Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Ritiro

Quarta puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, nel quartiere in cui venivano nascosti al mondo i malati di mente, ma anche poveri, disadattati, dissidenti, sopravvissuti (loro malgrado) al 1908: chiunque fosse fuori dagli schemi

 

MESSINA. Quarta puntata (le prime tre qui, qui e qui) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

Ritiro, “o RITIRU”,  Area urbana a monte e a valle dell’incrocio tra il Torrente Giostra con il Torrente S. Michele, oggi Torrente Badiazza)

Dove l’affluente Badiazza si versa nel corso del torrente Giostra e si forma come una Y di terra lambita dai dalle acque dei due, si trova la località Ritiro. In origine luogo di lussureggianti pineteNel punto in cui i due fiumi diventano uno e compiono insieme la loro discesa verso il mare, si trovava una di queste pinete, la più ampia e meno acclive, ma al tempo stesso la più difficile da raggiungere, poiché per arrivarci bisognava guadare il fiume.

Fu qui che lo psichiatra Lorenzo Mandalari, nel 1897, realizzò, la “Villa di Salute”: un manicomio privato maschile e femminile. Luogo molto ritirato. Si accedeva dalla via Palermo, entrando in un grande parco, attraversato il quale si giungeva in riva al fiume dove c’era una zona di orti chiamata “colonia agraria”, da questa si giungeva ai padiglioni e alle cliniche del manicomio attraverso un piccolo ponticello, unica via da e per l’esterno.

Così i pazienti venivano strategicamente sottratti da qualsiasi contatto con il mondo: ritirati. Così questo luogo nell’immaginario collettivo divenne il Ritiro: quel posto dove si ritiravano i malati di mente.

Oggi, retrospettivamente possiamo dire che fu un luogo di sofferenza dove si praticavano i protocolli lombrosiani. Dove vennero internati migliaia di disadattati, di povera gente, di persone fuori dagli schemi, di semplici malati che venivano annientati nella volontà. Luogo dove vennero reclusi centinaia di dissidenti politici e molti anarchici, tra i quali Antonino PuglisiIl Libertario dei Nebrodi”, uno del famoso gruppo degli anarchici di Librizzi (Leo Giancola, Francesco Martino, ed altri) che vi morì dopo essere stato sottoposto all’ennesima terapia elettroconvulsiva, la pratica medica inventata da Ugo Cerletti, l’ettroshock.

Lorenzo Mandalari fu un’esponente di spicco della psichiatria italiana dell’epoca, calabrese, di Melito Porto Salvo, classe 1855, finito a Messina per motivi sentimentali, fu allievo del antropologo e frenologo positivista Ezechia Lombroso conosciuto come Cesare. Mandalari scrisse il manuale di psichiatria “Degenerazioni nella pazzia e nella criminalità: classificazione di una miscellanea criminale”. Morì vittima del terremoto del 1908. Il suo manicomio nel 1928 diventerà Ospedale Psichiatrico Lorenzo Mandalari.

Dopo il 1908, l’area viene indicata dal Piano Borzì come area di riserva dove allontanare, ritirare, appartare,  i nuovi impresentabili, i sinistrati: quei messinesi caduti in disgrazia a causa del tragedia del 28 dicembre a cui lo Stato non aveva voluto dare alcun genere di aiuto, anzi aveva praticato loro uno dei primi esempi di shock economy, per restare in tema.

Nel 1937 in quell’area dove si forma la forcella della Y di cui sopra, circondata da due fiumi con alle spalle un alto promontorio, in condizioni di perfetto isolamento, venne realizzato l’ultimo dei quartieri ultra popolari con 117 casette. Una sorta di isolotto affollato collegata con la terra ferma solo da un ponticello, come il manicomio.

Un gruppo affollato di casette, senza servizi pubblici, che occupavano densamente tutta l’area. Unità abitative del tutto insufficienti alle impellenti necessità degli abitanti insediati, che aspettavano da quasi vent’anni che gli venisse riconosciuto il diritto alla casa, e del tutto incompatibili con l’attività umana.  Molte di queste erano cellule abitative costituite da un solo vano “pluriuso” di 25,00 mq, con un cesso di un metro quadrato e un angolo cottura di m. 1,50 x 1,50. In queste condizioni si è scatenato ogni tipo di promiscuità igienica, civile e morale.

L’area oggi vige in un degrado allarmante ed è in attesa di “Risanamento” dal 1990. la copertura del torrente Giostra da tempo l’ha messa in diretto contatto con la città facendo emergere tutta la sua tragica evoluzione. Ora sta lì in bella mostra, proprio all’uscita del nuovo svincolo autostradale, come un biglietto da visita.

Il toponimo Ritiro è un crudele eufemismo. Non è stato un posto appartato ma un posto di reclusione, di Apartheid.

Contributo di Carmelo Celona.

 

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Non è esatto dire che Ritiro si chiama così perché vi erano i “ritirati” ovvero i malati di mente, infatti, come da altre note fonti, il quartiere si chiamava così ben prima che Mandalari creasse la struttura per malati di mente. Ritiro in realtà prende il nome dal fatto che i monaci usavano il convento di Santa Maria di Gesù superiore come luogo di ritiro spirituale

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