La rabbia delle donne contro De Luca: lo sfogo di Sefora Adamovic e Federica Merenda

Dopo le seconda risposta del sindaco, non si placa la polemica sui "blitz anti-prostituzione", con tante prese di posizione nei confronti della "spettacolarizzazione" sui social. Ecco due interventi

 

MESSINA. Non si placa la polemica sui blitz “anti-prostituzione del sindaco dopo la presa di posizione di 90 donne messinesi che ha dato il la a una serie di repliche e controrepliche. Dopo le seconda risposta di De Luca, riceviamo e pubblichiamo due contributi a firma di Sefora Adamovic e di Federica Merenda. 

La lettera di Sefora Adamovic:
Gentile sindaco De Luca,
Sono Sefora Adamovic, una delle sue concittadine firmatarie della lettera che l’ha tanto sorpresa stamane, animando una pronta e sbigottita replica che abbiamo letto, forse ancora prima delle nostre stesse firme, sui giornali. Rispondo a Lei, dunque, a titolo personale e in quanto sindaco, nonostante abbia serie difficoltà ad associare le parole accorate profuse in condanna della prostituzione e a difesa delle donne vittime della tratta, con il teatrino social, correlato di foto e pruriginose didascalie, che solo qualche mese fa la vedeva impegnato a disquisire di pompini, inscenando un inesistente equivoco sul presunto nome dialettale dei biscotti, che le erano stati offerti durante la sua visita alla località di San Fratello. Già allora, rimasi disgustata dall’offesa pubblica che una figura istituzionale come Lei elargiva senza pudore, mimando un fraintendimento burlesco, alla base del quale c’era proprio quella visione maschilista della donna, che abbiamo denunciato nella nostra lettera -in più di 90 cittadine messinesi- in queste ore.
In quella occasione, l’idea di fondo che reggeva la costruzione goliardica dell’inverosimile fraintendimento, verteva sull’equiparazione del sesso orale ai biscotti e di rimando, delle donne che lo praticavano a un servizio da offrire come gesto di accoglienza verso un ospite. La violenza pungente di quell’imperdonabile sotteso, oltre alla volgarità manifesta della sua esternazione mediatica, ci aveva già offeso nella nostra dignità di persone, di cittadine, elettrici, soggetti politici. Il suo scherzo si basava su una piramide di fango costruita da schemi patriarcali, luoghi comuni, pregiudizi, un’introiettata disparità di trattamento tra i generi, la visione insopportabilmente retrograda e misogina per cui siano solo le donne a “fare certe cose” e che siano sempre loro, private di potere decisionale su sé stesse e sui propri corpi, a poter essere “offerte”, come un piatto tipico da fare assaggiare al potente fallo-munito in visita. Di nuovo, le donne-oggetto, di nuovo la pratica sessuale marchiata a fuoco dalla condanna morale sui loro corpi, di nuovo la donna “merce di scambio”, talmente deprezzata da essere ridotta a suppellettile erotico in bella mostra.
Ma il vizio dell’istrione non le è passato. Oggi come allora, ribadisce la sua appartenenza a quella stessa cultura patriarcale, che crede ancora di avere potere sulle nostre coscienze, i corpi, la sessualità, l’immagine pubblica.
Non faccia finta di non capire: la nostra lettera non era in alcun modo un’apologia della prostituzione né alcuna di noi ha mai confuso la costrizione sociale, economica, psicologica e fisica che sta alla base dello sfruttamento criminale del fenomeno, con l’esercizio libero e consenziente della propria sessualità. Anzi, molto più di Lei, all’interno dell’ampia rosa delle nostre professionalità a ancor più trasversalmente, nella vita di tutti i giorni, forse anche soltanto per il fatto di essere donne noi stesse, abbiamo saggiato la crudezza della violenza, non di rado istituzionalizzata, che viene compiuta sulle più deboli, più disagiate, più sole. Spesso, troppo spesso, si tratta di donne straniere (come lo sono stata io), come quelle che abbiamo incontrato durante gli sbarchi al porto, donne stremate che scendevano dai cargo e dalle navi militari con in grembo bambini, figli di stupri perpetrati nei lager libici, che il governo da Lei sostenuto, ha sempre negato, difeso, finanziato. Altre volte, la violenza sulle donne si faceva più opaca, sembrava integrata, serpeggiante negli ambienti più altolocati e borghesi della città, dove una