MESSINA. È precarietà la parola chiave dell’occupazione messinese, con quattro dipendenti su 10 alle prese con lavori part time, decine di migliaia di persone inattive e un indice di ricambio (il valore che misura il rapporto tra chi esce e chi entra nel mondo del lavoro) pari al 48,92%, con uscite superiori alle entrate. A ciò si aggiunge un indice di dipendenza pari al 57,05% (indica che ogni 100 persone in età attiva “sostengono” 57 persone non attive) e un guadagno medio nel settore privato di 28.055 euro annui (al lordo), che secondo i dati raccolti dall’Osservatorio JobPricing 2025 relegano la provincia peloritana al 91esimo posto in tutta Italia, a fronte di una retribuzione media nel resto del Paese di 32.402 euro.

Il tutto senza considerare il “sommerso”, soprattutto per ciò che concerne i lavoratori stagionali e della ristorazione, segnato da salari bassi, orari massacranti, part-time che diventano full, paghe di 25 euro per otto o nove ore e “assunzioni” in nero. Uno scenario che anno dopo anno invoglia sempre più giovani a fare i bagagli e andare via, in cerca di sicurezze e prospettive di crescita.Eppure, malgrado di lavoro ce ne sia sempre meno, le tasche dei messinesi sembrano non risentirne, almeno in base a ciò che raccontano le dichiarazioni dei redditi del 2024 (relative quindi al 2023), con sempre più famiglie benestanti, una crescita netta dei contribuenti nella fascia compresa fra i 22.000 e i 55.000 euro annui e un “boom” dei paperoni con introiti superiori ai 120mila euro: quattrocento in più in meno di dieci anni.

 

I numeri.

Appena 54mila lavoratori, un tasso di occupazione del 37,9 per cento, di gran lunga il più basso fra i grandi comuni italiani, e più di un cittadino su quattro classificato come “inattivo”. Sono i dati relativi all’occupazione nel 2024 secondo il report “Messina in cifre”, che ogni anno fotografa la condizione economica della città.

I numeri sono tutti al ribasso: rispetto all’anno precedente gli occupati in meno sono circa un migliaio, e rispetto al 2016 i posti di lavoro andati perduti sono quasi 10mila (erano 63mila rispetto agli attuali 54mila). Un andamento totalmente in controtendenza rispetto a Catania e Palermo, che in otto anni crescono rispettivamente di 10 e 7 punti. In percentuale, Messina ha grossomodo la metà degli occupati di Firenze, prima in classifica con il 73,4.

Più “confortante” il tasso di disoccupazione (32,4), che risulta il più basso dal 2016 in poi, soprattutto se messo a raffronto con l’annus horribilis della pandemia, nel 2020, quando la percentuale ha sfiorato il 40%. Anche in questo caso però Messina ottiene la maglia nera in tutto il Paese, “doppiando” sia Catania che Palermo.

Qual è la differenza fra i due valori? Il tasso di occupazione misura la percentuale di persone occupate nella fascia compresa fra i 15 e i 64 anni, tenendo in considerazione tutti coloro che hanno svolto almeno un’ora di lavoro retribuito nel corso di una settimana.

Il tasso di disoccupazione rappresenta l’incidenza dei disoccupati sulla forza lavoro totale (occupati + disoccupati) e analizza il numero di persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che cercano attivamente un’occupazione.

Ma com’è possibile che a Messina entrambi i valori (occupazione e disoccupazione) siano in calo? I motivi possono essere vari, e sono perlopiù riconducibili all’aumento delle persone inattive che non lavorano né cercano lavoro: i pensionati, ad esempio, in una città che di over 65 ne ha 53.426 (praticamente un messinese su quattro). Un numero in costante crescita.

In provincia.

A fornire un quadro più ampio ci pensa il report annuale dell’Inps, focalizzato su tutta la provincia (che rispetto al capoluogo presenta un saldo netto occupazionale positivo, dovuto a un numero maggiore di assunzioni rispetto alle cessazioni). Su circa 206mila lavoratori, 167mila sono dipendenti, con una netta prevalenza del privato rispetto al pubblico, mentre quelli con contratto part time rappresentano il 41,4%: un dato maggiore (e in crescita) rispetto sia al valore regionale sia a quello nazionale. Nello specifico, nel 2024 le assunzioni part time sono state più di 36mila, con una prevalenza nella fascia d’età fra i 30 e i 50 anni (il 48% del totale).

 

Sei donna? Prendi meno.

