di Agostino De Caro

Venerdì primo gennaio 2027 festeggeranno 50 anni di attività, a più di 100 anni dal loro sbarco negli States e, per celebrare l’evento, stapperanno le loro bottiglie sintonizzandosi a mezzanotte ora italiana, perché noi, sottolinea Paul, “ci sentiamo italiani e le nostre radici sono ancora forti”.

Quando pensiamo agli italo-americani pensiamo subito a New York, al New Jersey o al Connecticut. Quasi mai pensiamo invece al Texas.

La famiglia Bonarrigo sbarca nel 1920 a New York e si stanzia dapprima nel Bronx. Dopo circa 10 anni, in cerca di terre migliori per la viticoltura, decide di spostarsi in Texas, verso il 1933. Siamo nel periodo storico appena successivo alla grande crisi del ’29 e durante la fine del proibizionismo negli Usa. Lì, in Texas, erano pochi gli italiani, ma alcune contee texane facevano eccezione, come la contea di Brazos e la cittadina di Bryan, dove gli italiani erano davvero tanti.

È in questa contea che 48 anni fa Vincent-Paul Bonarrigo e sua moglie Merril Hof-Bonarrigo (i cui antenati erano tedeschi della cittadina di Hof) hanno deciso di piantare una vigna per produrre vino e oggi la Messina-Hof Winery è tra le più importanti aziende vitivinicole d’America.

La gestione operativa oggi è in mano alla nuova generazione, precisamente al figlio Paul-Mitchell Bonarrigo e alla moglie Karen A. Bonarrigo.

 

 

“Noi ci sentiamo un’azienda italiana, che fa vino italiano, ma in Texas!”, mi ha esclamato Vincent-Paul con passione e sincerità al telefono. Durante la nostra discussione Paul ci teneva a ribadire come negli ultimi anni la Messina-Hof Winery avesse deciso di impiantare nuove vigne, principalmente con varietà italiane come: Sangiovese, Trebbiano, Sagrantino e Primitivo, insieme ad altre.

Non è stata una scelta scontata, poiché non è facilissimo vendere vini di uve italiane: i vitigni francesi (ormai chiamati vitigni internazionali) come: “Merlot, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Sauvignon Blanc (ecc. ecc.)” sono molto più conosciuti e hanno molto più mercato. La nostra è stata una scelta di identità, per conservare e diffondere la viticoltura italiana negli States.

La loro storia di viticoltori comincia molto prima di arrivare negli USA. “Veniamo ogni due anni in Italia, abbiamo fatto studi genealogici e parte della nostra famiglia è ancora in provincia di Messina”.

 

 

La famiglia Bonarrigo è originaria del paese peloritano di Gualtieri Sicaminò e già dagli inizi dell’800 era una famiglia di viticoltori.

Oggi sono la terza “winery” più grande del Texas, che insieme allo Stato di New York è lo Stato americano più in crescita nel settore vitivinicolo, che punta a raggiungere gli stati dell’Ovest: “Washington, Oregon e soprattutto California”, che sono ad oggi gli stati più produttivi e conosciuti per il vino.

Paul mi ha raccontato che molti siciliani scelsero scientemente la contea di Brazos perché aveva diverse similarità climatiche con la Sicilia ed era una zona adatta all’agricoltura e al vino e, proprio in funzione di questo, con lungimiranza si installarono qui. Una visione imprenditoriale e geografica di grande lungimiranza, aggiungo io.

Abbiamo preferito parlare in inglese, anche se il loro italiano non era poi tanto male, e abbiamo parlato di moltissimi temi legati anche alla viticoltura italiana, i suoi punti forti ed i suoi punti deboli. Padre e figlio conoscono benissimo il mondo del vino italiano, loro sono anche dei sommelier oltre che dei produttori e frequentano l’Italia con una certa costanza.

 

 

Uno dei temi che abbiamo affrontato è l’innovazione. La loro azienda è molto popolare in Texas e il loro grande successo economico proviene, oltre che dall’amore per le loro radici e la loro identità, dallo studio e dalla voglia di innovarsi. La loro winery offre prodotti diversi dal vino: “ristorazione, degustazioni, visite guidate e ospitalità”. Questo è il consiglio che do a tutte le aziende, dice l’anziano Paul: “il vino da solo non paga; degustazioni, cibo, abbinamenti, visite guidate, una foresteria anche piccola”, e di investire su collaboratori onesti, entusiasti e qualificati.