pelliccia appariscente può a volte coprire lividi e minacce. Sarò presuntuosa, ma non credo che Lei abbia mai accompagnato un’adolescente tremante al consultorio o si sia preso in carico una ragazza madre vittima della tratta, perché altrimenti, al di là del suo ruolo di sindaco, avrebbe mostrato più rispetto e umanità. Postare su Facebook le foto di quanto le forze dell’ordine hanno rinvenuto durante le loro operazioni, è esattamente quello che un sindaco non dovrebbe mai fare, un atto di gratuito voyeurismo, che non rientra nelle sue competenze e anzi, rende testimonianza della sua totale inadeguatezza, oltre ad essere “vagamente” inopportuno dal punto di vista tecnico delle indagini.
Si dice meravigliato della nostra lettera, ci accusa di non voler vedere gli oggetti sequestrati durante le retate, alludendo a una presunta incapacità a scontrarci con la drammaticità del problema ed ignorando invece, volutamente, la gravità dei suoi atti di pubblicizzazione via social. Sì, Lei è legato, come abbiamo scritto, a quella stessa cultura maschilista cui appartiene lo sfruttamento della prostituzione e la connessione è palese proprio nelle parole che vorrebbero smentirla. Se gli sfruttatori, i violenti, gli stupratori, i ricattatori hanno reso oggetto del loro crimine vite e corpi di donne, Lei, sciorinando su Facebook quelli che sarebbero gli strumenti del loro delitto, ha reiterato quella depauperazione di diritti e dignità a ulteriore danno delle vittime. Se l’angoscia per non avere i documenti in regola, l’indigenza, le botte o la minaccia hanno privato alcune persone della possibilità di scelta, calpestandone libertà e diritti, Lei, mostrando gli oggetti della loro costrizione, così intimamente ricollegati al personalissimo perimetro del loro privato, ha inferto il corpo estremo. È Lei che ha continuato a trattarle da cose, materia organica inanimata da esporre al ludibrio, alla curiosità morbosa degli utenti, alla compulsione dei “mi piace” e alla goliardia da bar dei commenti.
C’è un’evidente incontrovertibile differenza tra denuncia e spettacolarizzazione, tra esercizio onesto e coscienzioso delle proprie funzioni pubbliche e l’ingiustificata stigmatizzazione morale insita in parole, foto, accenti, metodi comunicativi adoperati, nonché l’intento soverchiante che la diffusione di quelle immagini e quei contenuti sembrano ribadire. Lei, in nome della sua carica istituzionale, si prende un compito che non le spetta e lo porta avanti calpestando il privato delle vittime, il cui dramma dice di difendere per mezzo della legge. In altri contesti, il suo sarebbe un gesto subito archiviabile come banale, patetico show elettorale, se non fosse che dietro biancheria intima e preservativi sbandierati ci sono persone, esistenze intere, storie, sensibilità, sentimenti, ragioni, densa umanità, che seppur messa alla gogna con infimi metodi, rimane intangibile. Le concedo che ha provato a dividerci con il suo riferimento alla legge Merlin, ben sapendo che nel grande movimento femminista ci sono tante anime diverse, per cui anche tra le firmatarie vi sono sostenitrici della regolamentazione della prostituzione e altre, come la sottoscritta, che sostengono invece posizioni radicali ed abolizioniste. Le comunico che non c’é riuscito e sa perché? Perché anche se abbiamo idee, studi ed esperienze diverse alle spalle, che ci conducono a visioni persino opposte sui possibili modelli giuridici e sociali con cui si potrebbe provare ad affrontare il fenomeno della prostituzione, ciò che ci unisce tutte è quel che nella sua replica manca: il rispetto per la persona, ritenere non negoziabili i diritti acquisiti e necessaria la rivendicazione di altri ancora invisibili, la solidarietà.
E un po’ di compassione, magari quella che dava il titolo a un’opera di Rosa Luxembourg. Gliela consiglio.
Di seguito invece il contributo di Federica Merenda:
De Luca è il sindaco dei blitz. Nel suo mirino è finita la movida notturna di una città in cui l’amministrazione comunale oltre a compiere sensazionalistiche retate sembra poco concentrata a mettersi a lavorare su politiche più strutturate di programmazione culturale che possano fornire un’alternativa allo “sballo” delle discoteche. E, particolarmente negli ultimi mesi, la prostituzione.