Malgrado il report provinciale dell’Inps lasci intravedere “interessanti dinamiche di trasformazione”, con una tendenza di crescita nel medio periodo nell’occupazione femminile, molto meno confortante è l’analisi della Cgil Messina, che si sofferma sul gap di genere e sulle diseguaglianze retributive. In provincia hanno un lavoro solo 35 donne su 100 tra i 15 e i 64 anni, il 20% in meno rispetto agli uomini: una percentuale che raddoppia in presenza di figli. Il divario riguarda anche la retribuzione media per ora di lavoro: una dipendente donna a Messina guadagna in media 11,89 euro l’ora, un uomo 13,59 euro. A metterci il carico di mazze è la piaga del lavoro povero, che colpisce in particolar modo il gentil sesso: assunte spesso con contratti più precari, sono principalmente occupate in aziende piccole e piccolissime di settori come commercio, alloggio e ristorazione, che offrono posizioni meno qualificate e contratti con basse retribuzioni. Basti pensare che a Messina due terzi dei lavoratori part-time sono donne (chi ha un contratto a tempo determinato guadagna il 10% in più all’ora e chi lavora part-time guadagna circa il 20% per cento in meno rispetto a un full-time).

 

Il paradosso dei redditi.

Con un reddito medio di 23.500 euro, Messina si piazza al secondo posto in Sicilia tra i capoluoghi di provincia per livello di reddito dichiarato nel 2024 (anno di imposta 2023). Lo dicono gli open data del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ogni anno raccolgono le dichiarazioni Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche. In testa alla classifica regionale c’è Palermo, con 23.942 euro, mentre Enna chiude il podio con 22.946 euro.

Com’è composto il reddito generato dei messinesi? Nel capoluogo peloritano sono oltre 134mila i contribuenti, per un totale dichiarato di circa 3,04 miliardi di euro. Più della metà, quasi 71mila, percepisce un reddito da lavoro dipendente, 49mila sono quelli che ricevono una pensione, mentre i fabbricati generano rendite per cinquantottomila cittadini. I lavoratori autonomi sono solamente millenovecento (nel 2015 se ne contavano oltre 3700), mentre gli imprenditori sono quasi settemila.

Per quanto riguarda i redditi, oltre un messinese su cinque (il 28,5%) guadagna tra 26mila e 55mila euro, mentre quasi altrettanti (il 28,4%) si collocano nella fascia più bassa, tra 0 e 10.000 euro: circa 800 euro al mese. Nel mezzo, il 12% dei cittadini dichiara tra 10 e 15mila euro, e un altro 25,1% tra 15 e 26mila. Tradotto: il 94% dei messinesi guadagna meno di 55mila euro l’anno e produce “solo” il 75,7% del reddito totale della città. Il restante 6%, composto dai più ricchi, genera da solo quasi un quarto (24,3%) del reddito complessivo. E le differenze diventano ancora più evidenti se si guarda in alto alla piramide. Chi dichiara tra 55 e 75mila euro (appena il 2,7% dei contribuenti) concentra il 7,3% del reddito cittadino. Chi sta tra 75 e 120mila euro (un altro 2,5%) ne produce il 9,6%.

Poi ci sono i “paperoni”: 1.133 persone che dichiarano più di 120mila euro l’anno. Da sole, mettono insieme il 6,9% del reddito complessivo.

Ma com’è cambiata la situazione rispetto al 2015? Guardando i dati del report “Messina in cifre” del Comune, basato sui dati del Mef, emerge un quadro in chiaroscuro: la città (malgrado il tasso di occupazione in calo)  sembra stare meglio, almeno a giudicare dalle dichiarazioni dei redditi.

Negli ultimi otto anni è diminuito il numero di messinesi con redditi bassi: la fascia tra 0 e 10mila euro si è ridotta del 13%, mentre quelle tra 10 e 15mila e tra 15 e 26mila euro sono calate entrambe di circa 9%.

Al contrario, cresce la classe media e medio-alta: i contribuenti con redditi tra 26 e 55mila euro sono aumentati del 26,3%, quelli tra 55 e 75mila del 7,6%, e chi dichiara tra 75 e 120mila euro addirittura del 36,8%. E in cima alla piramide? I paperoni di Messina, cioè chi guadagna oltre 120mila euro l’anno, sono oggi quasi il 62% in più rispetto al 2015.

C’è poi il dato bislacco sui nullatenenti. Sempre in base al report pubblicato sul sito del Comune, i messinesi che hanno dichiarato 0 euro sarebbero appena in 15. Eppure appena 8 anni fa, nel 2017, erano ben 1426, passati l’anno successivo a 22 cittadini. Così, d’emblée, senza colpo ferire.

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