MESSINA. Cosa ci fa uno psicologo messinese a Sidney? Guida i giovani italiani che sbarcano in Australia e che si scontrano contro le norme restringenti del continente. Si tratta del 39enne Marco Zangari, dottore in Psicologia clinica laureato alla Sapienza di Roma nel 2007, anno in cui si recò per la prima volta nel Paese oltreoceano sfruttando il visto di vacanza lavoro (working holiday), “quello con cui arriva qui la maggior parte dei ragazzi e che permette di rimanere un anno in Australia”, racconta Marco.

Non avevo sicuramente messo in conto di emigrare così lontano o così presto, scelta bella da una parte ma amara dall’altra. Ho creduto anch’io al pezzo di carta che ci avrebbe aperto tutte le porte: ecco, forse tornando indietro cercherei di essere un po’ meno ingenuo“, afferma durante un’intervista al giornale “La Sicilia”.

Consiglio di restare giovani il più tempo possibile, perché purtroppo ciò non accade, specialmente nel mondo attuale”, continua rivolgendosi ai ragazzi. Lavapiatti, raccoglitore di frutta, cameriere, venditore porta a porta e magazziniere, questi i vari lavori che ha svolto finché non è  riuscito ad ottenere un visto come residente e poi ad acquisire la cittadinanza. “Sono uno dei pochi fortunati a esserci riuscito, perché la mia partner di allora era australiana”.

Nonostante il traguardo, Marco ha poi deciso di tornare in Sicilia per poter sfruttare la sua laurea, fino a quel momento inutile, prestando servizio all’Opg (ospedale psichiatrico giudiziario) di Barcellona Pozzo di Gotto dove “ho fatto tante esperienze, purtroppo spesso gratis”, continua, spiegando che per questo motivo, e per non essere riuscito a trovare di meglio, nel 2011 ha deciso di ritornare a Sidney, cominciando a lavorare per una no profit che aiuta i ragazzi italiani dando loro informazioni per il lavoro e il visto e svolgendo, contemporaneamente, attività culturali e sociali, mansioni sostituite dopo 8 anni da quelle di psicologo, “finalmente”, enfatizza Marco con soddisfazione.

«Sono sempre stato un po’ fissato con l’Australia – spiega lo psicologo messinese – Sin da piccolo dicevo che era un posto dove un giorno sarei andato e nel momento in cui mi sono laureato ho voluto provare, doveva essere solo per un breve periodo ma alla fine sono rimasto. Me ne sono innamorato subito, è stato come rinascere una seconda volta».

Ma qual’è la difficoltà per gli italiani che migrano oltreoceano? “Purtroppo c’è il problema del riconoscimento dei titoli nostrani. Il sistema non è lo stesso quindi chi viene qui deve sottoporsi ad un iter molto lungo e costoso. Molto spesso, quindi, si rinuncia. La maggior parte dei ragazzi che vengono qui finiscono col fare un lavoro temporaneo e accontentarsi di quello che c’è per poi alla fine tornare in Italia“.

“In questi anni – sottolinea Marco – ho lavorato con migliaia di ragazzi: quando ho cominciato si parlava di 60mila italiani (tra cui tantissimi siciliani) che arrivavano ogni anno in Australia. E continua così, anche se i numeri sono leggermente diminuiti. La maggior parte di loro, però – continua – non riesce per motivi di visto a restare per un periodo prolungato. Il governo australiano da una parte cerca lavoratori altamente specializzati ma dall’altra sta stringendo le maglie, come succede ovunque».

“E’ un sistema molto meritocratico che funziona: c’è un mercato del lavoro molto vivo, i ragazzi iniziano a lavorare molto giovani. Per 8 anni ho curato una rubrica settimanale chiamata ‘Spazio giovani’ in una radio italiana in Australia, che andava anche su Youtube, dove cercavamo di dare informazioni realiste a chi voleva venire, perché è vero che c’è il miraggio, ma dopo il miraggio c’è la realtà, e la realtà è molto dura”, spiega Marco, sottolineando la scarsa informazione di chi spesso affronta il viaggio.

“Quindi è vero che l’Australia è un Paese bellissimo, che offre opportunità, ma bisogna sudarsele e purtroppo a volte non ci si arriva. Bisogna venire qua con un piano A, ma anche con un piano B e C, perché molto spesso i primi due non funzionano. Pianificare cosa si vuole fare, sapere quale professione è ricercata in Australia, qual è il proprio campo ed essere flessibili e pronti a cambiare settore una volta qui, fa veramente la differenza“, continua, illustrando che le tra le professioni più richieste oggi c’è l’ingegneria, l’informatica e il campo medico.

