Ci sono persone che racchiudono universi e metaversi, con una voce che affonda nel passato ma sempre proiettata ad esplorare tutte le sfaccettature del futuro ed oltre. Massimiliano Raffa, infatti, nasce a Messina nella primavera del 1989, ci tiene a precisare che non è andato a scuola al Maurolico e che è cresciuto nutrendosi di focaccia tradizionale, arancini ma soprattutto panini al burro con dentro conetti gelato al gusto gianduia. Una dieta che a quanto pare gli ha fornito la giusta energia per suonare, comporre e scrivere, arrivando al grande pubblico come Johann Sebastian Punk con diversi album all’ attivo, ma anche per diventare un “sociologo precario”, o meglio un’assegnista di ricerca presso l’ Università dell’Insubria e docente di Metodi di Ricerca Culturale all’Università Milano-Bicocca, il cui obiettivo primario è tentare di capire perché gli esseri umani organizzino con tanta fermezza sistemi complessi per rendersi la vita più complicata di quanto non lo sia già. Dal 2022 ha dato vita al progetto musicale Messiness il cui album d’ esordio, dal titolo omonimo, accompagna chi l’ascolta in un labirinto psichedelico e vibrante dove sonorità liquide, a tratti horror, si fondono con atmosfere anni ’70, chitarre acide e l’immancabile rock mediterraneo.
Quando, come e perché nasce il progetto?
“Da almeno dieci anni avevo questa idea di chiamare un progetto Messiness. Poi un giorno, in un periodo in cui mi trovavo a Liverpool, mentre passeggiavo per Hope Street, un toponimo di per sé troppo letterario per non essere preso sul serio, ho avuto la sensazione molto netta che quel nome avesse finalmente trovato il suo momento. Rientrato a Milano nell’estate 2022 ho chiamato a raccolta i musicisti che avrei voluto coinvolgere in questa cosa. Avevo già scritto diversi brani e avevo in mente la direzione.”
Massimiliano Raffa, Johann Sebastian Punk e Messiness sono tre entità separate o c’è qualcosa che le accomuna?
“Ogni essere umano è una piccola folla, oltre a essere una grande follia. E Massimiliano Raffa credo non faccia eccezione. Dentro un nome proprio convivono registri diversi, inclinazioni incompatibili, versioni di sé che emergono a seconda delle circostanze. E i progetti artistici nascono esattamente da questa molteplicità, spesso anche per rispondere a essa. Johann Sebastian Punk è stata una maschera consapevole, una figura con una sua grammatica precisa, che poi come spesso accade con le maschere troppo efficaci, ha iniziato a irrigidirsi, e a quel punto è stato più elegante congedarla. Messiness nasce un po’ da quel gesto, ed è un organismo più aperto, meno melodrammatico, più collettivo e meno legato a una singola identità scenica. La distinzione quindi è reale, ma il terreno comune rimane lo stesso, perché dietro ci sono sempre comunque io, e pare che, mio malgrado, la mia musica mi assomigli.”

Come suona Messiness?
“Questo andrebbe chiesto agli ascoltatori, io sono troppo di parte.”
Chi ti accompagna come band?
“Sul palco con me ci sono Filippo La Marca alle tastiere, Rosario Lo Monaco alle chitarre, Giovanni Calella al basso e Luca Anello alla batteria. E poi ci sono quelle persone che non salgono con noi sul palco ma io ritengo parte di questa banda di disgraziati, come gli amici delle due etichette che hanno pubblicato l’album, una turca e l’altra austriaca. E poi devo menzionare anche il produttore dell’album, Ivan Rossi.”
Le tracce dell’album d’ esordio sono legate da un filo conduttore o possono considerarsi tracce antologiche?
