C’ è chi disegna per raccontare quello che osserva e chi, attraverso il disegno, si guarda dentro. Per Marcella Cilona, pittrice e illustratrice messinese, le due cose sembrano incontrarsi in un linguaggio che non ha bisogno di troppe spiegazioni: quello delle immagini, dei colori e delle forme che diventano strumenti per guardarsi dentro. Nata a Messina nel 1993, Marcella ha costruito il proprio percorso artistico partendo dall’Istituto d’Arte Ernesto Basile, per poi laurearsi in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. Nel tempo alla pittura ha affiancato l’illustrazione digitale e la grafica d’arte, approfondendo in particolare la linoleografia, una tecnica di incisione e stampa che le permette di trasformare un disegno in una matrice da inchiostrare e stampare. Ha sperimentato anche la serigrafia, le tecniche miste e materiali differenti, mantenendo una curiosità che si traduce nella continua ricerca di nuove possibilità espressive. Il suo è un universo in evoluzione: dall’ astrazione al piacere visivo delle combinazioni cromatiche, fino al focus sulla Sicilia, sul mare e sui miti. Al centro rimane la figura umana, talvolta riconoscibile, talvolta trasformata in un ritratto astratto, attraversato da dettagli che assumono un significato particolare: mani dalle proporzioni accentuate, occhi inseriti in forme inconsuete, elementi naturali che ritornano come presenze familiari. Accanto alla ricerca personale c’è il desiderio di condividere: da sempre, infatti, Marcella prova ad avvicinare le persone al disegno e alle tecniche di stampa, tra workshop ed incontri, dimostrando che l’arte può essere anche un’esperienza concreta, accessibile e collettiva. È in questa direzione che si inserisce il nuovo progetto “Dalla Matita al Pennello” che si terrà a breve al Forte San Jachiddu: tre appuntamenti tra ottobre e dicembre pensati per accompagnare i partecipanti dalle basi del disegno dal vero alla sperimentazione con le matite colorate, fino alla realizzazione di una piccola opera su tela. Un percorso graduale, dunque, ma anche un invito a rallentare, osservare e ritrovare il piacere di fare qualcosa con le proprie mani. Perché, come racconta Marcella, il disegno è prima di tutto un mezzo espressivo immediato, capace di avvicinare persone diverse.
Quando è scattata la scintilla con il disegno?
“In realtà, da sempre. È sempre stato il mio principale mezzo espressivo, insieme alla scrittura, anche se con il disegno mi è sempre venuto più facile esprimere determinati concetti. Ricordo che d’estate, quando andavo dai miei nonni, passavo molto tempo a disegnare. Credo ci sia anche una componente innata: nella mia famiglia siamo un po’ tutti portati per il disegno.”
Quando hai capito che questa passione poteva diventare anche una strada professionale?
“Alle scuole medie, quando ho dovuto scegliere quale scuola superiore frequentare. La mia professoressa aveva riconosciuto qualcosa in me e io ho deciso di iscrivermi all’Istituto d’Arte Ernesto Basile. Era il percorso più vicino al mio modo di esprimermi e a quello che desideravo fare.”
Il disegno è davvero un linguaggio universale?
“Credo di sì, soprattutto nella comunicazione di base. A differenza della scrittura e del dialogo, un disegno non richiede necessariamente la conoscenza di una lingua: può essere compreso in maniera immediata da persone diverse, dai bambini agli adulti. Naturalmente, quando entriamo nel campo dell’arte contemporanea e delle opere esposte nei musei, la lettura può dipendere anche dalla formazione e dalle conoscenze di chi guarda.”
Nel tuo percorso hai esplorato diverse tecniche. Quali senti più vicine alla tua sensibilità?
“Mi piace molto disegnare con le matite colorate, perché permettono di creare volumi e di mescolare i colori fino a ottenere una trama omogenea. Ho sperimentato l’acquerello che mi ritrovo spessissimo ad usare in tutte le sue declinazioni, ed ancora gli acrilici e diverse tecniche miste, comprese le bruciature e l’uso della cera. Ultimamente sto lavorando molto con la gouache, una pittura opaca che conserva una certa luminosità e mi permette di ottenere effetti interessanti anche sulla tela. In generale, mi piace esplorare materiali differenti e capire che cosa possono offrirmi.”
