MESSINA. Un’ordinanza di sgombero per “gravi dissesti statici e condizioni igienico-sanitarie insostenibili”? Sono necessari vent’anni. È il tempo che il Comune di Messina ha impiegato per rendere esecutivo un provvedimento, emanato nel 1998 e reiterato una settimana, per lo sgombero di un immobile in una via che non esiste, intitolata ad un personaggio che non esiste:  via Albo Tibullo, una strada della quale non c’è traccia da nessuna parte, mentre esiste una via Caio Tibullo: personaggio che a sua volta non esiste (mentre esiste un personaggio storico Albio Tibullo),

Via Sesto Properzio. Via Tito Maccio Plauto. Via Catullo. Via Livio Andronico. Via Cecilio. Chi ha scelto la toponomastica di rione Taormina aveva davvero un gran senso dell’umorismo, per intitolare uno dei luoghi più degradati di Messina ad una serie di poeti romani. Un ammasso di casette fatiscenti, nate quasi cent’anni fa come alloggi provvisori per gli sfollati del terremoto del 1908 e negli anni diventati prima centro cittadino da estrema periferia che erano, e poi simbolo di un risanamento che non è mai arrivato.

Risanamento che dovrebbe passare da demolizioni  e riqualificazioni, ma che non è mai partito, perché nonostante ordinanze e intimazioni, per procedere ad uno sgombero, a volte passano parecchi anni. Venti.

Tanti quanti sono serviti al Comune per reiterare un’ordinanza di sgombero che risale addirittura al 1998: vent’anni fa, epoca in cui un sopralluogo dei vigili del fuoco scopriva che un immobile dell’agenzia del Demanio, gestito dall’Iacp e quindi trasferito al Comune di Messina nel 2004, con tutti i nodi giurisdizionali del caso, e le difficoltà di capire chi dovesse fare cosa,  già da allora era considerato inagibile e pericoloso, strutturalmente e dal punto di vista sanitario e ambientale. “L’immobile – scrivevano i vigili nella relazione – si presenta ammalorato nella struttura e negli intonaci e gli alloggi, oltre a non soddisfare più lo scopo residenziale originario, palesano condizioni igienico-sanitarie insostenibili”.

Per vent’anni, nonostante l’ordinanza di sgombero, da quella palazzina marcia nessuno si è mosso di un passo. L’ordinanza 890 del primo luglio 1998, “pur regolarmente notificata ai destinatari, non ha avuto esecuzione”, scriveva due settimane fa il dirigente del dipartimento Politiche della casa del comune di Messina Domenico Signorelli.

Negli anni, attorno alla palazzina fatiscente, sono nati altri palazzi nuovi, alcuni residenziali, altri per esigenze di risanamento, a beneficio degli abitanti in baracca. Quella palazzina no, resiste. Al punto che, dopo vent’anni, Palazzo Zanca è costretto, “considerata l’urgenza di preservare la privata e pubblica incolumità”, ad intimare un altro sgombero immediato. Immediato da vent’anni.

 

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