MESSINA. Sabato 19 e domenica 20 Maggio tornano le ‘’Giornate Europee dei mulini’’. La manifestazione nasce in Francia nel 2007 e dal 2012 viene promossa anche in Italia, grazie all’Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici. Durante queste giornate, tantissimi proprietari e gestori di mulini storici diffusi su tutto il territorio italiano, aprono ai visitatori per farne conoscere e apprezzare tutti gli aspetti architettonici, culturali e ambientali di questi edifici e dell’antica arte molitoria. Quest’anno aderirà all’iniziativa anche l’Ecomuseo del grano di San Filippo Superiore, che  organizzerà due aperture speciali. Nella mattinata di domenica sarà possibile inoltre partecipare a un’escursione fotografica lungo la Valle di San Filippo Superiore dove, ancora oggi, sono visibili i resti degli antichi mulini ad acqua.  Lo spazio espositivo di San Filippo custodisce al suo interno un antico mulino a pietra e una mostra etnoantropologica con dei pannelli descrittivi che ricordano ai messinesi ‘’i tempi della farina a km0’’. Sulle colline dei nostri villaggi infatti si coltivava il grano e si macinava sul posto, grazie ai mulini ad acqua edificati lungo i canali che partivano dalle ricche sorgive dei Peloritani.

 

 

Ma com’è nata e quale ruolo può svolgere oggi l’Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici? Lo abbiamo chiesto a Fabio Meli, referente dell’Associazione per la Sicilia Orientale.

Aiams è l’Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici. Cosa fa e cosa si intende per Mulino Storico?

«Benché poco conosciuta, esiste una scienza chiamata molinologia che studia l’arte molitoria nei sui aspetti tecnici, sociali e culturali. Una scienza molto diffusa in Europa che ha dato vita ad organizzazioni internazionali di esperti di mulini. In Italia, già dal 2011 si è costituita l’Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici (A.I.A.M.S.), che è la prima organizzazione di questo tipo a livello nazionale. È una Associazione culturale senza fini di lucro ed ha per scopo la valorizzazione degli antichi mulini italiani (in questo senso storici), incoraggiando e sostenendo conferenze, seminari, mostre, pubblicazione di testi, saggi e articoli. In particolare promuove la riscoperta e la valorizzazione culturale e turistica dei mulini per salvaguardare la loro valenza storica, architettonica e meccanica, favorendo la creazione di cantieri di restauro, ristrutturazioni e mantenimento di queste strutture. Non solo, l’Associazione mira al censimento ed alla catalogazione dei mulini esistenti in Italia per creare un Archivio ed una Biblioteca tematica. Non ultimo, l’associazione ha scopo di proporre normative legali e fiscali che facilitino le pratiche amministrative per le ristrutturazioni, la captazione delle acque, il funzionamento e la tassazione sull’attività dei mulini storici.

Quali progetti e iniziative per recuperare la memoria dei mulini storici ruderizzati o per valorizzare e mettere in rete quelli ancora in funzione?

«Non sono tantissime, ma nemmeno poche le realtà che hanno fatto sì di ricreare da un rudere un mulino funzionante. Il più delle volte magari solo a scopo didattico/dimostrativo, meno frequentemente a scopo produttivo. Nella maggior parte dei casi c’è sempre stata una collaborazione tra pubblico e privato. Mi vengono in mente per esempio il mulino a vento delle Saline di Priolo Gargallo (SR), così come quello di Pontassieve (FI). Ma non mancano anche mulini ad acqua come per esempio il mulino Santa Lucia di Palazzolo Acreide (SR) o il mulino La Timpa di Ragusa Ibla (RG), dove il privato è riuscito a recuperare e mantenere funzionante il bene.

Ad oggi, considerando lo stato in cui versano le pubbliche amministrazioni, si dovrebbe cercare di fare in modo di intercettare quelle risorse che l’Europa, soprattutto nelle nostra regione, mette a disposizione al fine di conservare il patrimonio storico e culturale del territorio. Il primo passo necessario e fondamentale è però, secondo me, riconoscere il contenuto storico che hanno queste strutture. Questi ruderi, infatti, non sono ammassi di pietre su cui si può costruire sopra. Anzi, questi sono a tutti gli effetti dei reperti di archeologia industriale, che trasmettono e conservano informazioni rilevanti su quelle che erano le tecniche, le conoscenze, le caratteristiche del territorio e le informazioni antropologiche a cui esso è collegato.  Cancellare o far andare in rovina un rudere del genere equivale dal mio punto di vista a dar fuoco al testamento lasciato dai nostri antenati.  In fin dei conti i mulini rappresentavano quello che oggi per noi sono le industrie, dal momento che trasformavano in energia meccanica una fonte di energia – che è bene sottolineare – naturale.

In quest’ottica, al di là della possibilità di rimettere produttivamente in funzione o meno un mulino, si capisce che un percorso attraverso cui apprendere come in luoghi diversi ci si sia ingegnati adottando soluzioni diverse, rappresenterebbe già un modo per mettere in rete i mulini e consentirne la fruizione turistica».

Cosa pensa dell’Ecomuseo del Grano nato a Messina nel villaggio di San Filippo e che suggerimenti vorrebbe dare a Nino Bebba e alla rete di operatori e associazioni del territorio con cui collabora?

A mio avviso il lavoro realizzato da Nino Bebba è superlativo. Si tratta di un lavoro fatto con minuzia, attenzione ai particolari e dedizione. Insomma, credo che se alla base di questo non ci fosse stata la passione che trasmette ascoltandolo, non si sarebbe raggiunto il risultato a cui è arrivato.

Difficilmente mi è capitato di visitare un museo privato – anche questo è bene sottolinearlo – ben organizzato sia dal punto di vista del contenuto che dal punto di vista espositivo. L’organizzazione degli spazi, la semplicità dell’esposizione e la chiarezza delle tavole esposte permettono al visitatore di uscire con la conoscenza di un pezzo di storia che è fatta solo di tramando da padre in figlio e che oggi rischia di scomparire. Questo è il valore aggiunto del lavoro di Nino che a mio avviso dovrebbe diventare punto di partenza degli operatori del territorio con cui collabora: aver tutelato qualcosa che altrimenti sarebbe andato perduto e che è unico del territorio. Cioè, fermo restando che la coltura del grano e la macina erano e sono attività più o meno diffuse, di certo c’è qualcosa di unico ed esclusivo che è poi emblema, simbolo della realtà di San Filipppo. E’ questo ad esempio il caso della farina di Immanu, così come del Topinambur, fino ad arrivare al firringhiddu. Quindi riuscendo a far rete si potrebbe per esempio intercettare il flusso turistico già presente nella città di Messina, per portarlo a visitare ed assaporare questa parte di Sicilia, che sono certo, lascerà traccia nella loro memoria».

 

 

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