MESSINA. Grande ritorno nella serata di oggi, sabato 7 marzo, al Retronouveau per una delle band più influenti e riconoscibili del rock italiano degli ultimi vent’ anni. Ironici, provocatori e politicamente consapevoli i Ministri sono pronti a portare sul palco del live club dello Stretto, tra chitarre graffianti e testi concreti, la loro potente energia live per risvegliare tutte quelle coscienze intorpidite e far cantare tutti coloro che li seguono da sempre. Davide Auteliano (Divi) alla voce e al basso, Federico Dragogna alla chitarra e Michele Esposito alla batteria tornano, infatti, dopo circa otto anni, in Sicilia, in formazione trio, per le tappe conclusive del loro Provincia Popolare Tour 2026 nelle città di Palermo, Catania e Messina: un viaggio pensato per raggiungere tutti quei luoghi che, nonostante le difficoltà, continuano a organizzare concerti e a fare cultura. Ad attendere il pubblico ci sarà una scaletta “super democratica”: non solo i brani dell’ultimo album, Aurora Popolare, pubblicato nel settembre 2025, ma anche molte delle canzoni che dal 2003 ad oggi hanno segnato e raccontato in modo significativo il percorso della band milanese.
Tre pezzi manifesto dei Ministri
Divi: “Prendendo un po’ quello che può andare a rappresentare anche l’anima del nostro show, direi: “Comunque” ovvero un pezzo che racconta la speranza che, anche tramite un genere roboante come il nostro, vogliamo argomentare nonostante appunto le difficoltà del tutto e del contesto. Sicuramente ti metterei un pezzo come “Bevo”, non tanto perché ci identifichiamo totalmente ma perché è una parte un po’ goliardica che ci è sempre piaciuta manifestare dal vivo e come stile di comunicazione. E poi ti direi “Palude” perché rappresenta un po’ quella cosa più cantautorale che porta un po’ anche al momento di riflessività. In alternativa ti direi anche “La Piazza”, nonostante sia un pezzo un po’ più datato, con qualche connotato un po’ più ideologico e anche politico e tutto questo non lo disdegniamo affatto. Pensiamo che il nostro fare musica sia un inevitabile attivismo che ci spinge verso un confronto costruttivo, ma comunque severo e critico”.
Pensando al vostro percorso artistico si nota una fantastica coerenza. È difficile restare rock al mondo d’ oggi?
Divi: “E’ difficile a fasi, nel senso che noi siamo una band che è cresciuta in un contesto dove il rock era forse l’unico genere che si prestava in termini di pubblicazione a ciò che avevamo in mente di fare e che sicuramente ci piaceva anche svolgere, eravamo pur sempre tre musicisti poi alla
base di tutto. Sicuramente la musica intorno a noi è cambiata molto e questa cosa ci ha fatto sentire un po’ soli e a volte anche un po’ bisognosi di adattarci ai contesti che avevamo attorno. C’è stato quindi un momento dove abbiamo sicuramente tentato, dentro comunque dei limiti che c’eravamo un po’ imposti, di cercarsi di adeguarci ai contesti musicali che avevamo attorno, ma ci siamo accorti questo voleva dire snaturare anche solo leggermente tutto il nostro lavoro. Per cui la verità è che abbiamo capito che la nostra vera arma è, chiamiamola coerenza, chiamiamola credibilità, in realtà è tenere la barra dritta verso quello che sappiamo fare meglio, ovvero comunicare in un certo modo. Questo non significa chiudersi in una gabbia, ma al massimo lavorare molto nel riuscire a scrivere le cose al meglio, utilizzando un genere, che in realtà poi è un linguaggio molto eterogeneo. L’Italia, tra l’altro, si è abituata tantissimo ad affrontare il rock come genere, in maniera diversa da quella che è storicamente immaginato da un italiano, perché all’estero il rock assume forme molto eterogenee, e a noi piace poter fare la stessa cosa”.
Nonostante TickTock, nonostante le hit, nonostante i tormentoni estivi la musica può avere ancora un potere di denuncia sociale e politica? Può servire a svegliare le coscienze intorpidite?
Divi: “Con noi si sfonda una porta aperta: diciamo che la musica è una cosa talmente bella che può pure curare e fare terapia letteralmente alle persone, figuriamoci che cosa potrebbe anche far succedere davanti a delle menti aperte, alla ricerca di un cambiamento. La musica può diventare, e in passato lo è astata, anche rivoluzione, basta semplicemente sintonizzarci e magari credere anche un attimo che veramente il cambiamento sia possibile. Credo che oggi si in un mondo piuttosto addormentato, dove la musica è semplicemente intrattenimento e bene di consumo. In passato è stata in realtà una fonte di ispirazione per portare a ragionare su cose molto grandi e molto importanti. L’arte serve anche a questo, e lo dico nel senso più puro del termine, a stimolare e ad evocare in qualche modo un cambiamento, un ragionamento, una riflessione più profonda. Oggi viviamo dei tempi dove non c’è spazio e non c’è tempo per riflessioni profonde, bisognerebbe forse cambiare la velocità per fruire al meglio di un tipo di musica, magari anche come la nostra”.
Il 19 settembre 2025 è uscito il vostro ultimo album “Aurora Popolare”. Perché questo titolo?