Sei stata tra le prime in città e tutt’ oggi sei tra le pochissime, ad usare la tecnica del linoleum. Di cosa si tratta?
“È una tecnica di incisione e stampa d’arte sviluppatasi nel Novecento. Si incide una matrice di linoleum con apposite sgorbie, creando dei solchi che non trattengono l’inchiostro. Bisogna quindi progettare il disegno ragionando sui pieni e sui vuoti, sulle luci e sulle ombre: ciò che viene inciso rimane bianco sulla stampa, mentre le parti in rilievo ricevono l’inchiostro. Ho iniziato ad approfondirla dopo un workshop con Cristiana Piraino, da Colapesce, e poi ho continuato a sperimentare autonomamente, anche attraverso risorse online e corsi. Mi piace perché permette di creare uno stampo, ma non obbliga a riprodurre sempre un’immagine identica e statica.”

Per cosa si può utilizzare questa tecnica?
“Un po’ per tutto ciò che si vuole creare. Quest’anno, ad esempio, ho realizzato magliette e borse come merchandising per il Radica Fest utilizzando le mie matrici. Ho inciso il logo sul linoleum e poi ho variato i disegni sulle singole magliette, rendendo ogni pezzo diverso dagli altri. È proprio questa libertà che mi interessa: partire da uno stampo e continuare a giocare con l’immagine, senza ottenere necessariamente un prodotto seriale.”
In città hai organizzato e tenuto diversi laboratori, workshop, live painting ed incontri…
“Ho organizzato workshop da Colapesce e al Mercato Coperto Muricello, dove abbiamo lavorato anche alla creazione di poesie visive attraverso la linoleografia. In alcuni locali, invece, la sera ho sperimentato il collage, utilizzando carte veline che, a contatto con l’acqua, rilasciano il colore realizzando così lavori su tela ai quali potevano partecipare più persone. Mi piace quando un’opera diventa il risultato di un’esperienza condivisa. Sono tecniche che permettono di avvicinarsi all’arte senza dover avere necessariamente una preparazione specifica. Naturalmente, il risultato di un laboratorio collettivo è diverso da quello di un lavoro realizzato individualmente, ma è proprio questo il bello.”
Come sarà strutturato il tuo corso di disegno “Dalla matita al Pennello” al Forte San Jachiddu?
“Saranno tre appuntamenti, il 31 ottobre, il 21 novembre e il 12 dicembre. L’idea è proporre un percorso semplice, accessibile e graduale, partendo dal disegno dal vero, che considero una base fondamentale. Bisogna allenare la coordinazione tra occhio e mano, imparare a osservare un soggetto e capire come riportarlo sul foglio. Il primo incontro sarà dedicato soprattutto al carboncino e alla matita. Nel secondo lavoreremo con le matite colorate, una tecnica che amo particolarmente, mentre nel terzo realizzeremo una piccola opera su tela. L’obiettivo è accompagnare i partecipanti dal disegno alla pittura, mostrando come un’immagine possa passare dalla carta alla tela.
È necessario avere già esperienza? E bisogna seguire tutti e tre gli appuntamenti?
“Assolutamente no, possono iscriversi e partecipare anche persone che pensano di non saper disegnare o di non saper tenere in mano un pennello. Il percorso completo ha una sua logica, perché si procede dalle tecniche più semplici a quelle più complesse, ma gli incontri possono essere frequentati anche singolarmente, in base ai propri interessi. L’unico requisito è essere maggiorenni.”
Come si è evoluta la tua ricerca artistica nel tempo?
“Fino allo scorso anno ero più orientata verso l’astrazione e lavoravo soprattutto sul piacere visivo del colore, cercando sfumature e combinazioni capaci di stare bene insieme. Quest’anno ho iniziato una nuova serie, più legata alla Sicilia, al mare e ai miti, con colori vivaci e il blu come possibile tonalità più scura.”

La figura umana, però, sembra essere una presenza costante nelle tue opere e grafiche…
“Sì, è probabilmente l’elemento che accomuna il mio disegno e la mia pittura. Per me è una ricerca interiore, una sorta di guardarsi allo specchio: un ritratto astratto, in qualche modo. Anche quando la figura non è rappresentata in maniera realistica, rimane il punto di partenza del mio lavoro.”
