Ogni aspirazione a curare e migliorare il mondo richiede di cambiare profondamente gli «stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».

La frase sopra riportata non è tratta dagli scritti giovanili di Carlo Marx ma dall’introduzione di Papa Francesco alla sua Enciclica “Laudato si’ ”, che riporta quale significativo  sottotitolo “sulla cura della casa comune”.

In essa, citando con affetto anche quanto espresso dai pontefici che lo hanno preceduto (il virgolettato è tratto da uno scritto di Giovanni Paolo II), Bergoglio sviluppa, con un’ampiezza di vedute e di prospettive di cui fin qui non si era veduto l’eguale, la propria visione su un’ecologia possibile, che l’intera umanità brulicante in questo angolo di universo che chiamiamo terra è invitata ad abbracciare, declinare, condividere intimamente assumendola e introiettandola al pari di un codice genetico.

Da questo importante documento del nostro tempo traggo spunto per riconoscere intanto come questo pontefice sia ormai divenuto di fatto l’unica figura a livello planetario in grado di dispiegare uno sguardo lucido sulla realtà che ci circonda, in ciò superando di un centinaio di spanne in coraggio e dignità gli ometti e le donnine che, nella percezione comune, detengono le sorti del pianeta.

America, Cina, Russia, Unione Europea si sono incamminate ormai da decenni (in alcuni casi da secoli) in un percorso la cui ratio si alimenta ancora di mitologie arcaiche, quali quelle della crescita illimitata e dei consumi senza regole. E quando qualcuno prova a dimostrare che ciò non è più possibile concretamente, la risposta è quel cinico Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino!) dietro il cui paravento si celano vecchi e nuovi egoismi.

Il panorama che fa da sfondo alle nostre giornate storiche si è così caratterizzato per una pluralità di “povertà”, ossia di privazioni, a vario titolo, di mezzi materiali, di risorse culturali, di energie etiche e spirituali con cui fronteggiare le criticità del presente e attraversare più o meno indenni la crisi di valori che investe oggi, tra le altre, anche la società italiana.

Una parte rilevante delle società capitalistiche si sono ritenute, nel corso del XX secolo, infastidite e rallentate nella propria corsa dall’esistenza di modi di vita basati su attività spesso “gratuite”, incentrate sulla possibilità di controprestazioni più che sulla ricerca del profitto, come tali non più in linea con i valori che si volevano rendere dominanti. Da ciò l’esigenza, avvertita dai gruppi dirigenti, di affrettare la scomparsa della cultura tradizionale attraverso la subdola quanto efficace divulgazione di valori nuovi e ben diversi: il consumo come fine, l’effimero, la tendenziale mancanza di coinvolgimento psico-somatico nei processi lavorativi, il profitto incurante dei costi ecologici e della qualità della vita, l’ascesa sociale e la “lotta per la vita” aventi come unica finalità il potere, ritenuto al contempo fonte e indicatore di felicità; questi in sintesi i valori affermatisi nell’ultimo mezzo secolo, in cui è venuto avanzando un deserto che ha visto celebrare ossessivamente il rito produzione-consumo, un rito i cui officianti devono non solo consumare allegramente quanto viene prodotto ma anche credere che questo nostro sia il migliore dei mondi possibili.

È indubbio che tale imponente mutazione socio-culturale abbia determinato una crisi “civile” nella comunità e negli individui che la compongono: a fronte di una società che si dice avanzata, i valori democratici di partecipazione, uguaglianza, solidarietà rimangono il più delle volte marginali e addirittura scomodi nei sistemi di rappresentazione, nel comune sentire e nella prassi concreta delle persone.

Tale crisi si è ulteriormente accentuata con l’avvento della globalizzazione, caratterizzata per un verso dall’estrema velocità e pervasività dei messaggi e delle merci, per altro verso da una sostanziale sclerotizzazione degli assetti socio-politici, che non ha reso disponibili a strati più vasti della società le nuove risorse tecnologiche e i frutti dell’umanesimo contemporaneo, sortendo viceversa – a livello planetario – una distanza sempre maggiore tra chi ha troppo e chi ha troppo poco.

Da qui le nuove forme di “povertà”, che non investono ormai solo la sfera connessa al possesso e al consumo dei beni, ma si radicano nelle sempre maggiori dipendenze da surrogati della vita reale ovvero in una serie di “impoverimenti” delle facoltà espressive, dei linguaggi, delle forme di percezione della realtà, del mondo, del pianeta, dei fatti dell’esistenza. Le trasmissioni televisive basate su talk show mostrano, pressoché uniformemente, quanto tali “povertà” – anche nella sfera dei sentimenti e nell’estensione della loro gamma – abbiano ormai colpito larghissime fasce della società.