Il problema per Marco di stare in Australia? “La distanza è incolmabile“, afferma, parlando anche del suo libro intitolato “Latinoaustraliana”, uscito nel 2015, in cui racconta la sua esperienza nel bene e nel male, sottolineando anche che “la Sicilia e l’Australia hanno molte più cose in comune di quelle che pensiamo“, addirittura dichiara che “forse, da siciliano mi sono adattato più facilmente rispetto ad un milanese o ad un veneto. Non è solo una questione di clima, molto simile al nostro, ma anche di stile di vita che qui è molto rilassato e tranquillo, come in Sicilia. E poi Sidney è costruita tutta attorno all’acqua: è probabilmente la cosa che mi ha tenuto qui per tanti anni perché mi ricorda la Sicilia“.

Quali sono allora le differenze? Il sistema, “Non soltanto perché meritocratico, ma perché permette di imparare, crescere e andare avanti. In Italia, invece, c’è la mentalità del posto fisso“.

“Noi siciliani siamo poetici e disfattisti nello stesso tempo, viviamo in un posto invaso dalla bellezza che ci portiamo dietro: posso testimoniare che la Sicilia qui ce la invidiano. Ma purtroppo in noi siciliani c’è anche il lato disfattista, ci siamo lasciati andare e si è creata una situazione tale per cui molti se ne sono dovuti andare e non riescono più a tornare”, spiega, illustrando i pregi e i difetti dei meridionali. Ma nonostante questo, a Marco la Sicilia manca: “Con la mia ragazza – anche lei messinese ma conosciuta lì (ndr) – che lavora nell’amministrazione di un college a Sidney, abbiamo creato una piccola ‘Little Siciliy’ a casa, perché la nostra terra ci resta sempre nel cuore. Noi torniamo ogni anno per visitare le famiglie e quando ripartiamo lo facciamo sempre con una grande tristezza”.

“Ciò che mi manca di più è sicuramente affacciarmi alla finestra e vedere lo Stretto, il cibo, ma soprattutto, molto banalmente, gli affetti e anche un modo che abbiamo noi siciliani di comunicare anche quando non stiamo comunicando. Siamo uniti nella ventura e nella sventura“, continua, elencando, però, anche i difetti della terra natia: “Il non essere meritocratici e quel sistema chiuso e obsoleto che sta sciupando quel bellissimo posto che ha tutto ma non viene utilizzato: e questo fa arrabbiare molto noi e non solo noi. Un giorno mi piacerebbe scrivere della Sicilia dal mio punto di vista, da innamorato disilluso che cerca di capire in quale punto questa storia sia andata male”.

“La casa – però – continua ad essere sempre in Sicilia, per noi è un faro. La distanza è sempre difficile da gestire, soprattutto quando gli anni passano e vedi che ti perdi tanti eventi importanti”, ammette, un vuoto che colma aiutando i propri connazionali: “Sapere che comunque qui sono riuscito ad essere un piccolo punto di riferimento per i ragazzi che arrivavano, e questo mi ha fatto sentire molto più vicino al mio Paese, alla mia città, facendomi sentire utile”.

“In Australia chi ha un nome italiano lo rivendica e ne è molto orgoglioso – continua Marco – perché qui gli italiani hanno fatto e continuano a fare moltissimo ed essere italiani è un valore aggiunto. E d’altra parte anche gli australiani stessi vedono di buon occhio gli italiani e amano molto il made in Italy“. Per questo motivo, “cerchiamo di mantenere la lingua italiana viva. Abbiamo anche cercato di mettere insieme i due mondi degli italiani di seconda generazione e di quelli arrivati da poco in Australia, ricreando l’interesse per un Paese che molti di quelli che sono nati qua non hanno visto“.

Oltre a “Latinoaustraliana”, Marco Zangari ha scritto altri due libri: uno di poesie colorato da scatti del fotografo messinese Michelangelo Restuccia e che si intitola “Chi ha bisogno di Rivoluzione quando invece può andarsene al mare?”, presentato anche in Australia e con un titolo che “può essere anche un po’ il motto di noi siciliani, purtroppo”, spiega; e una raccolta di racconti sparsi tra Sicilia, Roma e Sidney intitolata “Battaglie e bottiglie”.

Il prossimo libro, annuncia invece, “Sarà un seguito non ufficiale di ‘Latinoaustraliana’: uno spunto sarà anche la mia esperienza di tanti anni fa all’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto che per me è stata molto formativa, ma vorrei utilizzarlo per parlare in genere della Sicilia, perché da lontano riusciamo forse a vederla forse un po’ più chiaramente: una terra di cui siamo innamorati ma che sappiamo benissimo avere limiti”.

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