Nei tuoi disegni colpiscono spesso le mani grandi e alcuni particolari del corpo…
“Sì, è una scelta stilistica. Non è una questione di proporzioni, ma di come decido di rappresentare una figura. Sono contenta che le mani grandi possano trasmettere un senso di accoglienza e affettività, perché è una lettura che condivido. Mi concentro molto sulle mani, anche perché sono fondamentali per disegnare e per entrare in relazione con ciò che ci circonda. Ultimamente sto lavorando anche sugli occhi, inserendoli all’interno di una forma a stella. È una ricerca ancora in divenire, quindi sto cercando di capire dove mi porterà.”

Ci sono altri temi che ritornano nei tuoi lavori?
“Sicuramente la natura. Nei miei disegni trovo spesso piante, stelle, cavalli e altri elementi naturali. Mi interessa anche l’essere umano immerso nell’ambiente naturale, perché sento che questo rapporto mi rappresenta.”
Il tuo lavoro ti porta spesso a contatto con il pubblico. Che risposta trovi a Messina: è una città curiosa?
“Sì, c’è una base di persone che segue i miei corsi e che è interessata a quello che faccio. Non mi interessa che siano tantissime: meglio pochi ma buoni. Al Muricello, per esempio, ho avuto una maggiore interazione con persone che passavano, vedevano quello che stava succedendo e si fermavano a curiosare. Era un contesto più aperto e questo facilitava l’incontro. Non posso lamentarmi della risposta della città. Messina non è grande come Palermo o Catania e le possibilità sono diverse, ma credo che ci siano persone disposte a mettersi in gioco e a entrare in contatto con l’arte. L’importante è che le iniziative ci siano e che ognuno trovi il proprio spazio.”
E se allarghiamo lo sguardo alla scena artistica messinese? Ci sono spazi sufficienti per incontrarsi e lavorare insieme?
“Gli artisti ci sono, e ci sono anche persone molto brave. Quello che manca, secondo me, sono soprattutto i luoghi in cui incontrarsi e collaborare. Il Forte San Jachiddu è una realtà interessante anche per questo, perché mette insieme persone che hanno sensibilità artistiche e un rapporto con la natura. Esistono circoli culturali e altre realtà, ma credo che servirebbero spazi più accessibili e trasversali, qualcosa di simile a un coworking dedicato all’arte, dove potersi incontrare e lavorare insieme. È anche uno dei motivi per cui ho creato un piccolo spazio tutto mio con il mio studio: mi piacerebbe che diventasse un luogo di scambio, non soltanto uno studio personale. A volte ho la sensazione che a Messina prevalga l’individualismo, come se fosse più importante dimostrare di saper fare qualcosa meglio degli altri piuttosto che provare a costruire un progetto comune. Eppure siamo tanti. Penso anche all’Istituto d’Arte Basile, che considero una realtà importante e che meriterebbe di essere maggiormente valorizzata o all’ Accademia della Belle Arti che grazie a Manuela Caruso sta crescendo in modo importante. Ci sarebbe tanto da fare, ma spesso manca il passo necessario per trasformare le idee in progetti condivisi.”
La città di Messina nel tuo percorso e nel tuo progetto ti ha più aiutata o ostacolata?
“Da un punto di vista creativo, mi ha stimolata proprio perché spesso mi mette in una condizione di disagio. Io mi sento più creativa quando sono portata all’introspezione. Se la città è troppo bella e ci sono troppe cose da fare, rischio di non riuscire a concentrarmi sull’arte. Qui, in un certo senso, sto bene perché “sto male” e creo. Dal punto di vista pratico, invece, mi sento apprezzata. Ci sono persone che credono in me e che acquistano i miei disegni, quindi sento che il mio lavoro trova un riscontro. Il paesaggio messinese mi ha influenzata soprattutto nei colori: il mare, la conformazione della città e il suo rapporto con il territorio sono elementi che inevitabilmente assorbo, anche se non sono una paesaggista e non lavoro principalmente sulla rappresentazione del paesaggio.”
Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?
“Leggete di più! È un invito semplice, diretto, che forse sembra non c’entrare con tutto il resto. E invece, in fondo, parla sempre di curiosità, di attenzione e della voglia di continuare a scoprire cose nuove.”