Lo sviluppo delle conoscenze preistoriche e archeologiche tende a disporre nello spazio forme di civiltà che eravamo propensi a immaginare come successive nel tempo. Il che significa due cose: anzitutto che il «progresso» (se questo termine è ancora adatto a designare una realtà diversissima da quella a cui era stato in un primo tempo applicato) non è né necessario né continuo; procede a salti, a balzi, o, come direbbero i biologi, per mutazioni […..]. L’umanità in progresso non assomiglia certo a un personaggio che sale una scala, che aggiunge con ogni suo movimento un nuovo gradino a tutti quelli già conquistati; evoca semmai il giocatore la cui fortuna è suddivisa su parecchi dadi e che, ogni volta che li getta, li vede sparpagliarsi sul tappeto, dando luogo via via a computi diversi. Quello che si guadagna sull’uno, si è sempre esposti a perderlo sull’altro, e solo di tanto in tanto la storia è cumulativa, cioè i computi si addizionano in modo da formare una combinazione favorevole”.

Claude Lévi-Strauss, Razza e storia, 1952

Già nei primi anni ’50 del secolo scorso Claude Lévi-Strauss aveva messo in dubbio la concezione unilineare e progressiva dello sviluppo delle civiltà. Circa un decennio più tardi, in Italia, Pier Paolo Pasolini, nella forma poetica che gli era propria, contestava l’identificazione tra “sviluppo” e “progresso”, segnalando profeticamente come la società dei consumi avrebbe sortito – come poi è di fatto avvenuto – quella devastante “scomparsa delle lucciole” che ha progressivamente impoverito gli orizzonti naturali e culturali dei nostri angoli di mondo, facendo smarrire le identità locali e producendo una perniciosa mutazione antropologica che ha arrecato danni alla qualità della vita e ai rapporti delle comunità con gli ecosistemi in cui esse sono inserite.

I moderni critici del consumismo e teorizzatori della decrescita felice (Nicholas Georgescu-Roegen, Serge Latouche, Cornelius Castoriadis, Jeremy Rifkin, Zygmunt Bauman e, qui in Italia, Maurizio Pallante), epigoni di quei lontani testimoni che hanno pionieristicamente avviato un processo di demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso, partono proprio dalla considerazione che non ci sia rapporto di conseguenza tra crescita economica e benessere, e che anzi il consumo (o, meglio, il suo eccesso) conduce al peggioramento della qualità dell’esistenza degli uomini e della vita dell’intero pianeta.

Uscire dalla società dei consumi diventa pertanto un ideale e una missione per quanti ritengono che a fronte dei paradisi di benessere promessi (e non mantenuti) dall’incremento del P.I.L. vada piuttosto coltivato il perseguimento di nuovi stili di vita e l’eliminazione (o la riduzione) degli sprechi, il recupero della “gratuità” a tutti i livelli (ad es. attraverso le banche del tempo), una nuova coscienza planetaria consapevole dei costi ecologici dell’inarrestabile dialettica produzione-consumo, la ricerca di nuove e più “pulite” tecnologie e di fonti alternative; in una parola, un radicale mutamento di paradigma nei meccanismi che regolano le nostre culture, al fine di avviare la costruzione di persone sottratte – per quanto ciò sia possibile – all’abbraccio mortale di un capitalismo per secoli risorto dalle sue ceneri e oggi ormai – ad onta delle sue apparenti vitalità – irrimediabilmente crepuscolare.

Se guardiamo, alla luce di tali sommarie considerazioni, al nostro panorama politico-culturale, la situazione è alquanto deprimente. Delle forze politiche in campo quasi nessuna si prende la briga di elaborare progetti miranti al miglioramento del clima, alla riduzione delle fonti energetiche attuali, all’adozione di nuovi strumenti in grado di garantire il mantenimento di benefici cui non siamo più disposti a rinunciare e assicurare al contempo una qualità di vita migliore e soprattutto non riservata a pochi. Eppure questi strumenti ci sarebbero, ci sono già. Il solare, l’eolico, l’idrogeno, sono tutte forme sperimentate di approccio “pulito” all’eterno problema dell’uomo di “fare funzionare” il proprio mondo. Ma tutto ciò confligge con gli interessi finanziari di quanti traggono profitto proprio dallo sfruttamento intensivo delle risorse “sporche” e dal continuo scarto tra i privilegiati del pianeta e i “dannati della terra”.

In questi giorni continuiamo a cazzeggiare, sulle reti televisive e sul web, su temi complessi quali il diritto di cittadinanza, la riforma elettorale, l’abbassamento delle tasse e tanti altri aspetti del nostro presente certamente cruciali. Alcuni quacquaracquà politici (ne albergano sempre nel nostro zoo) affetti dall’eterno fascismo italiano sproloquiano sul fatto che i flussi migratori contamineranno fatalmente l’identità storica dell’Occidente.

La verità è che tale identità l’Occidente l’ha già barattata da tempo trasformandosi in enorme massa di consumatori anodini, cui il misero benessere quotidiano nel quale vivono ha annullato qualunque capacità di riflessione critica e di carica utopica sui destini del pianeta.

Forse su tale triste realtà dovremmo riflettere, a cinquant’anni dal Sessantotto. Ed è singolare che solo il Vescovo di Roma abbia oggi il coraggio di farlo.

 

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