Divi: “Aurora Popolare è un disco molto consapevole e pensato. Quello che avevamo in mente era, appunto, di fare un disco che potesse in qualche modo ricollegarsi alle nostre origini a cavallo tra gli anni ’90 e 2000. Nella parola popolare risiede da sempre un concetto molto forte, che ci ha dato letteralmente un baricentro artistico, che ci ha fatto letteralmente un po’ esplodere poi nella decade successiva. Per cui riprendere questo termine in una maniera che potesse riattualizzarsi oggi è stata già una sfida, un qualcosa che musicalmente voleva ritrascinarci dentro nel tempo e riprendere certe urgenze, certe iniziative, andando ad abbandonare un po’ certi compromessi. Dall’altra parte la questione dell’Aurora era un po’ un modo speranzoso di guardare al domani, a un nuovo giorno da scrivere: noi come generazione abbiamo raccolto tante esperienze, e sappiamo anche quanto è difficile un po’ scappare da questo fenomeno di incattivimento che, purtroppo, in genere capita quando si invecchia. Noi crediamo nel futuro e nelle generazioni che verranno, e credo che dobbiamo offrirgli gli strumenti necessari perché possano fare le loro battaglie e cambiare il loro mondo, che poi è anche il nostro, in una maniera molto consapevole, partendo da qualcosa che magari arriva anche da molto lontano, come quello che siamo stati noi poi di fatto, come percorso musicale.”
Aurora Popolare è un disco nudo e crudo: c’ è la rabbia, c’ è la bellezza ed il romanticismo. Quali sensazioni possono arrivare a chi lo ascolta?
Divi: “È un disco che abbraccia una palette di sensazioni molto diverse e anche molto eterogene. Secondo me poi l’ascolto è molto soggettivo, però quello che volevamo fare sicuramente era dare una rabbia costruttiva, con dei momenti anche di romanticismo profondo. Un pezzo come Terre promesse è un pezzo che per me ha un respiro molto significativo e molto profondo, e anche adesso che lo stiamo portando in tour diventa un momento emblematico nel nostro live, dove si sente anche molto la partecipazione che ha la gente rispetto alla canzone e all’assistere a quel rito. Per noi è importante condividere gli stessi sentimenti e sapevamo che, nonostante una lettura soggettiva di ogni singolo brano, ci saremmo poi andati a connettere con chi ci conosce e ci ascolta. Però anche quella rabbia per noi è un aspetto fondamentale. Rinnegare certe sensazioni è una violenza che non bisognerebbe più fare.”
Nel vostro ultimo disco cantare più che mai la disillusione, mettete nero su bianco come un certo tipo di collettività e di utopie siano del tutto finite. C’ è qualcosa o qualcuno a cui vi riferite in particolare?
Divi: “Riflettiamo sempre molto su quali siano i disagi che vanno ad accomunare tante persone. Quello che sicuramente non ci piace oggi è la falsità con cui certe cose vengono raccontate e quando certe narrazioni vengono appositamente alterate per portare acqua a un mulino, sappiamo perfettamente che a un certo punto tutta questa cosa qua è una polveriera che andrà per esplodere. È un po’ lì che sentiamo il nostro pericolo: esiste una rabbia che può essere costruttiva, ma esiste anche una brutta rabbia fatta di frustrazione di fronte a una serie di fenomeni che abbiamo intorno a noi, come appunto tutti quei poteri che decidono persino di farci leggere la realtà come non è. Questo purtroppo, spesso, ci porta letteralmente a incattivirci e a trasformarci probabilmente anche in qualcosa di bestiale.”
Tornate a Messina sul palco del Retronouveau dopo circa otto anni, che live sarà quello di sabato?
Divi: “È passato parecchio tempo dall’ultima volta dei Ministri in Sicilia e nel frattempo sono cambiate molte cose, non solo dal punto di vista musicale ma anche nel modo in cui la musica viene prodotta e gestita, soprattutto per quanto riguarda i costi delle maestranze. Noi abbiamo sempre vissuto la musica un po’ come una carovana che si spostava di provincia in provincia, mentre oggi ci hanno dato dei super jet che però vanno in sette e basta. Per questo abbiamo voluto recuperare un approccio più tradizionale, che ci permettesse di suonare anche in contesti che rischiano di restare esclusi. Allo stesso tempo, però, crediamo che un artista debba poter scegliere il proprio percorso: se c’è la voglia, le cose si fanno, al di là delle sole logiche di sostenibilità. Tornare in Sicilia era quindi importante, anche perché qui ci aspettano da molto tempo. Messina, poi, ha un contesto particolare all’interno dell’isola e non volevamo escluderla. Sarà un live diverso dal solito: suoneremo in trio, una scelta che nasce sia da esigenze di sostenibilità, sia dal desiderio di rendere il concerto più diretto e viscerale. Anche la scaletta ripercorrerà diverse fasi della nostra discografia, con un ritorno a sonorità più ruggenti, vicine ai primi lavori.”
Cibo siciliano che non vedete l’ora di mangiare?
Divi: “Di recente ho scoperto l’Iris dolce, ecco è il male crea dipendenza.”
Ponte sullo Stretto si o no?
Divi: “Penso che se fino ad oggi con tutti gli studi fatti, e ne sono stati fatti tanti, non è stato mai fatto un motivo ci sarà. Poi se questa cosa la propone uno come quello là sicuramente è una cosa che non sa da fare.”



