Il tema dell’identità è divenuto nel nostro presente sempre più attuale, atteso che esso ci interpella fortemente rispetto ad alcuni dei nodi cruciali nei quali si avviluppa oggi il pianeta, in particolare per quanto concerne il senso di appartenenza e la percezione che gli uomini e le comunità hanno di ciò che li distingua da altri uomini e da altre comunità, o ad essi li accomuni. 

Nel libro Contro l’identità dell’antropologo italiano Francesco Remotti viene messo in evidenza in modo non questionabile come del concetto di identità si faccia abitualmente un uso strumentale e distorto. Sostiene Remotti che non esiste un’identità come realtà originaria e monolitica, statica e sempre uguale a se stessa. L’identità è piuttosto il frutto di una costruzione, e pertanto l’esito di un processo dinamico, sempre vocato all’incontro, allo scambio più o meno paritetico, alla contaminazione di storie culturali, modelli, visioni del mondo.

È necessario pertanto contestare la reificazione dell’identità. Occorrerebbe forse vigilare attentamente sulle modalità con cui tale concetto viene utilizzato nei processi educativi. Il paradigma dominante è, di fatto, quello “noicentrico” (noi/loro, noi vs loro, in pratica noi al centro dell’universo!). Sempre più la complessità delle sfide che siamo chiamati ad affrontare e gestire dovrebbe viceversa indurci a coltivare un pensiero plurale e policentrico, anche per ciò che concerne la nostra identità.

Da quanto fin qui esposto emerge a mio parere la necessità di un ripensamento critico del concetto di identità. Questa, nel comune sentire di gran parte della comunità messinese, è sempre stata indicata (almeno negli ultimi decenni) con un termine ritenuto evidentemente il più idoneo a rappresentarla. Tale termine è la cosiddetta messinesità.

Senonché, a giudicare da quanto Messina è riuscita ad esprimere in tema di società civile nel medesimo lasso di tempo, è probabile che tale termine, utilizzato per “costruire” una sorta di identità sognata, sia di fatto fuorviante e mistificante; fuorviante in quanto non esaurisce né racchiude alcun reale concetto di identità plausibile, suggerendone viceversa uno infarcito di luoghi comuni e di “mitologie”, in parte responsabili dello stato di degrado e di sostanziale sottosviluppo in cui si trova oggi la nostra città.

Perché mistificante, è presto detto. C’è un orgoglio campanilistico positivo e legittimo, laddove esso non perda contatto con la realtà e, soprattutto, susciti passione civile, voglia di partecipazione e desiderio di migliorare la qualità della vita propria e degli altri “compartecipi” dello stesso campanile. C’è poi una tipologia “distorta” di campanilismo, che per tenere lo sguardo sempre fisso sulla città sognata (i primati, le glorie passate, o anche le mitologie presenti) finisce quasi sempre per distoglierlo dalla città ferita, una città prigioniera di vizi antichi e nuovi e sempre in attesa di “liberatori” che puntualmente si rivelano pigri o distratti.

Nel primo caso il senso di appartenenza sortisce dinamiche liberatorie, laddove nel secondo ha come esito la nascita, o il perpetuarsi, di gabbie mentali che scambiano la realtà con una sua narcotizzante rappresentazione.
Potremmo sostenere che a questa bella e sfortunata città siano dunque, di fatto, sottese due distinte “identità”: quella storica, derivante dal ruolo – a tratti prestigioso – che la città ha ricoperto nei secoli passati, costruita una generazione dopo l’altra da comunità laboriose, con forte senso di appartenenza, capaci di esprimere un “sentimento del tempo” che le poneva in grado di valutare il télos della città, di percepirne un genius loci condiviso; e quella vissuta nel nostro tempo, in cui la Vara si mescola al pesce stocco, allo scirocco e alla pignolata, ma anche al familismo amorale, alla mancanza di regole, alla cialtronaggine buddace.

Occorre forse, dunque, sbarazzarsi di questa presunta identità messinese, di questa messinesità che risuona spesso in bocca a giornalisti, politici, intellettuali (o sedicenti tali) che la adoperano quasi sempre come una chiave in grado di aprire tutte le porte (e sappiamo come una tale chiave sia sempre una chiave falsa!). E occorre forse iniziare a pensare a come poter costruire tutti insieme (molto pazientemente …) una messinitudine, un’identità cioè meno vistosa e più responsabile, meno chiassosa e più coerente, senza retorica e senza automobili in terza fila, senza consorterie e razzismi, con meno struggimenti nostalgici e un po’ pelosi verso un passato al quale di fatto non si è più in alcun modo ancorati e con più senso comunitario, impegno civile, coraggio di contare come cittadini, volontà di lavorare a progetti di bellezza, consapevolezza di non vivere nel migliore dei mondi possibili.

Una messinitudine che si possa immaginare analoga alla saudade, un po’ fiera un po’ malinconica, in ogni caso mai disposta a contaminarsi con la furbizia e la volgarità.

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