MESSINA. Decine e decine di saracinesche abbassate, locali sfitti da anni e insegne spente e polverose. Basta farsi un giro per le vie della città, in centro così come in periferia, per appurare la lenta moria di negozi e botteghe, circa il 20% circa delle quali – quindi una su 5 – sono chiuse e inattive. Un esempio simbolico sono le perpendicolari e le parallele del viale San Martino, con numerose vetrate vuote e tappezzate di annunci. Meglio non va alle strade limitrofe, dove un’attività commerciale su quattro ha le porte sbarrate, fra cartelli di vendita ormai ingialliti, lavori in corso e vecchi arredi dissestati, mentre la Cortina del porto è un vero e proprio cimitero di vetrine.

La lista di chi, per un motivo o l’altro, decide di chiudere i battenti, è lunghissima, e si arricchisce di anno in anno di nuovi “lutti”. Giusto per citare alla spicciolata qualche caso, nel giro di un lustro o poco più hanno cessato la loro attività decine di attività: la Casa dello Scirocco, chiusa dopo sei anni nell’agosto del 2020, il Paladine pub, che di anni di attività alle spalle ne aveva 24, il Dai Dai, il Vulkania (sostituito da Panicunzatu, chiuso anch’esso), il Molo69 sulla cortina, il Beers Hop, il Duca di Windsor, sede di tantissime cerimonie, fra battesimi, lauree e anniversari vari, un ritrovo storico come il Bar Sciarrone (sostituito da Panda Market), il Chiodo pub, la storica gastronomia Zimbaro, il Bar Giordano di Mili Marina (dopo 78 anni), il decano Salvatore, ex La Napoletana, a Ganzirri, la focacceria Cannata sulla via Garibaldi. Qualcuno ha chiuso e poi riaperto, molte botteghe sono rimaste sfitte e altre si sono “riconvertite” quasi subito, come nel caso del secolare Bar Santoro di Piazza Cairoli (aperto addirittura nel 1910), nel nuovo “salotto buono” a trazione pedonale, che ha lasciato il posto a Stroili appena qualche settimana dopo la chiusura. Ci sono poi botteghe, anche in pieno centro, che la luce del sole non la vedono da anni, persino da decenni, come l’immobile ad angolo fra il Corso Cavour e la via San Camillo, che per ultimo ha ospitato una caffetteria: i giornali affissi alle vetrine recano la data di sabato 3 maggio 2014.

Non è l’unico caso, anzi. Basti pensare all’ex ritrovo Trocadero (poi Unicorno), che per decenni, assieme all’altrettanto iconico ex bar Gravina (passato di mano più volte e oggi chiuso in attesa di lavori che si protraggono da due anni), è stato il “ritrovo” per eccellenza della riviera nord, quando ancora la litoranea era considerata periferia della città e Capo Peloro era al di là delle colonne d’Ercole. Abbandonato da anni, oggi è un rudere attorno al quale è nato un mini luna park e un pezzo di pista ciclabile inagibile da anni. Il suo apogeo lo ebbe negli anni ‘80, poi un lento declino, con tanto di contenzioso col demanio marittimo, proprietario dell’area, fino alla chiusura dopo l’ultima gestione. Mettendo di canto (per umana pietà) le ex strutture alberghiere e gli scheletri dei lidi di Mortelle, di cui abbiamo parlato abbondantemente in passato, una citazione la merita il ritrovo Granatari, nato negli anni ‘50 e “morto” nei primi anni ‘90. Fondato dai tre fratelli Piccione (Giuseppe, Pietro e Matteo), nel suo periodo d’oro ospitava fino a settecento persone per matrimoni, serate danzanti e feste di ogni tipo. È chiuso da decenni.

