribuzione dei profitti era equamente ripartita. I manfraggi e le attrezzature non erano di singola proprietà ma erano considerati beni comuni. Si trattava di un sistema così apprezzato che moltissimo del lessico delle tonnare arabe è rimasto inalterato fino ai giorni nostri, anzi si è trasferito nella generale semantica isolana.

Le Tonnare in epoca normanna e l’avvio del feudalesimo del mare

Arrivati i normanni, il mare divenne bene demaniale e da quel momento per impiantare una tonnara serviva la Concessione Regia. Concessione che poteva essere solo di due tipi: in Feudum Perpetuum o in Ampla Forma. Nel primo caso la Concessione veniva data ad un feudatario (i Normanni in Sicilia feudalizzarono anche il mare mentre, prima, con gli arabi esisteva la piccola proprietà individuale). Con l’arrivo degli Altavilla l’isola cambiò la struttura sociale e scomparve la proprietà trasformandosi in grandi latifondi, mare compreso, che si concentrarono nelle mani di pochi: i Baroni, coloro che per volere della Corona esercitavano su vaste terre, un tempo libere, il “Mero et Mixto Imperio”. L’esercizio di tutti i poteri: politici, amministrativi, fiscali, militari e giudiziari, sia civili che penali.

Cosa trovano i normanni: l’eredità degli arabi.

“ A levante di Termini vi e tal paese che si addimanda Labiri (Oliveri), è un bello e grazioso casale con gran castello in riva al mare, dispone di mercato, un bagno, delle case, delle buone terre da seminare, sorgenti e fiumi sulle cui rive si stendono dei campi da seminare. Vi sono installati numerosi molini. Possiede anche un bel porto, nel quale si fa abbondante pesca di quel gran pesce che si addimanda tonno”. Questa è la descrizione della Oliveri Araba che fa il geografo Muhammad al-Idrisi, nel suo volume: “Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo”. Una esplorazione descrittiva dell’isola eseguita su mandato del re normanno. Il libro è più noto come il “il Libro di Ruggero II”. Siamo tra il 1140 e 1150, a circa ottant’anni da quando il Conte Ruggero sbarca in Sicilia per latinizzarla.

Un feudalesimo che dura un secolo in più 

L’abolizione del feudalesimo in Sicilia risale al 1810 quando Ferdinando di Borbone trasforma i feudi in città demaniali. Si ha certezza che il Comune di Oliveri sia stato fondato tra il 1810 e il 1815, poiché l’ultima data è quella nella quale i baroni, che secondo il regio decreto avrebbero dovuto consegnare le terre del Feudo al nascente comune e ai cittadini, avviarono una vertenza giudiziaria avversa alla cessione presso il tribunale di zona: una calcolata mossa reazionaria, una vera e propria combine, che fece durare la vertenza per più di 100 anni. Così per oltre un secolo (1815-1932) le terre, nonostante sentenze contrarie e grazie a complici pastoie giudiziarie e temporeggianti burocratici dilatatori (perizie, contro perizie, ecc..), restarono nella disponibilità dei baroni. Fu la messa in atto di un espediente gattopardesco: la nuova amministrazione comunale fino al 1920, oltre cent’anni dalla fine del feudalesimo, fu espressione diretta dei baroni. Il feudatario di Oliveri fece di tutto per mantenere i privilegi feudali, corrompendo le strutture democratiche amministrative e di giustizia, infiltrando in esse rappresentanti dei suoi interessi. Ci furono sindaci che per decenni non hanno preteso l’esecuzione delle sentenze che sancivano il passaggio delle terre dai baroni al comune. Sentenze che trasferivano solo le terre boschive le quali, guarda caso, qualche mese prima erano state disboscate. Dovette intervenire direttamente il re decretando il 09/09/1846 di doversi trasferire al Comune non solo le terre boschive (che ne erano rimaste poche) “… ma anche quelle che si ricordavano alberate” .

Grazie a questi espedienti le terre rimasero nella disponibilità dei baroni fino alla fine della prima guerra mondiale quando, un valoroso reduce della prima guerra mondiale, Gaspare Amodeo, a capo di un movimento progressista, si batté per ottenere quello che in tutta Italia era già stato concesso: “la terra ai contadini” quale risarcimento agli eroi del Carso. Amodeo nel 1920 fu eletto sindaco ed avviò, a cent’anni di distanza, il primo vero processo di democratizzazione del borgo. L’eroico amministratore riprese con determinazione la secolare vertenza e finalmente nel 1932 ottenne la sentenza definitiva che decretava l’acquisizione delle terre baronali.