La loro storia è intrecciata con quella della A&M University, dalla quale sono passati molti dei loro collaboratori sin dagli esordi; prima di diventare una grande cantina, infatti, hanno investito molte energie nello studio. La maggior parte dei loro collaboratori esce dalle scuole di enologia ed agricoltura o sono dei sommelier.

Guardando al futuro e all’Italia, stanno lavorando a una collaborazione tra A&M e un importantissimo istituto siciliano. Ma niente spoiler per ora.

 

 

Come potrete anche ammirare dalle foto, la famiglia Bonarrigo è felice e orgogliosa di essere una famiglia, non soltanto per i valori affettivi, religiosi o ideali, ma anche aziendali. Coltiviamo la nostra idea di famiglia ed azienda, perché crediamo ci aiuti a mantenere sia la nostra identità culturale sia l’identità del nostro prodotto: siamo noi a fare il vino, c’è il nostro cognome, la nostra storia, le nostre radici. È successo ad altre famiglie del vino di vendere la propria azienda, come nel caso di Robert Mondavi: non sono più loro a produrre, ed il loro nome e tutta l’azienda sono proprietà di una grande multinazionale; sono scelte personali e rispettabili, ma il nostro obiettivo è diverso: mantenere e tramandare la nostra identità culturale ed il carattere familiare della nostra impresa.

 

 

La storia del vino texano è recente, ma molto interessante. Le prime vigne sorsero intorno al 1650, grazie ai primi missionari spagnoli, e oggi è in forte crescita. Ciò che però è importante a livello globale è che senza le viti selvatiche del Texas la viticoltura europea sarebbe forse scomparsa.

Fu il texano Thomas Munson a ricercare, catalogare e incrociare le prime varietà resistenti al distruttivo insetto chiamato fillossera.

Non è un’esagerazione dire che senza di lui e le viti selvatiche del Texas la viticoltura oggi potrebbe essersi quasi del tutto estinta. Per la cronaca, Thomas Munson ricevette la Legion d’Onore francese per aver contribuito in maniera determinante a salvare la viticoltura francese e mondiale.

Abbiamo scambiato anche due chiacchiere sul sistema delle DOC e delle denominazioni in genere; troppo restrittive in Europa e in Italia in particolare. Sempre più produttori escono fuori dai sistemi delle denominazioni, DOC e DOCG, che sono spesso inutilmente restrittive e lasciano poco spazio ai produttori giovani ed innovativi di lavorare diversamente. Alcuni vini straordinari che girano nel mondo (dice Paul e concordo con lui) escono fuori dalle denominazioni più restrittive. Denominazioni come I.G.T. o addirittura solo Vino d’Italia sono molto più larghe e consentono più libertà e divertimento ai produttori.

Parlare con i Bonarrigo è stato un po’ come parlare con dei parenti lontani, e fa molto piacere vederli andare così lontano, e non solo con un bagaglio di memoria notevole, ma con la voglia di nutrire ancora quei legami ed essere ancora parte attiva di una comunità, anche se a lunga distanza.

Cia ragazzi e a presto!

 


 

L’AUTORE: Nato a Messina nel 1984 da famiglia messinese e salernitana. Ho studiato restauro architettonico a Reggio Calabria nel 2005\09 per poi diplomarmi come arte-terapeuta a Roma, con il prof Vezio Ruggeri alla sapienza di Roma, ispirato dal maestro Angelo Tripodo (R.I.P.), mio insegnante di batteria. Sognando di recuperare una vigna di famiglia a Camaro, mi sono avvicinato alla viticoltura, diplomandomi sommelier con la scuole A.I.S e WSET. Con il dottorMatteo Allone e l’associazione Ortogether abbiamo realizzato degli orti sociali per l’ inclusione delle diversità. Dopo aver girato vigne, cantine e ristoranti in vari paesi, mi sono trasferito in Irlanda; paese che mi ha adottato. Qui, ho lavorato prima in agricoltura (mucche, mele, sidro), e gestito una enoteca nella contea di Waterford, per diversi anni. Oggi lavoro con l’ azienda vinicola Terra Costantino sull’ Etna a Viagrande (Ct), collaboro part-time come operatore di musico-terapia a Messina, nei laboratori “suono & ritmo” di Giovanna La Maestra e Francesca Billè. Amo gli appennini e le calabrie; mi rivedo spesso nei versi del poeta Walt Withman: “Mi contraddico? Sì certo mi contraddico, Io sono ampio, contengo moltitudini”.

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