“Dichiarare lo stato di crisi e di emergenza regionale per la grave crisi idrica nel settore potabile nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Messina, Palermo e Trapani”. Con queste parole, contenute in una delibera di giunta del governo di Renato Schifani dell’11 marzo 2024, la Regione Siciliana riconosce ufficialmente dal punto di vista amministrativo e politico l’esistenza di una crisi idrica senza precedenti recenti. È l’inizio formale dell’emergenza idrica del 2024, la più grave che l’isola ricordi negli ultimi decenni, per certi versi persino più severa di quella che si è verificata tra il 2001 e il 2002 per durata ed estensione.

In realtà i segnali erano evidenti già da settimane. A gennaio, nel pieno della stagione delle piogge, gli invasi siciliani avevano accumulato il 18% di acqua in meno rispetto allo stesso mese del 2023, un anno che già si era distinto per la scarsità di precipitazioni, soprattutto nella seconda metà. Che la situazione fosse grave lo dimostravano numeri difficili da ignorare. La diga Pozzillo, sul fiume Salso, parte integrante del sistema idrico Salso-Simeto (fondamentale per l’approvvigionamento idrico, irriguo e idroelettrico della Piana di Catania e delle aree circostanti), che ha una capacità totale di 150 milioni di metri cubi di acqua, a gennaio 2024 ne conteneva poco più di tre. La diga Disueri, sul fiume Gela, a fronte di una capienza di 23,60 milioni di metri cubi, ne presentava appena 0,52. La diga Fanaco, sul fiume Platani, che alimenta i sistemi acquedottistici che approvvigionano diversi centri della Sicilia Sud-Occidentale e Centrale, conteneva appena 3 milioni di metri cubi su una capacità totale di invaso di quasi 21 milioni. L’invaso Cimia, che potrebbe contenere dieci milioni di metri cubi, ne aveva soltanto 0,71. La diga Comunelli, sul corso d’acqua omonimo, era completamente asciutta.

In pieno inverno quindi la Sicilia si trovava già in una condizione che normalmente si registra alla fine dell’estate: le riserve idriche non si stavano ricostituendo.

La prima misura adottata? Il razionamento dell’erogazione dell’acqua. A partire da lunedì 8 gennaio 2024, Siciliacque (società partecipata per il 25% dalla Regione Siciliana e per il 75% dal privato Idrosicilia S.p.A., che nell’isola gestisce il servizio di sovrambito) ha ridotto la portata d’acqua del 10% e in alcuni casi del 15% a 39 Comuni delle province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo, oltre a due Consorzi di Bonifica, Agrigento 3 e Caltanissetta 4, collegati direttamente al serbatoio Fanaco o ad altri acquedotti alimentati da questo invaso. Dal 12 gennaio, una volta ultimati alcuni interventi sul sistema acquedottistico Garcia, nel piano di riduzione sono stati coinvolti anche 15 Comuni della provincia di Trapani.

La quasi totale assenza di precipitazioni durante la primavera ha aggravato un quadro già fortemente compromesso. Secondo il Sias, il Servizio informativo agrometeorologico siciliano, le piogge primaverili non hanno fornito apporti idrici significativi: quasi ovunque l’acqua ha bagnato soltanto lo strato superficiale dei suoli, dal quale è evaporata rapidamente. La media regionale della precipitazione mensile in Sicilia è risultata pari a circa 8 mm, inferiore alla norma del periodo 2003-2022, che è pari a circa 11 mm.

La gravità della situazione risultava ancora più evidente dall’osservazione dei dati di pioggia cumulati nell’arco dell’anno. A fine giugno 2024 le precipitazioni registrate negli ultimi dodici mesi, con una media regionale di 414 mm, sono scese allo stesso livello della grande siccità del 2002, quando nello stesso periodo l’accumulo medio regionale era stato di 413 mm. In alcune aree dell’isola il deficit pluviometrico ha superato il 60% su base annuale.