Quello delle botteghe sfitte è un problema che attanaglia anche il centro, spiega l’agente immobiliare di Promedia Casa Sergio Squillacioti: nel quartier generale commerciale della città (grossomodo la zona compresa fra la via Cesare Battisti, viale Europa e la stazione) ad oggi ci sono 240 locali in affitto (fra privati e agenzie) e circa 140 locali in vendita: oltre 300 putìe con le serrande abbassate, senza considerare le zone limitrofe, da via Cesare Battisti al Duomo, da Corso Cavour a via Garibaldi, ecc..
«Il 50% degli immobili commerciali sfitti – spiegano dal settore immobiliare – sono precedenti al ‘42 o al ’67 e presentano difformità catastali e/o urbanistiche tali da rallentare il processo per l’ottenimento dell’agibilità. Oppure i proprietari sono in attesa di un contatto con un grande interlocutore interessato a tutto l’immobile, perché magari negli anni il commerciante si è allargato e ha sfondato le pareti, ma i proprietari erano diversi». E se il viale San Martino mantiene il suo appeal anche per via dei lavori di ammodernamento (sebbene non manchino anche qui i locali chiusi), le vie parallele hanno tanti immobili sfitti anche a causa della loro struttura: si tratta spesso di appartamenti con poca “luce” su strada, e quindi scarsa visibilità a livello di vetrine.

IL SEGNO DEI TEMPI. La crisi non fa sconti a nessuno. Se il settore della ristorazione è quello più dinamico, con tanti nuovi ricambi e tagli di nastri, in una città che campa di pitoni, focaccia e arancini, a risentire della crisi del commercio sono praticamente tutti i settori merceologici, dall’abbigliamento alle insegne storiche (basti pensare a “Bisazza 1888”, negozio di liste nozze e articoli da regalo, chiuso nel 2022), passando per le grandi catene, con strascichi occupazionali e vertenze che coinvolgono decine di lavoratori (come nel caso di Benetton e Conbipel).
Ci sono poi settori che risentono del cambiamento dei tempi e delle mode, a partire dalle discoteche, che dopo un piccolo boom a cavallo fra gli anni ‘90 e i 2000, con varie sale da ballo da nord a sud, sono via via scomparse, soppiantate da club e cocktail bar. A restare in piedi sono i palazzoni dissestati e le insegne spente, in pieno centro.
Un destino che ha fatto fuori le edicole e che prima o poi toccherà anche ai cinema: l’addio più recente, a inizio dicembre, è stato quello della Multisala Iris, ultimo baluardo della settima arte in zona nord, chiuso dopo 25 anni. Con i titoli di coda su Fasola, Milani, Aurora, Olimpia, Odeon, Savio, Golden e Capitol, di sale in città ne sono rimaste solo tre (il Lux, l’Apollo e The Screen), che fra alti e bassi, timori di chiusura, vendite giudiziarie e riaperture, tentano di tenere in vita un comparto sempre più messo ai margini dalle piattaforme streaming.
Discorso analogo per i negozi di giocattoli, che pagano le conseguenze del calo della natalità, della (solita) concorrenza dell’e-commerce e delle nuove frontiere tecnologiche che fanno breccia anche fra i più giovani. A chiudere, negli ultimi tempi, due baluardi del settore: Il Castello dei Balocchi, fondato negli anni ‘70 sul Viale Europa e poi di casa per circa 25 anni in via Garibaldi, e Bamby, sulla via Giordano Bruno.
I GRANDI MARCHI. Se parrucchieri, tabaccai e palestre (in crescita) sembrano risentire meno il prezzo della crisi, così come le catene di negozi cinesi o orientali (più di 200, fra megastore e botteghe), un capitolo a parte meritano i grandi marchi sul Viale San Martino, che in barba alle polemiche sulla pedonalizzazione ancora in corso, di botteghe sfitte ne ha ben poche. Tanti i nuovi arrivi, da Mango a Miniso, fino a Legami e l’Upim, che fanno da contraltare alle attività chiuse, come il Bar Robert (rimpiazzato da Yamamay). Proprio i bar (e le centinaia di rosticcerie) meritano un discorso a sé stante: ne sorgono come funghi, ma moltissimi non sopravvivono al primo anno. Come tante altre realtà mordi e fuggi.