Siamo d’accordo col sindaco De Luca: “lo sfruttamento della prostituzione rappresenta una delle forme di sopraffazione più becera e violenta che esista” e delle serie indagini sulle reti di criminalità organizzata che stanno dietro a dinamiche di sfruttamento, tanto più di soggettività particolarmente vulnerabili come le giovani donne straniere a cui il sindaco fa riferimento nel suo post del 12 novembre, speriamo vengano portate avanti con determinazione dalle autorità competenti.

Cosa hanno dunque da lamentarsi le messinesi che hanno firmato la lettera in cui si accusa il sindaco di avere esercitato, tramite i post contenenti le foto dei blitz, violenza simbolica? In cosa si manifesterebbe la “visione patriarcale, misogina, violenta della donna, delle trans e della sessualità” che le firmatarie attribuiscono a De Luca?

Il problema principale è che, nonostante nella sua risposta alla lettera il sindaco abbia dichiarato il contrario, tutto nei suoi post porterebbe a pensare che a essere sotto accusa non siano gli sfruttatori, lo “uomo (spesso in casa con loro [le giovani donne che si prostituiscono n.d.r.] al momento della nostra irruzione) che le controlla e decide dove devono lavorare spesso avendole irretite con qualche falsa promessa”.

Sotto accusa sembrerebbero essere le stesse donne che, essendo il reato contestato lo sfruttamento della prostituzione (e non la prostituzione in sé, che non è un reato), di questo sfruttamento sarebbero invece le vittime. 

Perché sembra che sotto accusa siano le donne che si prostituiscono? Perché sia le parole che le immagini sono importanti. E le foto condivise dal sindaco, degli sfruttatori suggeriscono poco. Il denaro provento dell’attività di sfruttamento viene accostato ad oggetti quali (pericolosissime) parrucche, reggiseni, “fazzolettini intrisi di sangue”, preservativi. 

Il sindaco avrebbe quindi fotografato e pubblicato sul suo profilo facebook foto della biancheria intima di donne per sua ammissione vittime di sfruttamento e del sangue che presenta come il risultato di una violenza. 

Forse non servono veramente elaborati “ragionamenti a sostegno di tale accusa” come quelli che chiede il sindaco per intuire l’ulteriore violenza subita dalle donne che hanno visto le foto dei propri reggiseni sulla bacheca di De Luca. 

Nel caso servissero, passiamo alle parole: nel post del blitz del 5 novembre, ad esempio, De Luca scrive “le attività hanno riguardato i controlli anti prostituzione, scoprendo una casa di appuntamenti sul viale Regina Elena dove due donne sono state identificate per esercizio della prostituzione”, precisando poi che sono stati identificati anche il proprietario dell’immobile e un cliente. 

A leggere di due donne identificate per esercizio della prostituzione non sorprende che le firmatarie della lettera, e probabilmente tanti altri lettori e lettrici dei post del sindaco,  abbiano pensato che siano le donne “identificate” – come se fossero loro le criminali – ad essere un problema per il sindaco e che il blitz non sia un controllo di legalità anti-sfruttamento della prostituzione ma un blitz “moralizzatore” contro la prostituzione in sé, come tra l’altro De Luca stesso sembra suggerire utilizzando l’espressione “blitz anti-prostituzione”.

Cos’altro non va? Le foto dei preservativi, che a differenza di quanto scrive il sindaco, a noi sembrano molto diverse dalle fotografie dei superalcolici serviti ai minorenni oggetto delle foto dei blitz anti-movida, con cui a questo punto – se non sono l’attività sessuale di per sé insieme al consumo di alcolici ad essere sotto accusa – ci sfugge il collegamento, essendo il servire alcolici ai minori una fattispecie ben diversa dallo sfruttamento.

Se un bicchiere di quattrobianchi è infatti di per sé un oggetto nocivo per la salute, specialmente dei giovani e delle giovani che vorremmo ne fossero più consapevoli, allo stesso tempo sarebbe forse auspicabile che i ragazzi e ragazze della nostra città fossero più consapevoli del fatto che il preservativo non è decisamente un oggetto nocivo né un oggetto proibito, tutto il contrario! Menomale che alle giovani donne vittime di sfruttamento della prostituzione è stato almeno concesso di usare i preservativi semmai, proteggendosi da malattie veneree e gravidanze indesiderate. 

Sappiamo bene che il sindaco ha dichiarato di non avere mai “assunto il ruolo di moralizzatore altrui”, sebbene continui ad individuare nel “divertimento” e nella “movida” il nemico da contrastare nei suoi blitz. 

Potrebbe forse allora evitare termini cosi generici se non vuole si sospetti che dietro a questi blitz – già di per sé uno strumento politico decisamente eccentrico per un sindaco, che ci ricorda indebiti tentativi di identificazione con le forze dell’ordine di altri personaggi politici contemporanei, che sembrano altrettanto confusi sul ruolo che ricoprono – ci sia un giudizio morale su alcool, discoteche e sesso in sé, che andrebbe decisamente oltre le prerogative del suo incarico istituzionale. 

Certo che il fatto che De Luca inizi la sua risposta alla lettera di chi lo critica citando un detto popolare che rappresenta la cristallizzazione del tentativo per eccellenza di “victim-blaming” non giova al suo volere respingere le accuse di misoginia. 

Il victim-blaming è la criminalizzazione della vittima di violenza, che dai detti popolari è facilmente passata al linguaggio mediatico ad esempio di tante trasmissioni televisive, che nel raccontare casi di violenze sessuali si soffermano in maniera talvolta morbosa sull’analisi minuziosa del comportamento della vittima o del suo modo di vestire, distraendo del tutto l’attenzione dai criminali e dalle pratiche oggetto di violenza. Verrebbe da dire in questo caso, sui reggiseni o le parrucche delle prostitute piuttosto che sulle informazioni che si hanno degli sfruttatori.

 “Mamma Cicciu mi tocca. Ciccui toccami che mamma non c’è” sembra un grottesco – e francamente anche triste per ciò che dimostra dello stato del dibattito pubblico e del discorso politico contemporaneo –  tentativo di delegittimare a priori le autrici di una critica rispetto a cui, evidentemente, il sindaco sa di non potersi efficacemente difendere sul merito. 

 

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