Il Pride, Aleksandr Dugin, e il provincialismo di una città che ha paura delle idee

Il Comune di Messina prima promette il patrocinio alla manifestazione arcobaleno, poi lo nega, quindi dà l'ok. L'Università prima concede e poi ritira l’ospitalità al filosofo russo: Le titubanze, i dietrofront e i diversi esiti dei due eventi di rilevante impatto simbolico hanno dominato le cronache locali

 

L’uomo è un animale produttore e consumatore di simboli. Su tale assunto credo che ognuno possa consentire. I simboli servono a dare consistenza a tutto ciò che gli uomini pensano e progettano, offrono un orizzonte a tutto quello in cui essi sperano, alle loro rappresentazioni del mondo in cui vivono e di quei tanti altri mondi virtuali che accade loro di creare per conferire senso alla propria esistenza.

Sotto tale profilo, due eventi di rilevante impatto simbolico hanno dominato le cronache locali, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, nella nostra città. Parlo del Pride (o Gay Pride) tenutosi in riva allo Stretto sabato 8 giugno, e della presenza che avrebbe dovuto registrarsi a Messina, pochi giorni dopo, di Aleksandr Dugin, filosofo russo consigliere di Vladimir Putin e teorico ultra-tradizionalista.

Del Pride si è detto, nei social, pressoché tutto. Comunque la si pensi, era dall’epopea di Renato Accorinti che non si viveva una tale esplosione dell’Es in questa città. Un buon esempio di civile vita democratica, al netto delle pagliacciate (poche) e degli sconfinamenti in ambiti non pertinenti (ma a chi non capita, ogni tanto, di pisciare fuori dal rinale?).

La presenza di Dugin a Messina, una della decina di tappe di un tour italiano, avrebbe fatto conoscere anche ai messinesi le idee di questo filosofo, gran demolitore del capitalismo e della globalizzazione (una sorta di antiSoros) e teorizzatore di un impero euro-asiatico da contrapporre all’Occidente americanizzato. Nelle sue opere si incontrano riferimenti ad autori che la cultura filosofica odierna in genere non prende in considerazione se non inquadrandoli all’interno di una storia delle idee. Dugin ama mescolare con grande disinvoltura e non senza abilità Carlo Marx (più il giovane Marx che quello maturo, Osvald Spengler (Il tramonto dell’Occidente), Renè Guenon (La crisi del mondo moderno, Il re del mondo), Julius Evola (Imperialismo Pagano, Rivolta contro il mondo moderno) e via dicendo, senza tralasciare alcuno dei tradizionalisti e dei nemici del progresso che hanno attraversato la cultura europea negli ultimi due secoli. Gente per cui già l’Umanesimo e il Rinascimento costituirono l’inizio di una crisi irreversibile, aggravatasi poi con l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, il Socialismo etc. etc.

Il bello di questi santoni dei nostri tempi (uno nostrano oggi particolarmente in auge è Diego Fusaro, che con Hegel e Marx pare ci abbia fatto insieme la scuola, mentre poi lo scopri un po’ più terra terra, diciamo nella classe di Matteo Salvini) è che mescolano verità condivisibili (chi non nutre un certo disgusto verso gli Americani, il Capitalismo, le contraddizioni della modernità?) a enormi bufale metastoriche che vanno dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion (un documento fasullo creato a tavolino dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, al fine di propagare l’odio verso gli ebrei nella Russia di fine Ottocento) alla Guerra Occulta di Emmanuel Malinsky e Léon De Poncins (un testo antisemita e antiprogressista degli anni ’30) e testi esoterici di varia provenienza. Essi credono di scorgere un Ordine Supremo nell’universo e si danno da fare perché tale Ordine, corrotto dall’abbandono della Tradizione (i cui responsabili sarebbero rappresentati da ciò che costituisce tutto il meglio della storia occidentale, dal Cristianesimo all’Illuminismo alla democrazia), ritorni a riaffermarsi nell’intero pianeta.

Al solito, un’esistenza grama e priva di orizzonti comunitari determina il sorgere di rappresentazioni distorte e fantasmatiche della realtà. Nell’universo di Dugin tout se tient, un supremo ordine piramidale, gerarchicamente ordinato, regola la storia e i suoi percorsi. A tipi come lui faglia la consapevolezza che una chiave in grado di aprire tutte le porte è quasi sempre una chiave falsa.

Ma tralasciando tali considerazioni, che esigerebbero uno spazio più ampio, mi preme in questa sede valutare il comportamento delle Istituzioni. Il Comune di Messina promette il patrocinio al Pride dello Stretto. Poi lo nega. Poi lo conferma. Poi lo toglie. Poi lo dà. Forse a denti stretti. L’Università prima concede e poi ritira l’ospitalità al filosofo russo, che avrebbe dapprima dovuto parlare in un’aula del Rettorato. Quasi ne temesse le opinioni. Il Comune di Messina dà a costui il patrocinio ma non gli mette a disposizione il Salone delle Bandiere. Di fatto, in questa quasi simultanea presenza di eventi, ha divisato di concedere ad entrambi il proprio patrocinio, volendo in tal modo non fare torto né agli apocalittici né agli integrati (per usare termini abusati ma sempre utili). In conclusione, questa sorta di Rasputin dei nostri tempi non ha potuto far conoscere le proprie idee “pirsonalmente di pirsona”, come direbbe Catarella.

È stato un bene o un male impedirgli di parlare? Io sinceramente non riesco a deciderlo. Sono però consapevole del rischio che tali chiusure possano trasformare un cattivo profeta in un martire del pensiero.

Da cosa deriva tale incertezza burocratica? Certamente, in parte, dall’ideologia oggi dominante, la famigerata fine di tutte le ideologie, una visione che vuole inverare il detto hegeliano di vivere come se si fosse in una notte buia in cui tutte le vacche sono nere. D’altra parte, tale indifferenza per le differenze ideologiche, o meglio un’assunzione disinvolta ed epidermica delle stesse, mostra tutta la sua fragilità nel momento in cui scopriamo essere ad essa sottesa la mancanza di un télos, di un modello di civiltà da perseguire, sì che ogni proposta viene ad aggiungersi alle tante altre possibili e tutte accettabili. L’assenza di giudizio diventa vuoto conformismo che scimmiotta la pluralità delle idee per mascherarne l’assenza.

Titubanze. Paure. Contraddizioni. Forse anche, nell’attuale congiuntura liquida delle società, una radicale confusione delle lingue.

O fors’anche un tantinello di provincialismo.

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pur “miscannu sauri e opi” la lettura è gradevole