MESSINA. Venerdi 28 febbraio abbiamo pubblicato un contributo di Michele Limosani, direttore del dipartimento di Economia dell’università di Messina, dal titolo “Messina tra vent’anni, la riflessione su “un’economia locale fragile e dipendente”, in cui l’economista ragionava sul tipo di città che diventerà quella dello Stretto tra un ventennio, traendone la conclusione che, in mancanza di uno “scossono” economico e finanziario (e politico), ci si avvierà verso un’economia locale fragile e dipendente e una condizione di disagio giovanile che, se nulla cambia, potrebbe condurre la città verso un impoverimento generalizzato.

Oggi è arrivato il contributo di un lettore, Fabio Massimiliano Germanà, che partendo dalle stesse premesse, prova ad individuare una strada totalmente opposta. Di seguito la lettera.

Dove si trova Messina? Messina è una città siciliana, italiana ed europea. Significa che Messina è una città – con le sue specificità – che deve rispettare quell’impianto normativo che la pone sullo stesso piano delle altre città. Sia chiaro: non esiste alcuna entità locale che possa, sua sponte, compiere azioni autonome volte a cambiare e sovvertire lo stato economico in cui ci troviamo. Supporlo non è solo una perdita di tempo ed energie, ma anche un allontanare dalla ricerca di soluzioni possibili.

Cosa accade? I livelli di disoccupazione sempre crescenti sono più che preoccupanti; le retribuzioni sono basse; i lavori precari; sul “welfare familiare” si può fare sempre meno affidamento, ed in prospettiva i futuri nonni non saranno in grado di aiutare in alcun modo figli o nipoti; il welfare pubblico – quello vero, del lavoro e delle politiche sociali – si riduce drasticamente anno dopo anno, in quantità e qualità; le aziende sono poche, diminuiscono sempre più, falliscono, delocalizzano.

In quale contesto accade tutto ciò? È il risultato di politiche neoliberiste, dell’eliminazione – di fatto – delle leve di politica economica in assenza di una moneta nazionale, della perdita di una piena sovranità legislativa, di poter fare democraticamente e pienamente politica. È il risultato di aver messo l’economia sopra lo Stato, il privato sopra il pubblico, l’interesse del capitale sopra quello degli esseri umani.

Questo vale, con differenti specificità ma con unica direzione, tanto per Messina quanto per Taranto, per Napoli come per Milano, per Bologna come per Cosenza, per Livorno come per Campobasso, per Palermo come per Ivrea. Bisogna osservare ciò che è evidente.

Per Messina si sono già innescate quelle note modalità distruttive che abbiamo visto accadere per i piccoli borghi dell’entroterra: progressivamente si svuotano, si impoveriscono, invecchiano, vengono abbandonati e muoiono.

La soluzione? La soluzione non può consistere nel supporre imprecisate iniziative volte ad attirare capitali privati. Non si può continuare a ragionare senza una visione d’insieme ed una visione di collettività, rimanendo nel medesimo flusso di pensiero capitalistico/neoliberista che è causa delle crisi del nostro Paese. Insistere nel tutelare il “capitale umano” in funzione delle utilità economiche di chi?

È necessario totalmente altro. In una visione diversa e differente dell’esistenza, il capitale umano non esiste, non esiste! Esistono gli esseri umani. L’uso del linguaggio è manifestazione di pensiero.

Urge che lo Stato compia il ruolo per cui esiste. Urge un incremento della spesa pubblica. Significa aumentare servizi, trasporti, istruzione, ricerca, sanità, sicurezza, etc. e conseguente la ricchezza delle persone. Urge un intervento economico e legislativo dello Stato, che riassuma il controllo delle sue funzioni e prerogative. Urge che il sistema economico e produttivo non sia lasciato in pasto al mercato ed agli interessi privati, ma vengano imposte leggi di valore ed interesse pubblico. Urge dare sostegno al sistema pensionistico. Urge una difesa forte e determinata della domanda interna. Urge un sistema statale di credito e micro-credito bancario erogato da soggetti totalmente diversi da coloro che si interessano di finanza speculativa. Urge mettere in ridicolo il principio bancario privatistico – antistatale e contro il popolo – del “non ci sono i soldi”.

In definitiva, serve una diversa visione del mondo, in cui al centro non ci sia l’interesse bancario, un’economia esclusivamente competitiva sulla pelle degli ultimi e l’assenza del ruolo fondamentale dello Stato; serve una visione socialdemocratica costituzionalista che si sostituisca a quella privatistica neoliberista. Con queste modalità si può pensare ad una Messina con le strade senza buche e le fontane zampillanti, ed anche i negozi aperti e dei decenti sistemi occupazionali e retributivi. Bellezza, efficienza, funzionalità e benessere non sono alternativi ma complementari. Su quelle basi di decenza si possono – poi – elaborare modalità per attrarre ulteriori capitali, persino privati, dai quali non dipendere per la propria esistenza in vita.

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Roberto Micari
Roberto Micari
3 Marzo 2020 6:20

Esatto …. basterebbe non ci fosse la sinistra finanziaria con le sue ricette sbagliate ad uccidere la gente comune