I CENTRI COMMERCIALI. I principali sono quattro, al momento, seppur di metrature ben più piccole rispetto a quelli della provincia e di Catania, molto attrattivi per gli stessi messinesi, con un’offerta ben più ampia e variegata di quella cittadina, caratterizzata spesso da realtà “a basso costo”, in linea con lo scarso potere di acquisto.
Sembra essere la volta buona per quello di Zafferia. Il progetto, che a fine ottobre ha ottenuto l’autorizzazione da parte del dipartimento comunale servizi alle imprese, prevede novantacinque attività commerciali, 22.334 mq di superfici vendita, 34.417 mq di superficie commerciale utile, 2.400 posti auto un’area. Durante la costruzione si stima che saranno impiegati fino a 300 lavoratori, durante l’allestimento dei negozi fra 500 e 600 lavoratori, mentre si stimano circa 1.000 occupati tra dipendenti dei negozi e servizi comuni (vigilanza, manutenzione, pulizie, etc.).
Nuove aperture, probabilmente, ma sono tanti i sindacalisti che ipotizzano un piccolo “esodo” dei locali con sede in centro, a partire da alcune grandi catene di abbigliamento che hanno sede sul Viale. «Al momento i mega centri commerciali da noi sono utopia. Ma se dovessero andare in porto sarebbe un ulteriore mazzata mortale per la città, da sud a nord», spiegano i sindacati.
Il più recente è il centro commerciale Arcieri, aperto a Sperone nel 2023, l’unico in zona nord. Nei suoi pressi, in un’area di 4mila mq, è stato inaugurato lo scorso 4 dicembre un nuovo McDonald’s, il quarto in città dopo quelli di Piazza Cairoli, Contesse e Maregrosso. Il progetto prevede un ristorante, il drive per il servizio di take away, parcheggi, colonnine di ricarica elettrica per le auto, un’area giochi e uno spazio verde. Le catene internazionali di fast food, del resto, non sembrano pagare dazio e aumentano sempre più, in centro così come in periferia: Burger King, Kfc, Old Wild West fino alla carica dei nuovi smash burger.
Nuovi grandi aperture anche in centro, con la catena di ipermercati Lidl (in procinto di inaugurare anche in via La Farina) che aprirà una sede nel palazzo dell’ex Standa sul viale della Libertà. In tutto questo, malgrado i vari capannoni sfitti, sopravvive fra alti e bassi l’area Asi di Larderia. Pensata, secondo il progetto iniziale, come una piccola Silicon Valley in riva allo Stretto, con una superficie totale di circa 139.000 mq e 42 capannoni, offre uno spazio alle poche aziende messinesi che nonostante il tempo di magra continuano a investire sul territorio.
ALLE RADICI DELLA CRISI. I motivi sono molteplici, e molti fra questi non riguardano specificatamente Messina, come certificano i numeri della decima edizione del report “Città e demografia d’impresa”, dell’ufficio studi di Confcommercio, che ha messo a confronto 122 comuni in tutta Italia, mostrando un’impennata delle vendite online e un calo generalizzato nel commercio al dettaglio in sede fissa, con oltre 100mila imprese perdute in meno di 10 anni.
E proprio l’e-commerce è senza dubbio una delle ragioni principali della crisi generalizzata, a cui si sommano, fra le varie concause, la concorrenza “interna” dei centri commerciali, il rapido e costante spopolamento, il mancato ricambio generazionale e gli effetti nefasti di una terra “povera”, in cui gran parte della popolazione ricade nella soglia di reddito fino a 10mila euro all’anno.
Più specificatamente messinese è invece l’incapacità di stare al passo coi tempi che corrono, con servizi vetusti e approcci conservativi, per tacere della (spesso) disastrosa qualità dell’offerta: basterebbe farsi un giro su TripAdvisor per capire cosa pensano i consumatori, e trarre le necessarie conclusioni sui veri motivi della crisi, addebitata dagli stessi esercenti alle isole pedonali, quando poi, a conti fatti, le uniche vie senza botteghe vuote sono proprio quelle intorno al Duomo, pedonalizzate da trent’anni, e Largo Seggiola, reso pedonale qualche anno fa.