“Il disco non è un concept album nel senso classico del termine, nel senso che non ha una struttura narrativa lineare. È una sorta di atlante emotivo e politico. Ripensando ai testi, direi che l’album ruota attorno a una sensazione diffusa nella nostra epoca, ovvero l’idea di vivere dentro un sistema che pretende contemporaneamente entusiasmo, efficienza, ottimismo e correttezza morale, mentre sotto la superficie produce una quantità crescente di disuguaglianza, frustrazione, precarietà e disorientamento. È la contraddizione della modernità neoliberale, di un mondo che parla continuamente di libertà individuale e di autorealizzazione ma che nel frattempo ci addestra all’ottimizzazione e alla prevedibilità. Le canzoni provano a osservare questo scenario con uno sguardo che non è né puramente satirico né completamente tragico. C’è una dimensione politica, certamente, ma filtrata attraverso l’ironia, e spesso attraverso una certa ingenuità deliberata. Mi interessa molto quel punto in cui la critica sociale passa attraverso immagini quasi infantili o surreali. Ciò a cui forse un po’ velleitariamente ambisce questo primo album è mettere in discussione alcuni miti contemporanei: l’idea che ogni aspetto della vita debba essere misurato e migliorato; l’idea che l’identità debba essere perfettamente coerente; l’idea che l’algoritmo possa dirci cosa desiderare. Messiness a tutto ciò risponde in maniera non ideologica, attraverso piccoli gesti di disordine. Da qui il titolo Messiness. Un elogio dell’imperfezione, della contraddizione, della confusione creativa. Viviamo in un’epoca ossessionata dalla chiarezza e dalla… scusami il termine orrendo… dalla “performance”? Bene, allora rivendichiamo una certa dose di disordine che può diventare, paradossalmente, un atto politico, nel senso più antico e più sottile. Messiness vuole semplicemente dire: la vita umana è sempre stata più complessa dei sistemi che hanno la pretesa bislacca di organizzarla.”
Messiness: una parola inglese che rimanda ad un richiamo territoriale. È uno di quei casi che fa delle incoerenze dei punti di forza?
“Messiness è una parola inglese che contiene il nome di una città siciliana, il che è già una dichiarazione di poetica prima ancora di essere un nome di un gruppo musicale. L’inglese permette a persone provenienti da luoghi diversi di capirsi rapidamente, è uno strumento pragmatico. Però ogni lingua franca porta con sé una piccola ambiguità, unisce ma allo stesso tempo appiattisce, connette ma tende anche ad attenuare le differenze. Per questo l’incoerenza mi interessa molto. L’idea che un progetto profondamente mediterraneo possa chiamarsi con una parola inglese è un sintomo del nostro tempo, di un tempo in cui viviamo dentro sovrapposizioni linguistiche continue, in cui pensiamo in una lingua, lavoriamo in un’altra, sogniamo in una terza. Nel prossimo disco questa dimensione diventerà ancora più esplicita. L’inglese resterà, perché ormai è una piattaforma di comunicazione inevitabile, ma accanto a esso ci saranno altre lingue, come quelle dei musicisti e dei collaboratori con cui sto lavorando. Ci sarà un brano in turco e ci sarà anche il messinese. E ho persino scritto un brano in sabir, la lingua franca del Mediterraneo medievale, un pidgin meravigliosamente bastardo che mercanti, marinai e pirati usavano per capirsi senza appartenere agli stessi mondi. Una lingua nata dall’urgenza di comunicare attraverso le differenze, non nonostante esse, inventata da popoli che non parlavano la stessa lingua ma commerciavano, litigavano, si innamoravano e inventavano parole nuove per capirsi. Messiness prova semplicemente a stare dentro quell’idea. L’incoerenza è il modo più onesto di descrivere la realtà.”
Differenze tra album e live?
“Totali. Messiness è un gruppo che nasce per suonare dal vivo. I brani registrati su disco sono una specie di fotografia, fissano un momento, una configurazione possibile del materiale. Ma la loro vera natura erompe pienamente soltanto sul palco. Sul disco le canzoni hanno una durata, una struttura riconoscibile, una certa disciplina. Dal vivo, invece, sono molto meno educati, si allungano, si deformano, prendono deviazioni improvvise, dimenticando il punto di partenza. L’album dura poco più di mezz’ora; un concerto con gli stessi brani può facilmente superare l’ora e mezza. Questo perché i brani sono pensati come piattaforme di lancio, e la scena introduce variabili che in studio non esistono: il volume, la stanza, il nostro umore, quello del pubblico, l’aria stessa che vibra in modo diverso ogni sera. La componente improvvisativa è centrale in Messiness.”
Quanta e quale Messina c’ è in Messiness?
