Di Francesco Pio Magazzù

Voto: 3 su 5

Vent’anni dopo il successo globale del primo capitolo, arriva nelle sale un sequel che riporta interamente in scena il cast originale. Tra lusso, crisi del giornalismo e nuove dinamiche tra i personaggi, Il diavolo veste Prada 2 intrattiene senza riuscire a replicare l’effetto wow del primo capitolo.

Tempi di Crisi per Runway

Vent’anni dopo gli eventi del primo capitolo, il mondo dell’editoria di moda è profondamente cambiato. Tra tagli al budget e la feroce concorrenza di Internet, Miranda Priestly è ancora alla guida di Runway, ma non è più la spietata direttrice di un tempo. Stretta tra investitori insoddisfatti e case di moda che ormai dettano il bello e cattivo tempo, Miranda è costretta ad accontentare tutti, dovendo rinunciare progressivamente al controllo assoluto che aveva un tempo. A peggiorare ulteriormente la situazione dello storico magazine, arriva una controversa dichiarazione pubblica di Miranda a favore di un marchio di fast fashion accusato di sfruttare il lavoro minorile. Per tentare di risollevare l’immagine di Runway, il proprietario Irv decide allora di nominare Andy Sachs (oggi affermata giornalista) nuova caporedattrice del magazine. Andy, da ex stagista agli ordini diMiranda, si ritrova così costretta a collaborare nuovamente con lei in un ambiente molto diverso da quello che aveva lasciato anni prima. Nigel è ancora il fidato braccio destro di Miranda, mentre Emily, dopo aver abbandonato Runway, è diventata direttrice di Dior e ha sposato un miliardario pronto a soddisfare ogni suo desiderio.

Non un’imitazione, ma una nuova storia

Realizzare, a vent’anni di distanza, il sequel di un’opera tanto amata dal pubblico quanto iconica non era un compito semplice. Il rischio di cadere nella mera imitazione del primo capitolo era concreto, ma David Frankel già regista della pellicola del 2006 riesce a confezionare un sequel capace di trovare una propria identità, senza allontanarsi del tutto dalla traiettoria tracciata da Il Diavolo veste Prada. Certo, i tempi sono cambiati e il film non può ignorarlo. Se il primo capitolo raccontava la storia di una giovane stagista che cercava di sopravvivere in un mondo feroce come quello della moda, ora è proprio quel mondo a trovarsi in difficoltà, nel disperato tentativo di restare a galla. Il diavolo veste Prada 2 affronta infatti temi molto attuali, come la crisi della carta stampata e le trasformazioni del giornalismo contemporaneo. Professioniste affermate come Miranda e Andy si ritrovano costrette a lavorare per soddisfare l’umore dei social e degli azionisti, rischiando così di perdere di vista la vera essenza del proprio lavoro. Pur raccontando una storia nuova, però, Frankel mantiene intatto lo stile che aveva reso memorabile il primo film: dialoghi brillanti, grande attenzione ai dettagli e un montaggio serrato.

Non è lusso tutto ciò che luccica

La nuova pellicola di David Frankel, va detto, fa il suo. È una commedia che intrattiene, forte anche dell’effetto nostalgia legato al primo memorabile capitolo. Eppure, come ci ha insegnato il buon Nigel, non è lusso tutto ciò che luccica. A fronte di un’opera che scorre bene, manca lo stesso effetto wow che ci aveva regalato il regista nel 2006. La nuova storia, per quanto lineare, manca di vero mordente, finendo in alcuni casi per risultare fin troppo veloce in alcuni passaggi chiave della narrazione, soprattutto verso il finale. Apprezzabile la scelta di raccontare una storia nuova senza scadere nella mera imitazione del passato, ma a far storcere il naso è forse proprio il personaggio di Miranda.Intrappolata tra il politically correct e il prossimo pensionamento, la direttrice di Runway non è più la feroce donna di un tempo. Cinismo e mancanza di tatto lasciano ora spazio a un carattere più morbido e, in alcuni momenti, quasi arrendevole. Ma forse questa evoluzione o meglio, decostruzione del personaggio di Miranda non è solo una scelta di scrittura, quanto un mezzo necessario per rappresentare la crisi di un settore, quello della carta stampata, ormai nelle mani di millennial a capo di aziende milionarie con idee fin troppo rivoluzionarie. Da segnalare inoltre la storia d’amore di Andy: poco approfondita, inutile ai fini della trama e probabilmente di troppo. Andy aveva davvero bisogno dell’ennesima banale storia d’amore per risultare completa?

Un cast stellare

È innegabile che la forza di questo secondo capitolo sia tutta nel cast stellare. 20th Century Studios, casa di produzione della pellicola, riesce a riportare su schermo l’intero cast originale. Insieme a Merly Streep, Anne Hathaway e Stanley Tucci ritroviamo anche Emily Blunt. Il cast, affiatato come vent’anni fa, regge la pellicola mostrando una forte alchimia e riuscendo a reinterpretare magistralmente i personaggi resi celebri nel 2006. Oltre alle bravissime Hathaway e Blunt, a rubare la scena è senza ombra di dubbio Merly Streep. Vincitrice di tre premi Oscar, l’interprete di Miranda all’età di 76 anni regala l’ennesima performance di livello, con un fascino che non teme il confronto con quello delle sue colleghe più giovani. E a proposito di cast, sul web è montata la polemica per il doppiaggio in italiano. La scelta di mantenere i doppiatori originali del primo capitolo porta necessariamente ad un possibile compromesso: Maria Pia Di Meoe Gabriele Lavia, rispettivamente doppiatori di Merly Streep e Stanley Tucci hanno oggi 87 e 84 anni. Una scelta coerente con lo spirito della produzione americana, ma che inevitabilmente espone le voci italiane di Miranda e Nigel agli ovvi effetti del tempo.

Niente effetto wow, ma un grande effetto nostalgia

Nel cinema esistono pochi dogmi, ma uno di questi è che un sequel difficilmente riesce a replicare la magia del primo capitolo, eccezioni a parte. E Il diavolo Veste Prada 2 non fa eccezione. David Frankel realizza una pellicola che funziona, intrattiene e saprà sicuramente conquistare i fan storici della saga. Manca l’effetto wow del primo film, ma probabilmente ricrearlo era impossibile. Il reparto tecnico resta comunque di alto livello: costumi splendidi, regia solida e, questa volta, è l’Italia a rappresentare il cuore della moda internazionale. Milano, con la sua Fashion Week, insieme ai cameo di Domenico Dolce, Stefano Gabbana e Donatella Versace, contribuisce a celebrare il prestigio della moda italiana. In conclusione, Il diavolo veste Prada 2 è un’ottima commedia, non esente da difetti, ma capace di fare ciò che deve: intrattenere vecchi e nuovi spettatori attraverso una strada in parte nostalgica, fatta di autocitazioni e piccoli omaggi alla pellicola originale, cercando al tempo stesso di distinguersi dal percorso tracciato nel 2006. Più che tentare di superare il primo capitolo, Il diavolo veste Prada 2 sceglie di convivere ed elogiare con la sua eredità.

 

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