L’eredità dei padroni dopo 800 anni di feudalesimo

Ecco come si presentava Oliveri nel 1932 (anno della definitiva sentenza) dopo 800 anni di gestione baronale.

 “Un piccolo paese in miseria costretto tra la saja, il castello e il torrente Oliveri che, per insufficienza di argini elargivano il centro abitato di periodici allagamenti che inondavano abitazioni, distruggevano riserve, inutilizzavano masserizie, trasformavano strade in impraticabili pantani, isolando uffici, servizi e fermando ogni attività. Un patrimonio edilizio men che meschino, tanti casolari affumicati che i contadini dovevano dividere con gli animali spesso non soltanto da cortile ed i pescatori con reti ed attrezzature del mestiere e poi strade a fondo naturale fangose ed impraticabili d’inverno e, polverose e colme di rifiuti maleodoranti di estate, sempre invase da animali in libera circolazione, cunette comunque ricavate a fondo naturale o di pietrame facili a trasformarsi in ricettacoli di acque luride alimentate dei bisogni di ogni abitazione per mancanza di qualsiasi forma di fognature, stalle numerose quasi sempre comunicanti con le abitazioni, un ovile nel centro dell’abitato, due fontanelle pubbliche e poca acqua, alcune aule per le elementari e tanto analfabetismo. In uno spazio libero una casa cadente ed una tettoia (detta pennata) sotto la quale si mercanteggiava di misere cose, qualche rivendita, qualche bettola e ad ogni alba schiere di casalinghe in partenza per il lontano bosco a raccogliere legna da ardere per i bisogni casalinghi della giornata”. Questo è ciò che ha lasciato un lungo elenco di padroni che si sono succeduti per più di otto secoli, imponendo ad una piccola comunità i loro privilegi e sottomettendola alle loro angherie, censurandogli ogni sviluppo civile e democratico. La comunità per secoli fu divisa in schiavi di terra e schiavi di mare. I primi poveri contadini, servi della gleba al servizio del Castello impiegati nelle campagne del feudo, i secondi pescatori, servi del padrone della Tonnara. Una comunità che non ha mai potuto disporre delle redditizie risorse territoriali: il mare pescoso e le terre fertili, sottomessa senza scampo. Quei padroni, forti dell’inconsapevolezza di una popolazione ignorante tenuta sempre all’oscuro di tutto ciò che potesse migliorare le sue condizioni di vita e consentirli un riscatto, hanno forgiato l’indole della comunità rendendola d’istinto gregaria e inoffensiva, il cui profilo psicologico, come per molte altre comunità isolane, è caratterizzato da un irriducibile fatalismo e da una incosciente rassegnazione.

Il passato nelle testimonianze di oggi

Gli echi di questo passato ancora risuonano nelle testimonianze dirette di chi ha vissuto gli ultimi anni della Tonnara e della baronia e nei racconti di chi ha assistito da bimbo a quelle desolanti condizioni di vita.

