MESSINA. Un intellettuale a 360 gradi, che è stato giornalista, capo ufficio stampa di vari ministeri, nonché direttore di alcune testate di opposizione prima di mollare tutto per dedicarsi alla sua passione più grande, la pittura. Luigi Ghersi ha 85 anni, qualche acciacco dovuto all’età e lo guardo curioso e persino un po’ timido di un ragazzino. All’inaugurazione della sua scultura, “Il soldato di Maratona”, la grande statua in bronzo alta più di due metri svelata ieri mattina davanti allo stadio San Filippo (“Una location temporanea”, spiega l’assessore Federico Alagna), preferisce non parlare, delegando alla moglie Linuccia il discorso di rito. “Questo momento rappresenta simbolicamente la vittoria dei grandi valori sulla barbarie. Viviamo in un epoca di grandi conquiste scientifiche e tecnologiche, che devono essere però supportate dalla cultura. Bisogna restituire alla città le sue origini mitiche, rifare di Messina una sorta di Zancle”, spiega al pubblico presente la compagna di vita dell’artista, tanto energica ed estroversa quanto è pudìco e riservato il marito: un uomo d’altri tempi. 

 

 

Il primo incontro con la coppia avviene venerdì 13, al Vittorio Emanuele, subito dopo l’inaugurazione della mostra “Dune e Dissolvenze” di Mimma Oteri. Luigi Ghersi, che cammina lentamente aiutandosi con un bastone, vuole fare un giro in macchina, “per passare dal porto che non vedo da tempo”. Durante il tragitto per le vie della città racconta le varie tappe di una vita intensa, trascorsa fra Messina e Roma, dove si trasferisce all’età di 28 anni dopo il diploma all’Istituto d’Arte di Firenze (1955) e una laurea in legge a Palermo. Nella Capitale l’artista rimane più di cinquant’anni, prima di fare ritorno qualche inverno fa, un po’ a malincuore, nella sua città natale: un luogo che fa fatica a riconoscere e che ha perso la sua identità culturale.

Chiedo scusa ma la memoria a volte gioca brutti scherzi”, si giustifica mentre prosegue il suo racconto, osservando con lo sguardo assorto la città che scorre oltre il finestrino. Eppure nelle sue parole i ricordi sembrano essere perfettamente vividi, a partire dai suoi trascorsi giornalistici nei periodici “L’Opinione”, “Aut” e soprattutto “L’Astrolabio”, settimane fondato nel 1963 da Ernesto Rossi e da Ferruccio Parri per il quale volò fino in Bolivia, nel 1967, in incognito, per raccontare la morte di uno degli uomini più rappresentativi del Secolo Breve, la cui salma è riversa su una barella, crivellata di pallottole: Ernesto Che Guevara. Un’esperienza di 15 giorni dall’altra parte del mondo che racconterà in un lungo reportage – corredato dalle foto eccezionali del cadavere del Comandante – che riproponiamo integralmente.

 

 

La vita di Ghersi a Roma è frenetica e piena di impegni. Oltre alla sua attività giornalistica lavora come capo ufficio stampa per l’allora Ministro Lauricella, si interessa di politica (prima con i radicali e poi con i socialisti), viaggia a bordo di un’auto blu (“Ricordo ancora l’autista, per me è stato come un padre”) e vive in un attico in via Cavour con un panorama che abbraccia a 360 gradi il centro storico della Città Eterna. Tuttavia, malgrado i doveri istituzionali, l’artista prestato al giornalismo non abbandona mai la pittura, un grande amore sbocciato quando era appena un ragazzino che tentava di dare una forma su tela ai racconti del padre (il filosofo Guido Guersi): episodi dei grandi poemi omerici trasformati in fiabe per bambini. La grande svolta avviene nel 1975, quando decide di abbandonare l’attività giornalistica per dedicarsi interamente all’arte, confortato ma anche un po’ intimorito per il grande successo di una mostra allestita l’anno precedente alla galleria “Due Mondi” di Roma. Da allora sono trascorsi più di quarant’anni, eppure, malgrado una brutta malattia che gli fiacca il fisico e la mente, la vocazione per la pittura è ancora, più che mai, la sua ragione di vita. 

Dopo il tour in macchina, l’incontro si conclude nell’appartamento dei coniugi, in pieno centro storico. Più che una casa è un piccolo museo condensato, con tantissimi quadri, libri, oggetti d’arte e ricordi custoditi amorevolmente da Linuccia. Lo studio dell’artista si trova poco dopo l’ingresso: un lettino, le foto dell’amata nipote appese alle pareti e soprattutto un cavalletto che sostiene uno dei suoi ultimi lavori, ispirato a un ricordo di infanzia, durante i bombardamenti. “La prossima mostra sarà dedicata a Messina durante il terremoto e la Seconda Guerra Mondiale”, racconta il pittore mentre illustra nel dettaglio i suoi quadri, che richiamano al contempo Francis Bacon e Caravaggio, Velazquez e Picasso: una pittura “colta” in cui convivono influenze letterarie (a partire dal conterraneo Stefano d’Arrigo), ricordi personali e i miti classici che amava disegnare da bambino. Come quel cavallo di Troia – ispirato a Guernica di Picasso – che in uno dei suoi prossimi lavori simboleggerà l’orrore e la distruzione del sisma che nel 1908 squarciò il ventre della città.

 

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