MESSINA. C’è una deadline, seppur ventilata (ma abbastanza concreta da aver fatto lavorare assessori e presidenti di partecipate sulle relazioni di fine mandato), per l’ipotesi delle dimissioni da parte dell’attuale primo cittadino di Messina (e sindaco metropolitano) Federico Basile, che dovrebbe sciogliere la riserva entro il 30 gennaio. Basile e il leader di Sud Chiama Nord Cateno De Luca stanno ormai da mesi valutando l’idea di abbandonare la carica di vertice di Palazzo Zanca per andare a elezioni anticipate: invece che ne nel 2027, accorpate a Politiche e Regionali, nell’estate 2026.

Idea che è balenata in testa ai vertici del partito e che eviterebbe di far mettere ai messinesi tre cartelle elettorali in busta, separando il rinnovo dei vertici di Palazzo Zanca da quelli al governo regionale e nazionale, per i quali concorrerà, con alte aspirazioni, l’attuale sindaco di Taormina, nonché deputato all’Ars (arrivato secondo alle ultime elezioni regionali), Cateno De Luca. Nel caso in cui Basile si dimettesse, Messina e la città metropolitana (con le dimissioni del sindaco cittadino decadrebbe anche la carica di sindaco metropolitano) sarebbero commissariate fino a quando non si eleggerà il nuovo primo cittadino. Il commissario, però, avrebbe poteri limitati perché potrà occuparsi solo dell’amministrazione ordinaria: ciò potrebbe rallentare alcuni interventi sugli ingenti danni causati dalle mareggiate nella costa ionica. Unico motivo che potrebbe scongiurare (o posticipare) le dimissioni.

Messina, quindi, non può permettersi di rimanere commissariata per troppo tempo, e quella tra fine gennaio e inizio febbraio rappresenta l’unica finestra che permetterebbe a Basile di dimettersi e alla città di eleggere dei nuovi amministratori quest’anno. Perché? La legge dice che per svolgere le elezioni devono passare minimo 60 giorni dall’esecutività delle dimissioni. E affinché le dimissioni diventino esecutive devono passare venti giorni dalla firma sull’atto: dopodiché diventeranno irrevocabili e, quindi, esecutive. Sempre secondo la legge, il primo turno elettorale utile è fra il 15 maggio e il 15 giugno, con data ultima per il ballottaggio proprio il 15 giugno. Questo vuol dire che la prima data utile per le elezioni è il 17 maggio (essendo domenica).

Andando a ritroso, vuol dire che dal 18 marzo partono i 60 giorni per indire le elezioni e, ancora più a ritroso, questo vuol dire che Basile deve presentare le dimissioni almeno venti giorni prima, ovvero il 26 febbraio, affinché il 18 marzo siano considerate irrevocabili ed esecutive. Fin qui, non ci sarebbe nessuna fretta: manca ancora un mese allo scadere del tempo. Questo se solo non fosse per un enorme “ma” che potrebbe portare Messina a un anno e mezzo di commissariamento: per legge, il Ministero dell’interno può anticipare il turno per le amministrative con un decreto. E secondo la legge 182 del 91, art. 1, l’anticipo può avvenire fino al 15 aprile (che è mercoledì, quindi la prima domenica utile sarebbe il 19 aprile). Questa decisione, in Sicilia, che è una regione a Statuto Speciale, spetta al Presidente della Regione Siciliana (in questo caso Renato Schifani, di tutt’altra ala politica rispetto a Cateno De Luca) e alla sua Giunta.

Se questo dovesse accadere, quindi nella peggiore delle ipotesi per Basile si andrebbe a votare il 19 aprile, vorrebbe dire che le dimissioni dovrebbero diventare esecutive entro il 18 febbraio, il che vuol dire che per diventare irrevocabili in questa data andrebbero firmate entro il 30 gennaio. In poche parole, se ciò non avvenisse, e Schifani decidesse di anticipare il prima possibile il turno elettorale, potrebbe verificarsi una situazione in cui vengano a mancare i 60 giorni prima delle elezioni e quindi nel turno elettorale primaverile o estivo i messinesi non sarebbero in grado di votare: Messina resterebbe commissariata da quando si dimetterà Basile fino all’estate del 2027.

D’altra parte, il 22 e 23 marzo si terrà anche il Referendum sulla Giustizia, ed è inverosimile (ma non impossibile) che si indicano i due appuntamenti elettorali in così pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Cullarsi, però, è rischioso.

A tutto ciò si aggiunge un ulteriore ragionamento: Schifani non avrebbe alcun interesse a facilitare lo svolgimento delle elezioni a Messina un anno prima del previsto, perché anche lui potrebbe adottare la stessa strategia nel 2027. Infatti, i rinnovi del governo nazionale e di quello regionale sono previsti a ottobre 2027. La premier Giorgia Meloni, però, starebbe pensando di dimettersi cinque mesi prima per poter svolgere le elezioni in concomitanza con le amministrative e “trainare” le liste. In questo caso, Schifani potrebbe fare lo stesso e trarre vantaggio dalle elezioni politiche e dai consensi che il centrodestra vanta in questo periodo storico. Il risultato sarebbe un grande “Election Day”, di cui potrebbe non beneficiare Sud Chiama Nord. In pratica, ancora una volta Messina potrebbe diventare terreno di scontro politico dove, al di là di chi vince, resterebbero comunque le macerie.

Sull’argomento era intervenuto anche il capogruppo del Pd in consiglio comunale Felice Calabrò, facendo le sue considerazioni sulle (sempre ventilate e ancora possibili) dimissioni del sindaco di Messina entro il mese di gennaio, con un richiamo proprio alla responsabilità dopo i danni provocati dall’ondata di maltempo dei giorni scorsi (qui il link all’articolo).

Curiosità: è successo solo una volta in Sicilia che siano state indette delle elezioni al di fuori del turno elettorale previsto dalla legge (15 maggio – 15 giugno). Era il 2005 e Messina veniva da un commissariamento di due anni e mezzo. Per evitare ancora un prolungamento la Regione Siciliana ha emanato una legge speciale perché si permettesse ai messinesi di votare in autunno per le elezioni amministrative. Un caso speciale.

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