MESSINA. “L’università accompagna le giovani e i giovani nel loro affacciarsi alla vita adulta. Il suo compito è di farlo offrendo riferimenti alti, come il valore della libertà, della giustizia, dell’autonomia di pensiero, del rispetto dei diritti, della dignità individuale e collettiva”. Con queste parole la rettrice Giovanna Spatari ha aperto l’anno accademico 2025/26, il 478° dalla fondazione dell’università di Messina, che ha avuto come ospite d’onore il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. Tre, ha spiegato nel corso del suo intervento, le parole chiave per il 2026: persone, qualità, fiducia.
Ricordando le morti di Sara Campanella, Lorena Quaranta e Yasin Mirzaei, studentesse e studenti dei Unime ammazzati per femminicidi e repressioni di regimi dittatoriali teocratici, Spatari ha spiegato che “di fronte a queste ferite, l’Università deve unire memoria e responsabilità: ricordare e rafforzare cura, ascolto, prevenzione, presìdi contro ogni violenza. Perché la vita delle persone e la loro dignità vengono prima di tutto. E perché c’è un valore che un’università non può mai dare per scontato: la libertà. Libertà di studiare e di scegliere il proprio futuro. Libertà di essere sé stessi, senza paura. Libertà di vivere relazioni sane, senza controllo, senza sopraffazione, senza violenza”.
Significative anche le sue parole in sostegno del diritto allo studio, che “non è una cornice. È la sostanza di un’università pubblica. È ciò che rende possibile l’ascensore sociale. È ciò che trasforma il talento in destino, senza che il reddito di partenza decida il punto di arrivo. Detto in modo semplice: chiediamo impegno, pretendiamo qualità. Ma vogliamo che l’università resti accessibile. E vogliamo anche che l’esperienza universitaria sia sostenibile, perché studiare oggi significa spesso reggere pressioni, aspettative, incertezze; conciliare studio e lavoro; affrontare fragilità che non si vedono. Per questo “diritto allo studio” significa anche servizi, orientamento, tutorato, ascolto, strumenti concreti. Significa accompagnare i percorsi, non soltanto aprire le porte. L’università pubblica non è un costo da comprimere. È un investimento da difendere. Per la crescita, per la coesione sociale, per la competitività del Paese. E per il Mezzogiorno, questo non è un tema astratto: è la differenza tra restare e partire, tra sperare e rinunciare”, ha concluso.
Panetta, la cui presenza è il “testimone” tra la Banca d’Italia e l’Ateneo, che ha acquistato i locali che ne ospitarono la sede a Messina, e che a breve sarà inaugurata dopo essere stata restaurata e restituita alla città e all’Ateneo. Panetta, dopo un quadro per niente roseo ma realistico dello stato economico e finanziario del paese (“La produttività ristagna da un quarto di secolo; la capacità di innovare resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica. Questi freni alla crescita si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole, che da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, soprattutto delle donne e dei giovani.”, ha illustrato il governatore di Bankitalia), ha spiegato che “occorre uno sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, in grado di sostenere salari più elevati e migliori prospettive di lavoro. Lo impongono le trasformazioni dell’economia mondiale. Lo rende necessario il vincolo demografico di un paese che invecchia rapidamente e in cui i giovani che entrano nel mercato del lavoro saranno sempre meno numerosi. il fatto che all’Università di Messina gli studenti internazionali raggiungano il 10 per cento degli iscritti rappresenta un segnale significativo e un’esperienza da valorizzare”.
E’ toccato a Clorinda Capria portare le testimonianze del personale tecnico amministrativo dell’Ateneo: “Siamo convinti dell’importanza della valorizzazione delle competenze, dei percorsi di crescita professionale, dell’aggiornamento continuo, del benessere organizzativo e di una cultura del lavoro improntata alla collaborazione e alla chiarezza dei ruoli. L’Università degli Studi di Messina, per storia, identità e radicamento territoriale, è chiamata a svolgere un ruolo strategico nello sviluppo culturale, sociale ed economico del contesto in cui opera”. In conclusione, una citazione di Piero Calamandrei: «La scuola e l’università non sono un privilegio individuale, ma un servizio reso alla collettività, perché dallo studio nasce la consapevolezza necessaria a costruire una società più giusta e più libera».
A nome degli studenti ha parlato Fabrizio Sbilordo: “Vi è una discrasia lacerante tra il potenziale intellettuale che accumuliamo in queste aule e l’orizzonte di possibilità che ci attende fuori. La situazione è fotografata dai numeri preoccupanti della nostra isola: negli ultimi dieci anni la Sicilia ha perso quasi 300.000 abitanti. Di questi, moltissimi sono giovani laureati: un’emorragia di capitale umano, di menti in cerca di riconoscimento, che ci impoverisce più di qualsiasi crisi finanziaria”, ha affermato lo studente con lucida durezza, rinunciando alla retorica, piuttosto in voga negli ultimi anni, di “resilienza”, per sostituirla con la “restanza”: “a questa diaspora fisica, una parte della nostra generazione oppone una diversa istanza etica ed esistenziale. L’antropologo Vito Teti ha codificato il concetto di Restanza: non un’inerzia passiva, né una rassegnazione nostalgica, bensì l’atteggiamento propositivo di chi sceglie di abitare le contraddizioni del proprio luogo d’origine. È necessario, oggi, radicalizzare ulteriormente questo concetto, rifiutando categoricamente la retorica della resilienza. Spesso invocata come virtù, la resilienza è, in fisica, la capacità di un corpo di assorbire un urto per tornare alla forma originaria. Se oggi impegniamo noi stessi non è per tornare allo stato di partenza, né per adattarci a un contesto ostile. Siamo mossi dall’ambizione della possibilità di una trasformazione strutturale, che ci consenta di proseguire il nostro itinerario in questo territorio nel quale ci stiamo formando”, ha spiegato.
Dito puntato anche sulle carenze strutturali che impediscono un equo diritto allo studio per tutti: “la questione abitativa. La carenza cronica di posti letto pubblici ha spalancato le porte al settore privato. Un privato che risponde, legittimamente, alle logiche del “ercato, e non a quelle del diritto allo studio. È imperativo che si torni a costruire spazi pubblici e ad ampliare la visione istituzionale. Solo così l’Università potrà essere il motore di quel viaggio nel tempo che abbiamo scelto di intraprendere; affinché essa sia ascensore sociale e mai un privilegio riservato a pochi”.
La conclusione del suo discorso, Sbilordo l’ha consegnata ad un messaggio di forza e volontà: “Siamo qui per dimostrare che questa terra non è un luogo da cui si fugge, ma un luogo in cui si torna. Un ritorno consapevole, prezioso, forte di quel bagaglio di competenze acquisito da chi, un tempo costretto a partire, sceglie oggi di reinvestire qui il proprio sapere. Noi siamo pronti. Con la forza delle nostre idee, con la dignità del nostro studio, con il coraggio della nostra Restanza. A tutti noi, ora, il compito di scrivere la Storia che verrà”.



