Oltre lo Stretto: viaggio in Montenegro, terra di pernottamenti improvvisati

Terzo appuntamento con la rubrica a cura di Federico Alagna, che ci conduce alla scoperta del Monastero di Ostrog, luogo di culto della chiesa ortodossa, di quella cattolica e dell’Islam. Fra "accampamenti" forzati, campeggi-non campeggi affacciati su un fiordo e la cosa più di difficile in un viaggio: imparare a tornare

 

Un monastero che emerge dalla montagna, in parte posto contro le pareti di roccia verticale, in parte scavato al suo interno, nel cuore selvaggio del Montenegro, è un qualcosa che richiama l’attenzione, al di là degli aspetti religiosi in senso stretto. Ed è per questo che, in una giornata dei primi di agosto di tre anni fa, appena sbarcati a Bar dopo una movimentata traversata notturna dell’Adriatico, Simone, Tommaso ed io – il classico trio che componeva l’equipaggio di quella vacanza montenegrina on the road e che avete già ritrovato qui e, in formato ridotto, pure qui – decidemmo di iniziare il nostro giro da lì. 

Il monastero in questione è quello di Ostrog, conosciuto, oltre che per la sua peculiare collocazione, per l’essere luogo di culto non solo della chiesa ortodossa ma anche di quella cattolica e dell’Islam, oltre che per alcuni episodi legati alla seconda guerra mondiale. In un certo senso, una tappa obbligata. Ma invece di raccontarvi quanto sia importante, bello e particolare questo monastero, vorrei provare a condividere con voi l’esperienza di passarci una notte, lì dentro, mimetizzati tra pellegrini provenienti da ogni dove.

 

 

La serie di eventi che ci portò a pernottare in questo posto incredibile è, in realtà, piuttosto banale: il risultato naturale di viaggiatori che non amano pianificare in anticipo, di un arrivo un po’ tardivo al monastero, e di un flusso inarrestabile e (per noi) inaspettato di pellegrini. E così, quando il sole tramonta e pensiamo di andare a cercare un posto per dormire, chiedendo un po’ di informazioni in giro, la risposta corale è: impossibile, le strade sono piene di gente, qua vicino non ci sono ostelli né campeggi né spiazzi dove poter piantare una tenda, è tutto occupato dai pellegrini. Però potete dormire qui, ci sono le camerate, se non vi formalizzate troppo e vi va di stringervi un po’. 

 

 

E così decidiamo – come se avessimo qualche possibilità di scelta, poi – di fermarci qui, stipati in una camerata da sessanta posti in scomodissimi letti a castello (di cui è rimasta pure una documentazione fotografica “rubata” e che, come vedrete, non mi ha lasciato molto contento). Cena condivisa e arrangiata, con le provviste che avevamo con noi, su un muretto sospeso sul nulla. Bagni in mezzo alla campagna, giù scendendo per la strada che riporta a valle, dove alcuni secchi danno una mano all’acqua corrente in difficoltà. E un mare di pellegrini, accampati alla meno peggio in ogni centimetro quadrato del monastero e del suo sagrato, su cuscini e tappeti consunti, usati chissà quante volte prima di quella notte da chissà quante persone provenienti da chissà quanti luoghi diversi. Una distesa incredibile. Ricordo, osservando la notte che calava sulla vallata, la sensazione di invidia provata verso chi si apprestava a dormire all’aperto. Quasi mi dispiaceva che avessimo trovato, ancora non ho capito come, tre posti in quella camerata.

 

 

I cambi di programma e le improvvisazioni legate a processioni e pellegrinaggi, lo devo ammettere, sono un tema ricorrente dei miei viaggi. Come quella volta che rimasi bloccato nel buio più totale di una carretera sulla cresta delle Ande ecuadoriane, a metà strada tra Quito e la cittadina di Otavalo. Un pellegrinaggio infinito che tagliava in due le province del Pichincha e dell’Imbabura, costringendo a percorsi alternativi su strade impervie non solcate da pullman. Così finii a fare autostop con un altro ragazzo, in mezzo al nulla, guadagnandoci pure un invito a cena e dei contatti con gente accogliente, con cui ancora mi sento, a distanza di anni. Insomma, in maniera quasi ironica per chi mi conosce, l’elemento religioso alla fine riesce a regalarmi esperienze molto interessanti nel mio continuo girovagare. 

