MESSINA. «Voglio che mia figlia abbia un legame con Messina: ci tengo tantissimo».  È la città dello Stretto l’argomento principe di una chiacchierata con la scrittrice messinese Nadia Terranova. Presto al mattino ci si inserisce per un soffio nella fitta agenda di appuntamenti dell’autrice. Finalista al premio Strega, tradotta all’estero, editorialista tra le più ricercate, trova lo stesso spazio per parlare non solo di Messina ma con Messina. Chi si ricorda Nadia quando la si incontrava la sera grazie a speciali amicizie comuni, quando ancora cioè abitava sullo Stretto, non scorge alcuna differenza: conserva ancora gli stessi modi delicati che aveva un tempo. Eleganti ma privi di alcun manierismo.

«Ti chiamo dal telefono fisso perché prende meglio: così non lo uso solo per cercare il cellulare». È così che si inizia a parlare della creatura data alla luce quest’anno – Luna – e di quella data alle stampe: Trema la Notte (Einaudi). La prima, nata a Roma a marzo, il secondo, nelle librerie da febbraio, è, invece, nato a dicembre del 1908. Se l’autrice aveva riscritto il legame con la sua città nei sui due primi romanzi (Addio Fantasmi, finalista al Premio Strega nel 2019, e Gli anni al contrario, nel 2015, entrambi editi da Einaudi), è con questo che la abbraccia definitivamente.

Non è un romanzo ambientato a Messina, è un romanzo che riavvolge il nastro di una lacerazione rimossa da una città che non ha più memoria: «Una grande crepa», dice lei. Sulla quale prova a mettere il dito: «Ci sono pochissime storie di prima mano riguardo al terremoto del 1908, nella mia famiglia c’è proprio un vuoto. È stata una vera e propria cesura per un’intera stirpe: da quel momento la maggior parte dei nomi messinesi sono scomparsi». E da allora abbiamo perso identità. Il dopo ha di certo marcato un vuoto: una mancanza di memoria soggettiva.

– Cosa ti ha fatto scegliere di tornare al 1908?

«Fin qui ho sempre lavorato sulla memoria, familiare, interiore… stavolta indago la memoria comunitaria».

– Rimasta sotto quelle macerie?

«Da allora si è rotto il senso di comunità. Non c’è memoria e dunque non ci si sente una comunità, d’altronde mancano i monumenti, al punto che si arriva ad adorare un traliccio dell’Enel dismesso, ovvero il Pilone. Il traliccio feticcio è difficile da abbandonare, non avendo monumenti ci si affeziona a luoghi che sono il simbolo della propria infanzia o adolescenza. Ma devo dire che ha qualcosa di archeologia industriale più che apprezzabile. Quello che mi risulta come autentico scempio è invece lo stato dell’Ex Fiera, del porto: la mancata costruzione di un lungomare. L’impossibilità per noi di andare nella Zona Falcata: la riappropriazione del litorale e della falce cambierebbe molto la percezione della città».

– Hai proposto di dedicare una via della Zona Falcata a Stefano D’Arrigo, forse lo scrittore messinese più famoso e apprezzato al mondo, che però qui è praticamente uno sconosciuto.

«Lo è anche perché non ci sono piazze o strade che lo ricordino, ma non ce ne sono neanche che riguardino Letteria Montoro, che devo dire, fino a poco tempo fa, sconoscevo anch’io. Stiamo parlando di una scrittrice di metà ottocento tra le più apprezzate d’Italia, unica donna chiamata a celebrare feste dantesche: non ha nessuno riconoscimento, niente che la ricordi. È una città che non ha memoria di Maria Costa, d’altronde (famosa per le sue poesie in dialetto messinese, morta nel 2016, ndr). La toponomastica delle città è importante per la memoria letteraria e per la memoria delle donne. Strade che non ci portano indietro nel tempo, che di conseguenza non ci fanno stare solidi sul presente e non ci permettono una visione futura. Questo discorso della riappropriazione dei luoghi è fondamentale, se non puoi andare alla Lanterna del Montorsoli, un edificio non solo importante ma bellissimo, forse ti convinci che non esiste. E anche se ci vivi a un km, non lo senti come tuo».

– È stato più facile distruggere, rimuovere: lo è ancora adesso?

«È stata una città violentata, molti degli edifici che io pensavo fossero stati distrutti sono stati volutamente demoliti, e non si è mai pensato di fare tesoro di quello che è rimasto. Facendo fuori tutto e volendo riedificare senza seguire un piano, una progettazione per una città ideale, si è andati a casaccio nella più totale incuria urbanistica».

– Dopo una distruzione, una tragedia, un dolore insopportabile: come si rinasce?

«La rinascita è il tema che ho indagato in tutti e tre i miei romanzi, da quella individuale a quella collettiva. Non ho una risposta definitiva ma posso dire riguardo alla città che ho sentito più vicina la rinascita tutte le volte che ho avvertito una vivacità teatrale, culturale. Quando si è dato spazio agli artisti: dalla presentazione di un libro a una pièce teatrale non vedo altra possibilità che rinascere grazie alla cultura. Da 15 anni la città ha sospeso ogni investimento che la riguardi».

– Addio Fantasmi ora debutterà a teatro, interpretato da Anna Bonaiuto e Valentina Cervi. Arriverà anche a Messina?

«Non saprei dirlo al momento, di certo se non dovesse capitare sarebbe per me un grande dolore».

– Non ci resta che la cultura culinaria?

«Che però racconta molto della città che era un tempo, crocevia di una mobilità internazionale».

– Adesso è una città in cui si registrano solo partenze, trasferimenti.

«In questo Messina non è unica, è una condizione anzi comune a molte città del Sud. È vero anche che all’estero è abitudine che non si studi nella stessa città in cui si è nati. Le città non devono essere condanne, non bisogna per forza nascerci, crescerci e morirci. Il problema è che manca una mobilità inversa, che non attrae persone da fuori. All’inizio del Novecento molti venivano a studiare biologia marina qui, per esempio. Che non succeda più è in qualche modo sorprendente».

– Eppure si mangia bene…

«Ah, io impazzisco per la granita fragola e panna».

– Si può dire che Messina finisce lì dove finisce una panna decente?

«Assolutamente, fuori da Messina la panna o è troppo insapore o troppo dolce. Anche questo definisce un’identità».

– Come il pesce stocco.

«O come la nostra pasticceria fatta più di creme che ricotta a riprova delle influenze francesi qui più forti che nel resto della Sicilia».

Mangerai granite quest’estate?

«Assolutamente. Torno a Messina sempre molto volentieri e mi piace passare periodi lunghi. L’estate, poi, è il periodo in cui conto di fare affezionare Luna alla città».

– La sua città?

«La sua città».

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Cucinotta Giacomo
Cucinotta Giacomo
4 Dicembre 2022 10:38

Non si parla a sufficienza della rinascita di Messina nel dopoguerra. I mitici anni 40 e 50 quando i nostri padri hanno realizzato in questa martoriata città un vero miracolo economico ed industriale: in quegli anni si è sviluppata a Messina una importante Cantieristica Navale (vedi i cantieri RODRIGUEZ, Cassaro, Arsenale Militare, Bacino di carenaggio). In quegli anni, anche se disordinatamente