di Pio Magazzù
Voto: 3.5 su 5
Kane Parsons, regista ventiduenne esordiente, porta sul grande schermo il fenomeno delle Backrooms e degli spazi liminali, dopo anni di sperimentazione on line di un universo che lo ha reso celebre su YouTube. Quello che nasce come fenomeno del web si trasforma così in un film che utilizza le backrooms come strumento per esplorare la psiche umana e le sue inquietudini più profonde. Parsons realizza un horror non convenzionale, dalle diverse possibili chiavi di lettura, capace di soddisfare sia gli appassionati dell’immaginario delle Backrooms sia gli amanti di un cinema dell’orrore che prende le distanze dai cliché più abusati del genere.
Clark
Silicon Valley, anni Novanta. Il sogno di Clark di diventare architetto è naufragato insieme alla sua vita. Dopo la separazione dalla moglie, vive ormai nel suo negozio di mobili, trascorrendo le giornate tra avvisi di pagamento, clienti sempre più rari e improbabili spot pubblicitari in cui promuove la sua attività vestito da pirata. L’unica parentesi in una routine alienante è rappresentata dalle sedute d’analisi con la dottoressa Mary Kline, alla costante ricerca di una spiegazione esterna per i propri fallimenti. Quando una serie di misteriosi blackout colpisce il negozio, Clark scopre per caso un passaggio verso una realtà parallela fatta di corridoi infiniti, stanze senza fine e oggetti familiari deformati e fuori posto. Affascinato da quel mondo inquietante decide di esplorarne i segreti. Un viaggio che finirà per coinvolgere anche la dottoressa Kline, trascinandola in un luogo dove i confini tra realtà, memoria e ossessione sembrano dissolversi.
Spazi liminali
Backrooms porta sul grande schermo il fenomeno creepypasta delle Backrooms e quello più ampio degli spazi liminali. Negli ultimi anni, corridoi giallastri, luci fluorescenti e ambienti apparentemente ordinari hanno trasformato le Backrooms in uno dei fenomeni horror più popolari del web. Prima di approdare al cinema, Kane Parsons ha costruito la propria notorietà proprio attraverso una serie di cortometraggi dedicati a questo universo. Ma cosa sono le Backrooms? Luoghi che appaiono familiari e riconoscibili, ma che allo stesso tempo risultano profondamente sbagliati, come se qualcosa non fosse al posto giusto. Il concetto è strettamente legato a quello degli spazi liminali: ambienti di passaggio come parcheggi, scuole o aeroporti che, una volta svuotati della loro funzione e della presenza umana, perdono la loro familiarità e finiscono per generare inquietudine. È su questa sensazione di smarrimento e straniamento che Parsons costruisce la propria pellicola, sviluppando sul grande schermo le intuizioni già presenti nei suoi cortometraggi.
Le backrooms rappresentano la mente umana
Con Backrooms, Parsons sceglie di compiere un passo avanti rispetto ai cortometraggi che lo hanno reso celebre sul web. I corridoi e le stanze che si ripetono quasi all’infinito, insieme agli oggetti che li popolano, diventano una versione distorta e incompleta del mondo reale. Ciò che colpisce maggiormente è come questa realtà parallela sia in continua evoluzione, modellandosi sui ricordi, i traumi e le esperienze di chi vi entra in contatto. Non è un caso che Clark ritrovi in questi spazi infiniti mobili, timoni e numerosi elementi appartenenti al suo negozio e al suo passato. Allo stesso modo, l’arrivo della dottoressa Kline, segnata da un’infanzia difficile e da una madre profondamente disturbata, lascia tracce evidenti all’interno delle Backrooms, contribuendo a modificarne l’aspetto. È proprio attraverso la composizione e la trasformazione di questi ambienti che Parsons mostra come Backrooms sia, prima di tutto, un film sulla mente umana e sui suoi disagi. La desolazione e il vuoto che Clark cerca di esplorare in questo universo sconfinato sono gli stessi che caratterizzano la sua esistenza quotidiana. Le sue esplorazioni assumono così i contorni di un viaggio nel subconscio, alla ricerca di un significato che sembra essergli sfuggito. Parsons comprende perfettamente ciò che rende inquietanti le Backrooms. L’orrore non nasce dalla presenza costante di una minaccia, ma dall’assenza di riferimenti. Proprio come Clark, anche lo spettatore viene gradualmente privato di ogni punto di orientamento e finisce per percepire ogni corridoio e ogni stanza come un luogo potenzialmente ostile. Non a caso, l’unica persona realmente preoccupata per la sua assenza è la dottoressa Kline, mentre il resto del mondo appare perfettamente in grado di andare avanti senza di lui.
Backrooms
Dal punto di vista strettamente cinematografico, l’opera di Parsons convince pur non essendo esente da difetti. Il cast è di assoluto livello: Clark e la dottoressa Kline sono interpretati dai candidati agli Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, che offrono interpretazioni solide e misurate, riuscendo a trasmettere costantemente il disagio e la fragilità dei rispettivi personaggi. La scenografia, quasi interamente analogica, rappresenta uno dei principali punti di forza della pellicola: oltre 3.000 metri quadrati di stanze e corridoi sono stati costruiti appositamente per dare forma alle Backrooms immaginate da Parsons, conferendo agli ambienti una fisicità che amplifica il senso di smarrimento. Anche la colonna sonora svolge un ruolo fondamentale, accompagnando lo spettatore in un crescendo di inquietudine che si intensifica con il passare dei minuti. I limiti del film emergono soprattutto nella gestione del racconto. La poca esperienza di Parsons si avverte in un montaggio che fatica a mantenere equilibrati i tre atti della narrazione. In particolare, il terzo atto è quello che più si allontana dai cortometraggi che hanno reso celebre il regista su YouTube ed è anche il segmento meno convincente. A fronte di una storia che accelera improvvisamente, l’introduzione di alcuni elementi più vicini all’horror tradizionale finisce per rompere l’equilibrio costruito fino a quel momento. Si tratta di intuizioni interessanti, ma appena abbozzate, che sembrano preparare sviluppi futuri senza trovare una reale compiutezza all’interno di questo primo capitolo.
Un’opera imperfetta ma affascinante
Backrooms è un horror che convince e intrattiene. Non il classico film di genere che affida la propria efficacia ai jumpscare, ma una pellicola che, minuto dopo minuto, immerge lo spettatore in un mondo tanto simile quanto distante dal nostro. È proprio questa lenta discesa tra spazi vuoti, assenze e luoghi solo apparentemente familiari a concedere il tempo necessario per elaborare ciò che accade sullo schermo e comprendere come, più che a un viaggio in un universo parallelo, stiamo assistendo a un viaggio dentro la psiche umana. I traumi del passato, la solitudine e l’incapacità di riconoscere le proprie responsabilità rischiano di intrappolarci all’interno di quel vuoto da cui tentiamo costantemente di fuggire, ma nel quale finiamo spesso per sentirci a nostro agio. D’altronde, i mostri più pericolosi non abitano i corridoi infiniti delle Backrooms, ma la nostra mente. Backrooms è questo: un’opera imperfetta ma affascinante che utilizza l’horror non per mostrarci dei mostri, ma per ricordarci che quelli più difficili da affrontare abitano già dentro di noi.