“Io credo di essere nel bene e nel male molto messinese. E giocoforza credo lo siano le cose che produco. Quando sono andato via da Messina a vent’anni mi sono accorto che i messinesi hanno un modo del tutto singolare di scherzare. Un modo un po’ surreale, alle volte assurdo, psichedelico. È tipico dei messinesi, ad esempio, fare battute senza sorridere. È il motivo per cui spesso i messinesi sono fraintesi e non mi sorprende il fatto che, a conti fatti, nonostante non sia una città così piccola, Messina non abbia praticamente prodotto figure di spicco in quasi nessun campo, se confrontata ad altri luoghi delle stesse dimensioni. C’è un problema comunicativo, oltre a tutti gli altri fattori contestuali e culturali. Il suono di Messiness è stato descritto dagli ascoltatori, sin da subito, come “psichedelico”. Per me ha esattamente quel tipo di psichedelia messinese lì. E ho buoni motivi per ritenere sia molto diversa da quella di San Francisco. È più mediterranea, è più scorretta, sicuramente meno ganza, ma meno addomesticata. Chiaramente non andrà mai da nessuna parte.”
Che idea hai dell’attuale panorama musicale italiano? come sta la musica in Italia?
“Non riesco a risponderti perché non seguo granché. Credo comunque se la passi malissimo. E la cosa riguarda la cultura in generale e probabilmente non solo l’Italia.”
La città di Messina nei tuoi progetti ti ha più aiutato o ostacolato?
“Quando ci vivevo avevo l’impressione che mi stesse ostacolando. Non apertamente, ma avvertivo una forte frizione tra me e l’ambiente, e questo anche a causa del mio carattere non particolarmente accondiscendente. Quando andavo a scuola ero interessato ad alcune forme di sperimentazione artistica che per me era impossibile condividere con chiunque dei miei coetanei. Ho sempre avuto un problema con la mia generazione. Allontanandomi da Messina ho capito due cose. Innanzitutto che gli stessi ostacoli esistono anche altrove, solo che sei meno solo perché esistono altre persone in condizioni simili con le quali è possibile sfogarsi. E poi ho scoperto che a Messina molte persone apprezzavano quello che facevo. A queste persone sono molto grato perché la sensazione di essere rifiutati a casa propria è tremenda; anche oggi che so che non è così, per me è sempre mentalmente complicato fare le cose a Messina. Anni fa con un altro gruppo con cui suono sono salito su un palco prima di Weezer e Green Day; c’era un pubblico di 50mila persone davanti. La pressione avvertita in quel momento non era minimamente paragonabile a quella soffocante che provo prima di esibirmi al karaoke natalizio del Retronouveau.”
Progetti per il futuro?
“Sto lavorando al secondo album di Messiness. Sarà molto più globale, molto più contaminato, molto meno ossequioso verso quella componente anglo-americana che nel primo disco era centrale e che comunque resterà tale perché il linguaggio che parliamo è comunque inserito in un canone rock. Ci saranno però voci e lingue diverse, collaboratori che vengono da mondi lontani dal nostro, e probabilmente anche qualcosa che viene da molto vicino: il messinese, il Mediterraneo. Sarà un disco più corale e più viscerale. E poi sto lavorando a una sinfonia interamente eseguita da scimpanzè. Onesto. Non un numero da circo, diciamo più un esperimento su “cosa accade quando si toglie la disciplina alla macchina orchestrale e si lascia che sia il puro istinto a dirigere”. Mi affascina l’idea di affidare una delle forme musicali più gerarchiche e regolamentate che esistano a creature che hanno una concezione della gerarchia assai diversa dalla nostra. Nessuna obbedienza, nessuna reverenza, nessuna pretesa di prestigio. Solo un rapporto fisico, grezzo, immediato con il suono. Il progetto è ovviamente impossibile, non etico, assurdo e con ogni probabilità illegale. Ed è per questo che mi interessa. Perché parte da domande serie: che cosa succede alla scrittura musicale quando si rinuncia al controllo? Che cosa succede al significato quando l’intenzione viene interrotta dagli istinti di una specie diversa? Potrebbe il caos eseguire una partitura con più verità di un’orchestra addestrata a temere gli errori? Potrebbe l’imprevedibilità rivelare strutture che non sappiamo più ascoltare?”
Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)
“Non esagerate con i panini al burro con dentro i conetti alla gianduia dentro che poi vi si innesca una risposta insulinica bifasica che il pancreas ricorderà più a lungo di quanto voi i ricorderete quegli straordinari spuntini.”