Tornando tra le montagne montenegrine, la notte quasi insonne tra le mura del monastero di Ostrog lasciò il posto ad un’alba scandita dal ritmo orientale di una preghiera mistica che risuonava per la vallata, ad una messa che, incuriositi, abbiamo voluto osservare a lungo e ad una visita al monastero che, dopo le esperienze della sera prima e della notte, ci sembrava quasi banale, nel suo essere inanimato, statico. 

Tempo di andare.

Scendendo giù verso il mare, dopo un rapido caffè nella spettrale Podgorica, seguiamo, incauti, i consigli di gente del posto che ci consiglia di andare a Budva. Che si rivela una specie di Las Vegas sull’Adriatico, cosa che avremmo potuto facilmente sapere se solo ci avesse sfiorato l’idea di cercare qualche informazione su una guida. Fuga immediata. Fortuna che nel frattempo avevamo deciso di fare base in uno dei tanti, bei villaggi vicini, trovando una sistemazione attraverso una contrattazione iniziata in mezzo alla strada, dove si potevano ottenere informazioni e soluzioni di gran lunga migliori rispetto a quelle dei desolati servizi turistici. Finendo a dormire, con dinamiche alquanto oscure, in una casa privata, spacciata in qualche modo per un ostello/pensione, come avremmo fatto anche a Spalato, appena qualche giorno dopo, con peripezie e incognite ancora maggiori. Di tutto questo ricordo anche il piacere di quella contrattazione piuttosto accanita, condotta in tedesco, dato che era l’unica lingua che il proprietario di casa, o presunto tale, sosteneva di parlare, a parte il serbo. In realtà non lo parlava quasi per niente, e di fatto nemmeno io, che ricordavo giusto poche cose studiate a scuola e messe in pratica nei miei mesi di soggiorno sassone. Ma noi eravamo convinti di parlarlo, e quindi abbiamo fatto finta di niente e direi che ci è andata bene così, dato che non si sa come siamo anche riusciti a capirci. 

Dopo il monastero e la pensione che era una casa, l’idea, risalendo verso nord, era quella di sistemarci nei giorni seguenti in un grande campeggio, consigliato un po’ da tutti, alle Bocche di Cattaro, esplorando quella che ci era stata descritta, a ragione, come una delle zone più belle del Montenegro. Probabilmente il lettore non si stupirà, a questo punto, nello scoprire che a quel campeggio non ci siamo mai arrivati. O meglio, ci siamo arrivati, ma non immaginavamo che ci fosse da tempo il tutto esaurito (il Montenegro in agosto, bellezza!). “Potete provare un po’ più avanti, dopo quella curva, però. Lì c’è un campeggio piccolo, familiare, che non è esattamente un campeggio. Ma insomma, credo che lì vi faranno piantare la tenda.” 

 

 

E così, dopo la camerata del monastero, la pensione che è una casa privata, arriva la volta del campeggio che campeggio non è. Ma un luogo meraviglioso, questo sì. Intendiamoci: uno spiazzo d’erba, dove le docce altro non erano che un tubo dal quale usciva solo acqua fredda e la reception aveva le sembianze di un signore, del quale non riesco a ricordare il nome, che credo di non aver mai visto in altra posizione se non seduto su una piccola sedia da spiaggia, in mezzo al campeggio-non-campeggio. E che a qualsiasi tua domanda o richiesta rispondeva, in modo metodicamente alternato, nono problema. Sì, un luogo meraviglioso, con accesso diretto alle limpide acque del fiordo (guardate le foto qui sotto e pensate di vedere tutto questo, ogni mattina, mettendo la testa fuori dalla tenda); un’atmosfera estremamente rilassante e il tutto per un prezzo irrisorio. Punto di partenza ideale per l’esplorazione delle Bocche. Dalla bellezza un po’ troppo da bomboniera di Cattaro, a quel fascino più decadente di Perast e degli altri paesini nei dintorni, costellati da vari ristorantini di pesce, dove ho mangiato il polpo alla brace più buono della mia vita.  

 

 

Sarei rimasto non so per quanto ancora a passare le mie giornate, con Simone e Tommaso, tra il campeggio e il mare, un po’ di musica e quel cibo eccezionale. E quella rakija, l’acquavite di frutta che è orgoglio di tutti i paesi balcanici, artigianale, comprata da un fruttivendolo lungo la strada. Ma la Croazia ci aspettava e la strada si apriva davanti a noi. Un breve passaggio per la Dalmazia, prima di rientrare nell’assonnata Italia agostana. Costringendoci a fare i conti, ancora una volta, con quel che forse di più difficile c’è nell’imparare a viaggiare: imparare a tornare.

 

 

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