
Le crisi idriche che hanno interessato la Sicilia negli anni recenti sono state spesso attribuite alla riduzione delle precipitazioni e l’incremento delle temperature riconducibili alle variazioni climatiche. Ma il quadro che emerge dalle analisi istituzionali racconta una realtà più complessa. Secondo il “Referto sulla gestione dello stato di emergenza in relazione alla situazione di grave deficit idrico e alla criticità delle infrastrutture nel territorio della Regione Siciliana” pubblicato dalla Corte dei Conti (Delibera n. 213/2025/GEST), il problema non riguarda soltanto la disponibilità naturale della risorsa, ma soprattutto l’inefficienza delle infrastrutture e la gestione del servizio nel tempo.
Il dato più significativo riguarda le perdite nella rete di distribuzione. In Sicilia, riporta l’analisi dei magistrati contabili, il tasso medio di dispersione dell’acqua potabile raggiunge il 52,36%, uno dei valori più elevati a livello nazionale, secondo un report di Istat. In altre parole, più della metà dell’acqua immessa negli acquedotti si perde prima di arrivare ai rubinetti delle abitazioni e delle attività produttive: in Sicilia vanno dispersi ogni anno 339 milioni di m³ d’acqua, secondo quanto riporta un’interrogazione dei senatori Elena Sironi, Gabriella Di Girolamo e Luigi Nave.
La media regionale nasconde inoltre situazioni ancora più critiche: le perdite raggiungono il 68% nella provincia di Siracusa e il 75% nel sistema idrico della provincia di Catania. Una delle cause principali di queste dispersioni riguarda l’età delle infrastrutture. Gran parte delle reti idriche siciliane è stata realizzata tra gli anni Sessanta e Ottanta e oggi ha superato i quarant’anni di esercizio. La relazione sulla gestione dell’approvvigionamento idrico della Corte dei conti evidenzia inoltre come negli ultimi venticinque anni non si registrino miglioramenti significativi nella gestione complessiva del sistema idrico regionale, mentre in diversi casi si osserva un deterioramento delle infrastrutture e della capacità di programmazione.
Il risultato è una rete idrica estesa ma disomogenea, con tratti nuovi o riqualificati accanto ad altri vetusti e poco funzionali. In un sistema che si sviluppa per migliaia di chilometri, attraversando lunghe condotte adduttrici e successivamente distribuita attraverso una rete di condotte fortemente deteriorate, anche perdite localmente non rilevanti possono tradursi in volumi di acqua dispersi molto elevati.
A questi si aggiungono gli allacci abusivi, per cui all’acqua immessa non corrisponde una fatturazione coerente. Il bilancio idrico include infatti anche perdite amministrative legate a consumi non registrati, difficoltà di contabilizzazione dell’acqua distribuita e presenza di allacci irregolari. Sempre la Corte dei conti, stima che mediamente il 75% dell’acqua immessa in rete in Sicilia non venga pagata, a causa di perdite fisiche (circa 50%), perdite amministrative (5-15% per allacci abusivi, o utenze senza contatori) e una morosità molto elevata (25-55%).
Il paradosso del sistema idrico siciliano emerge anche osservando le infrastrutture di accumulo. L’isola dispone di 45 invasi principali, con una capacità totale di progetto di 1.129 milioni di metri cubi di acqua. Tuttavia, 7 invasi sono fuori esercizio o ancora in costruzione e 20 invasi sono soggetti a limitazione d’invaso; pertanto solo circa il 67% della capacità degli invasi può essere realmente utilizzato. A dirlo i dati sugli invasi regionali pubblicati dall’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia.
Accanto alle criticità infrastrutturali, il referto evidenzia problemi legati alla governance del servizio idrico, caratterizzato da competenze distribuite tra diversi livelli amministrativi e da assetti gestionali spesso frammentati. Questa configurazione rende più difficile coordinare gli investimenti e programmare interventi strutturali sulle reti.
È dentro questo scenario che si inserisce l’analisi dei sistemi idrici provinciali. Ogni territorio della Sicilia presenta caratteristiche specifiche – fonti di approvvigionamento differenti, assetti gestionali diversi e condizioni infrastrutturali variabili – ma tutti si confrontano con lo stesso nodo centrale: la difficoltà di trasformare una risorsa teoricamente disponibile in un servizio efficiente.
Dalle falda dell’Etna che alimentano le province di Catania e Messina agli invasi dell’entroterra, il sistema idrico siciliano racconta una realtà complessa: un territorio ricco di risorse naturali ma caratterizzato da infrastrutture spesso datate e da modelli di gestione che faticano a garantire livelli di servizio soddisfacenti.



