Viviamo nell’era della post-verità.

L’ha scritto per primo Steve Tesich, sceneggiatore serbo premio Oscar, nel 1992, e poi l’ha confermato lo scrittore statunitense Ralph Keyes con un libro del 2004. “The Post-Truth Era: Disonesty and Deception in Contemperary Life”, mai pubblicato in italiano, sostiene che vivere nell’era della post-verità significa che mentiamo più serenamente dei nostri nonni.

Non che loro mentissero di meno. La menzogna, secondo Keyes, è connaturata al linguaggio. Persino alcune scimmie, dice, addestrate in laboratorio a comunicare con i segni, hanno cominciato sin da subito a mentire.

L’uomo contemporaneo però, secondo Keyes, ha smesso di sentirsi in colpa quando dice le bugie.

Quella in vigore oggi sarebbe infatti un’etica alternativaalt.ethics») basata su un concetto di verità talmente relativo e opinabile da poter essere ritenuto inesistente. Sicché oggi il bugiardo, quando è messo davanti alla realtà, può pensare e dichiarare in tutta buona fede di essersi tutt’al più “espresso male”, o di “essere stato frainteso”, o di avere “esagerato nel descrivere la realtà”; ma mai di aver mentito.

È questa, secondo Keyes, la post-verità: un’espressione usata come un eufemismo per definire affermazioni che non sono vere, ma che – secondo la coscienza di chi le afferma – non sarebbero nemmeno del tutto false. Affermazioni che in qualche modo vanno oltre le colonne d’Ercole del vero e del falso.

La società della post-verità, in cui l’alt.ethics è dominante, «incoraggia la la menzogna e penalizza il candore».

Ma, ammesso che oggi ci troviamo davvero nell’era della post-verità, come siamo arrivati a questo punto?

L’Accademia della Crusca, sulla questione, è chiara: la colpa è di internet. Benché fenomeni di propaganda e disinformazione siano sempre esistiti, «la rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione “oltre la verità”», in cui cioè la “verità” non ha più importanza.

 

Secondo Keyes, invece, internet c’entra solo fino a un certo punto.

Per lui i «mentori» e «i principali oracoli della post-verità», che «modellano il comportamento post-veritiero» e praticano la cosiddetta etica alternativa, sono: 1) gli psicanalisti; 2) gli avvocati; 3) i politici.

Gli alienisti avrebbero precorso la post-verità perché, sin dai tempi di Freud, non si curano se le affermazioni dei loro pazienti siano vere o false in senso oggettivo, ma considerano le fantasie altrettanto interessanti della verità, forse anche più rivelatrici della realtà interiore dei pazienti. Purtroppo, secondo l’autore di “The Post-Truth Era”, gli analisti avrebbero trasmesso questo approccio anche al grande pubblico, colonizzando i salotti televisivi e i talk show alla stregua di officianti di una sorta di «religione laica». Questa sovraesposizione di psicanalisti disinteressati a distinguere il vero dal falso avrebbe contribuito, nella visione di Keyes, all’“equiparazione” di realtà e fantasia.

Gli avvocati, invece, avrebbero contribuito alla diffusione della post-verità per via della loro fissazione per la sola verità giudiziaria che, come noto, può essere talora diversa dalla verità oggettiva.

I politici, poi, hanno le colpe maggiori.

A questo proposito Keyes, che parla della specifica realtà statunitense, individua storicamente un prima e un dopo.

Prima delle amministrazioni ReaganClintonBush, correvano i tempi in cui una bugia era una bugia. Eisenhower, invece di giustificarsi e dire di essersi “spiegato male”, ammetteva che il governo americano avesse mentito a proposito di alcuni velivoli spia U-2, inizialmente spacciati per mezzi meteorologici, e Nixon veniva travolto dalla reazione indignata del mondo per aver detto bugie sullo scandalo Watergate.

Dopo Reagan, Clinton e Bush, e i loro «decenni di bugie ufficiali sul Vietnam, sul Watergate, sull’Irangate e sull’Iraq (giusto per nominarne alcune)», secondo Keyes sarebbe sorto in USA un degrado etico tale da lasciare gli americani «moralmente insensibili».

Un degrado definibile come l’era della post-verità.

Nella creazione di questo degrado, internet non sarebbe stato decisivo, ma avrebbe fatto comunque la sua parte, innescando un circolo vizioso.

Infatti, da un lato internet ha sollevato tutti dal peso di mentire di persona, consentendogli di farlo nascosti dietro uno strumento elettronico.

Ciò ha favorito la diffusione di bufale paranoiche, un metodo nuovo e al tempo stesso antico per trovare rassicurazioni contro le proprie paure («gli esseri umani hanno sempre utilizzato i miti per combattere l’ansia»).

Le bufale paranoiche, a loro volta, hanno assunto credibilità in rete non in ragione della loro maggiore o minore verosimiglianza, ma in maniera proporzionale all’orrore che riescono a suscitare. Il volano della bufala virale, per Keyes, è spesso il disgusto.

Infine, a chiusura del cerchio, la difficoltà di distinguere immagini e notizie vere da quelle false avrebbe indotto sempre di più le persone a dubitare dell’autenticità di qualsiasi cosa, a fargli credere che l’autenticità stessa sia soltanto una chimera. Questo il germe della paranoia e del complottismo.

Internet c’entra, quindi, ma la società della post-verità – stando alle fonti che per prime hanno teorizzato il concetto – è stata forgiata da altri.

Prima fra tutti, i politici.

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