Svegliati molto prima dell’alba dal suono del corno del Rais, (uomo di fiducia dei padroni, spesso esogeno alla comunità) che per primo prendeva la strada verso il Manfraggio, come un pastore che indica la strada alle sue pecore, silenziosi di sonno, i tonnaroti, ad uno ad uno lasciavano i letti caldi e uscivano dagli usci dei loro tuguri con in braccio le povere “coffe”, preparate la sera prima dalle invisibili mogli, contenenti quel tanto di cibo utile per arrivare alla sera allo “Scagnu”. Era consuetudine che le giornate di duro lavoro, senza soste, nella Tonnara cominciassero un’ora prima dell’alba e finissero un’ora dopo il tramonto. Le giornate durante il periodo della cattura del tonno (aprile, maggio, giugno, luglio) erano le giornate più lunghe dell’anno. Finita l’interminabile fatica giornaliera eccoli tutti in fila, allo “Scagnu”: il locale dove si riscuoteva la misera paga giornaliera, la cui entità era dovuta all’assoluta discrezione, senza appello, del ragioniere che amministrava per conto dei padroni. Di salario straordinario nessuna traccia se non l’eventuale quota parte del ricavato della vendita del 201° tonno pescato, cui tutti insieme avevano diritto. Storie di bimbi messi a lavorare prematuramente per sfruttare la loro piccole mani nella lavorazione delle reti e nella produzione di canapi, economia collaterale a quella del tonno. Donne e bambine maltrattate dai campieri perché osavano prendere la legna nelle terre dei baroni. Nelle terre dei baroni non si poteva né legnare né pascolare e la povera gente faticava a riscaldarsi e a trovare la legna necessaria per cuocere i miseri pasti. L’unica scuola, la scuola elementare, costituita da due misere stanzette, frequentata solo da quei pochi bimbi le cui famiglie potevano permettersi di distrarre forza lavoro per l’istruzione, subì un improvviso spopolamento quando la maestra impose ai ragazzi di frequentare la scuola muniti di calzature. Il giorno dopo, e per giorni e giorni, ai banchi non sedette nessun bimbo. La condizione imposta dalla maestra era insostenibile per le misere economie delle famiglie. Così fu permesso a tutti di continuare ad andare a scuola come usavano andare ovunque, senza scarpe. E quando, dopo la seconda guerra mondiale, arrivò la modernità, anche questa venne gestita dai feudatari. Arrivò il cinematografo! Finalmente un po’ di divertimento alternativo all’abbrutimento dell’osteria tracannando pessimo vino, degradandosi ed ammalandosi sempre più. Il primo cinematografo, momento di festa e di aggregazione domenicale, venne aperto in un locale ancora di proprietà della baronessa. Si narra che chi volesse godere di questo svago, oltre a pagare il biglietto, doveva in segno di devota gratitudine, sfilare davanti alla baronessa e baciare la testa del cane scolpito sul suo bastone, la nobildonna, seduta davanti al botteghino, controllava gli ingressi e metteva alla porta coloro che non gli andavano a genio.

La civile ribellione di “Barbitta”

Agli inizi degli anni 50 del secolo scorso, a trent’anni dalla rivolta di Gaspare Amodeo, si verifica un altro momento di ribellione civile. Viene eletto sindaco un raffinato intellettuale: Ennio Salvo D’Andria, combattivo socialista democratico. Durante i sui 7 anni di governo, “Barbitta”, così era chiamato, per via di una barba bionda che gli copriva il mento, cambiò il volto della vecchia Labiri e la mente della comunità. Lavorò molto per il riscatto dei tonnatori e dei contadini ai quali restituì la dignità di persone prima ancora di quella di lavoratori (in una delle sue tante opere letterarie leggiamo: “I baroni usano i contadini e i pescatori a guisa d’attrezzi”). Fornì la cittadina di strade carrabili, di impianto fognante, di farmacia comunale, di acqua corrente nelle case, e nell’animo della gente inculcò il valore della dignità e della libertà, la consapevolezza e il coraggio che si poteva cambiare. Impose ai padroni della Tonnara la riduzione degli orari di lavoro, il riconoscimento dei diritti sindacali, gli assegni famigliari, e cominciò a lavorare alla formazione di cooperative di pescatori e contadini. Dopo secoli, fu l’unico che realmente operò per l’emancipazione dei pescatori e per il riscatto di tutta la comunità. Ma ben presto fu frenato dai “nuovi baroni” con il consueto trucco della falsa legalità, ed il paese ripiombò nell’andazzo di sempre. il Sindaco del riscatto civile, vittima di una trappola giudiziaria, fu lasciato al suo destino dalla stessa comunità per la cui emancipazione si stava battendo e che già molto aveva riscattato. Una sorta di Sindrome di Stoccolma impedì agli olivaresi di insorgere contro l’attacco ingiusto a “Barbitta”. Complice o indifferente, la comunità, richiamata dall’imprinting gregario autolesionista, nulla fece per difendere il suo liberatore e si consegnò prona ai carnefici di sempre.