Tra giugno e luglio si è raggiunto l’apice della crisi, con il 73% di acqua in meno rispetto alla capacità utile complessiva, pari a 1.010,70 milioni di metri cubi di acqua, dei ventinove invasi della Sicilia monitorati nello stesso periodo dall’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia, utilizzati per usi potabili, irrigui, elettrici e industriali. A giugno, con la prospettiva di dover ancora affrontare la stagione asciutta, gli invasi contenevano appena 288 milioni di metri cubi d’acqua: meno di un terzo della capacità disponibile. Il confronto con l’anno precedente rende ancora più evidente la portata della crisi. Dopo le piogge di maggio e della prima metà di giugno 2023, gli invasi contenevano 520 milioni di litri d’acqua ed erano pieni per circa metà della loro capienza. In alcuni casi la situazione è stata addirittura catastrofica. L’invaso Comunelli e l’invaso Zaffarana erano completamente a secco. La diga di Pozzillo a giugno conteneva appena 5 milioni di litri d’acqua. Le dighe Disueri e Fanaco erano quasi totalmente asciutte: 0,21 la prima, 0,45 la seconda.

 

La risposta delle istituzioni è stata drastica.  Su una popolazione complessiva di 4.779.371 abitanti, i siciliani che hanno sperimentato una riduzione nell’erogazione idrica sono stati 2.347.142, quasi la metà dell’intera popolazione regionale. Riduzioni che, in molti casi, si sono innestate su sistemi di distribuzione che già in condizioni normali raramente garantiscono un’erogazione continua nell’arco delle ventiquattro ore. I razionamenti hanno colpito anche aree della regione tradizionalmente meno esposte al rischio di siccità. Un caso emblematico è rappresentato dalla diga di Ancipa, infrastruttura multiuso strategica nel sistema idrico della Sicilia orientale. Qui, l’effetto combinato del perdurare della siccità per gran parte dell’autunno e dell’assenza di misure di contenimento preventivo delle erogazioni nei mesi precedenti ha portato al quasi completo esaurimento dei volumi invasati, compromettendo l’approvvigionamento idropotabile di comuni quali Troina, Gagliano Castelferrato, Cerami, Nicosia e Sperlinga.

L’estate 2024 trascorre in un clima da catastrofe ambientale: città senz’acqua, campagne letteralmente arse dal sole, bacini idrici vuoti, raccolti perduti (in alcune zone della Sicilia si è deciso di sacrificare le piante a stelo basso come grano e frumento, e destinare tutta la portata di irrigazione verso le piante alte, per il semplice motivo che le prime fuopriscono ogni anno, gli alberi necessitano di decenni), con la politica che annaspa, non riesce ad andare oltre l’emergenza, e messa alle strette tira fuori soluzioni fantasiose, inefficienti e persino dannose. Poi, a fine agosto, finalmente piove. Poco, ma piove. ma l’emergenza non rientra.

Perchè non basta che, genericamente, “piova” ai fini del regolare apporto idrico ai suoli. Serve, per esempio, che le piogge siano “costanti”: gli acquazzoni, i temporali, le “bombe d’acqua”, non incidono sugli indici di siccità, perchè l’acqua accumulata in grandi quantità non riesce a permeare il terreno a causa della velocità con la quale scende a valle, diventando così irrilevante ai fini dell’alleviamento della siccità (e dannosa per il territorio per allagamenti e alluvioni). E infatti il suolo, specialmente a profondità maggiori, può richiedere almeno un paio d’anni per ripristinare completamente le sue condizioni di umidità ottimali dopo una siccità severa, che aumentano nel caso del ripristino delle riserve idriche: il tutto, assumendo che non ci siano (o siano trascurabili) grosse anomalie nelle precipitazioni. E infatti, la situazione non si stabilizzerà che a inizio 2026, grazie a precipitazioni che hanno generato un surplus che finalmente è andato a colmare quote significative del deficit pluviometrico accumulato negli anni precedenti, evidenziando un superamento non solo della siccità agronomica ma anche della siccità idrologica. Un anno e mezzo dopo la più grossa crisi idrica degli ultimi vent’anni.

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