IL PREZZO DEGLI AFFITTI. Posto che le saracinesche abbassate non iniziano oggi, uno dei motivi principali della moria di attività è il peso delle spese “morte”, prima tra le quali l’affitto dei locali, in una città in cui gran parte delle botteghe sono di proprietà di una decina di famiglie.
Secondo l’agenzia Grimaldi (le cifre si riferiscono a inizio 2025, ma sono grossomodo le stesse, ndr) sulla media di locali da 80 mq, il prezzo di mercato in centro si aggira attorno ai 1700/1800, cifra più o meno uguale a quella di Tecnocasa, che indica per viale San Martino 25/30 euro al mq, per via dei Mille e Giordano Bruno una cifra oscillante tra i 15 e i 20 euro, mentre allontanandosi ulteriormente, sulle vie Risorgimento e Ugo Bassi, la cifra si abbassa a 10/15 euro. Questo significa, per un negozio sul viale San Martino da 100 metri quadrati, una spesa fissa mensile da 2500 a tremila euro al mese, senza considerare utenze, personale e i costi fissi di gestione, ma ci sono casi in cui la spesa può salire, con botteghe da 130 metri quadrati a Piazza Cairoli a 4500 euro, 3900 per 100 metri quadrati o ancora 50 metri quadrati a 2900 euro al mese.
Rispetto a qualche anno fa il prezzo degli affitti è diminuito, in media. Sul sito dell’Agenzia delle entrate il dato relativo al primo semestre del 2025 indica una quotazione da 10,3 a 17,5 euro al metro quadrato per il quadrilatero Piazza Cairoli-Teatro-Duomo-Piazza del Popolo. Nel 2019, secondo lo stesso portale, nella stessa area il prezzo mensile delle locazioni dei negozi era fra i 15 e i 22 euro al mq. In base ai valori presenti sul portale “mercato immobiliare”, nel 2020 il prezzo medio dei locali commerciali in tutta la città ammontava a 12,7 euro al mq; a fine 2024 era di 11,2 euro.
E nelle città limitrofe? Il prezzo medio nel centro di Catania, secondo l’Agenzia delle Entrate, si assesta fra gli 11 e i 32 euro al mq in base alla zona. A Reggio, nell’area compresa fra il corso e il lungomare, si va da 13 a 19 euro al mq.

I NUMERI. La crisi ha avuto inizio nel 2008, nel pieno della “grande secessione” che dagli Stati Uniti è arrivata fino in riva allo Stretto. Iniziano a chiudere le botteghe, scoppia la “bolla immobiliare” e i giovani vanno via a frotte. Il colpo di grazia arriva con la pandemia, che negli anni successivi al lockdown e all’andirivieni di zone rosse si abbatte come un tornado sulla già asfittica economia cittadina, che si appiglia ai ristori e agli aiuti statali. Il tracollo avviene nel 2023, quando si registra un saldo negativo di 536 imprese: erano 20.677 nel 2012 (di cui 13.981 attive), dopo 12 mesi diventano 20.139. Il crac riguarda tutti i comparti, con 73 imprese in meno nelle costruzioni e ben 292 nel commercio all’ingrosso e al dettaglio. In totale sono 1252 le cessazioni, a fronte di 716 nuove iscrizioni alla Camera di Commercio (fonte di questi dati). Nel biennio successivo lo scenario si mantiene costante, fra alti e bassi: nel 2004 portano i libri in tribunale 762 aziende, con un saldo negativo di 28 imprese. Nel primo trimestre del 2025 a chiudere i battenti sono 303 realtà cittadine: a pagare il dazio maggiore è il settore del commercio, con 39 iscrizioni e 100 cessazioni. Se fra maggio e giugno i numeri lasciano intravedere un timido segnale di ripresa, con un saldo positivo fra iscrizioni e cessazioni di 80 unità, il terzo trimestre dell’anno fa registrare un saldo negativo record di -685, con 184 aperture e ben 869 chiusure: il dato è però “falsato” dalle tantissime cessazioni d’ufficio di imprese inattive da anni, ben 757. Su 19.485 aziende registrate, ad oggi ben 5.716 sono attive nel settore del commercio, mentre 2.446 realtà imprenditoriali si occupano di costruzioni; al terzo posto i servizi di alloggio e di ristorazione (1315). E proprio i comparti più attivi, commercio e costruzioni, sono quelli che perdono più pezzi: solo negli ultimi tre mesi hanno abbassato le saraninesche rispettivamente 209 e 157 attività.
NOTA BENE: I numeri, ovviamente, hanno un valore relativo, dato che non tengono in considerazione le dimensioni delle aziende, il fatturato e l’impatto occupazionale
Foto di Francesco Algeri e Ana Caktas