L’emigrazione e il feudalesimo di ritorno

Svanite le terre, chiusa la Tonnara (l’ultima nel 1967), venduta dai padroni trapanesi a dei privati che ne faranno un residence turistico di appartamenti in multiproprietà, le risorse naturali e culturali sulle quali gli olivaresi avrebbero potuto puntare per una rinascita civile fiorente restavano la riserva dei laghetti di Marinello e Tindari. La prima divenuta un forte attrattore di turismo naturalista, la seconda divenuta uno dei più grandi attrattori di turismo culturale, per il suo importantissimo sito archeologico e teatro greco, e un grandissimo attrattore di turismo religioso dovuto al culto della Madonna Nera. Ma per imperscrutabili disegni politici entrambe passarono al Comune di Patti. Così agli abitanti dell’antica Labiri, oltre al duro mare salto, non rimase nessun’altra risorsa sulla quale poter investire il futuro. Così furono costretti ad emigrare, e conseguentemente a sviluppare un sentimento sospettoso verso la democrazia che li ha costretti a cercare fortuna altrove facendogli rimpiangere i tempi dei padroni, nei quali erano comunque a casa propria, nel proprio mare e ogni giorno riuscivano a rimediare un pezzo di pane raffermo, invece con la democrazia e con il riconoscimento formale dei diritti neanche quello. Questo ha rafforzato il loro carattere gregario.

Oggi non c’è una famiglia che non abbia un parente in Argentina o in Svizzera. Un’epopea di tonnaroti per il mondo, costretti a lasciare il loro paese dove i “nuovi padroni” non producevano più lavoro, ma preferivano le operazioni edilizie sulle loro nuove proprietà, per le quali non servivano braccia forti, bastavano semplici tratti di penna e atti amministrativi. Finirono come operai siderurgici in Svizzera o in Germania o come gaucho in Argentina. Pochi andarono a lavorare al nord Italia, alcuni capitarono nella Riviera Ligure, dove videro per la prima volta i lidi balneari e capirono che ci poteva essere un modo diverso per trarre reddito dal mare, unica povera risorsa ancora rimasta in paese. Così tornano e realizzarono gli attuali lidi, inaugurando l’attività più fiorente, l’unica veramente autonoma, che oggi si svolge ad Oliveri, trasformando il vecchio porto di Tindari in un attrattore turistico-balneare di buon livello la cui ricaduta economica ossigena per pochi mesi l’anno anche le altre attività. Un esempio di come il riscatto passa attraverso le idee. Esempio che ancor oggi stenta ad essere assunto come paradigma.

Il borgo ieri

Fino a ieri quello che fu l’ubertosa pianura non è più un feudo ma un agglomerato urbano convulso fatto di edilizia di ricambio con qualche casetta terranea che ancora resiste, vetusta, all’assalto dilagante di un’edilizia afasica espressione dell’utile che mortifica ogni creatività. Il significante di un’emigrazione di ritorno, che fatti i soldi all’estero, li investe, quale unico riscatto, nella ricostruzione del povero tugurio di famiglia, lì nel paese natio. Su tutto svetta la strana cupoletta del campanile realizzata in perfetta forma araba quasi come un flebile segno che vuole confermare il racconto di Idrisi e testimoniare che in quel luogo si ebbe un tempo migliore. Ad Oliveri si tagliavano gli alberi in modo feroce, come un tempo facevano i baroni, sostituendoli con palmizi patetici quanto anacronistici, quelli che non si tagliano si capitozzano in modo selvaggio e senza alcun criterio scientifico, lasciando i turisti e i cittadini senza riparo nelle tantissime calde giornate estive. Scuole chiuse, mercati chiusi, beni comuni in degrado, campo di calcio inutilizzabile, lungomare nel più triste degrado, parco giochi utilizzabile solo al calar della sera perché privo di idonea alberatura, il Palischermo posto dentro una serra da vivaio impossibile da visitare per il formarsi di temperature altissime al suo interno, la casa dei pescatori in abbandono, strade sconnesse, ecc., ecc.. Per certi versi sembra quasi lo stesso scenario descritto nel 1932, perché la storia si ripete, alternandosi tra la tragedia e la farsa. La disoccupazione giovanile è a livelli altissimi e le uniche economie sono quelle del turismo balneare e delle pensioni degli anziani. Quei pochi giovani che lavorano lo fanno in modo stagionale con il turismo dei lidi e della ristorazione. I tanti, disoccupati, restano alla mercé della pensione dei nonni e dei padri, i quali, gioco forza, ne orientano gli orizzonti esistenziali compreso quelli politici e culturali, risucchiandoli in quel familismo organizzato che continua a gestire al ribasso anche le loro vite e il loro futuro censurando ogni proposta di partecipazione alla cosa pubblica.

In questi giorni è scoppiata la primavera della partecipazione

 

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