Mi ricordo come fosse ieri. Incendi, pandemie, rivolte nelle strade… insomma, te lo sei scelto per bene, il momento di arrivare in questo grande casino.

Me lo ricordo, sì, ce lo ricordiamo tutti. Non è esattamente come ce lo siamo raccontati in questi 20 anni. Poi di tempo ne è passato, di cose ne sono successe, ed è finita che non sappiamo più neanche quale sia, la verità. Ce n’era una soltanto? Non lo so davvero, ma ho cercato di conservare almeno la mia memoria di quel periodo.

Visto che bell’argomento allegro si è preparato lo zio per la tua prima birra? Lo so, porta pazienza, ma ho un’età ormai, e col tempo sembra che la memoria sia tutto quello che ti resta. Quantomeno, la birra in questi casi aiuta.

Il tuo arrivo è capitato in quello strano inverno, in quell’assurda primavera. Qui in Australia finiva l’estate, e finiva davvero col botto.

Sai già cos’è successo. Saprai i numeri, i dati, le spiegazioni, i complotti, le foto che restano, quelle che mandano ad ogni anniversario. O forse ne saprai poco, come poco ne sapevamo noi mentre succedeva. Cercavamo di spiegarcela in quel momento, di trovare un motivo. Cercavamo di farci forza, perchè ci sembrava importante farlo.

Noi in Australia siamo stati dannatamente fortunati. Per noi è arrivata tardi, e anche quando l’ha fatto, ha avuto tempi, modi ed effetti molto diversi da quelli dell’Europa. Ci siamo terrorizzati che limitassero la vendita di alcolici (ti immagini che apocalisse?), ci siamo scandalizzati per i divieti di surf. Egoisticamente, era come se quella distanza che non smette mai di pesarci avesse ora un rovescio della medaglia.

Egoisticamente, certo. Perché niente ti mette più al centro del mondo, ti fa concentrare solo sul tuo ombelico come una catastrofe condivisa. 

Eppure non era iniziata così. Li avrai visti i video di allora, la gente che cantava nei balconi, quelli che si abbracciavano a distanza, i messaggi di amore e quelli di speranza, il chitarrista solo sulla Roma deserta che suona Morricone. Quello è stato forse il momento più difficile, e anche il nostro migliore. A quel punto, chi prima chi dopo, ci eravamo entrati tutti. Scettici, complottisti, catastrofisti, germofobici, benaltristi, c’eravamo tutti dentro, ormai. Anzi, eravamo tutti dentro. Per la prima volta da quando ci ricordassimo, il mondo si stava fermando. Fa strano pensarci ora, dopo tutti questi anni. Fa così strano che sembra non sia mai successo

Era come se, durante un gioco più impegnativo di tanti altri, qualcuno fosse entrato di corsa e avesse gridato che quelle regole non valevano più. Che quello era, appunto, un gioco. Che le carriere, i lavori, gli impegni, gli orari lunghi, gli straordinari, fossero state solo piccole componenti di quel gioco, e non qualcosa che aveva condizionato le nostre vite, le aveva spinte fuori di casa, aveva incanalato e dissipato energie e amori. Nel momento in cui era partito il “fermi tutti”, ci eravamo visti da fuori, così dannatamente impegnati in quel che facevamo -e che in quel momento, per quanto importante fosse, sembrava davvero cosa di poco conto

Per la prima volta vedevamo che c’era altro, che il solo lavorare 8, 10, 12 ore al giorno, per poi tornare a casa, mangiare, andare a letto e ricominciare tutto daccapo.

Vorrei dirti che questa presa di coscienza ci abbia aiutato a inventarci qualche alternativa, o che quantomeno ci abbia aiutato a godere di questo stacco obbligato da quel gioco. Vorrei dirti che abbiamo riscoperto un senso nuovo per le nostre giornate. Vorrei dirti che avevamo capito quanto fosse folle quella giostra, e che una volta capito, avremmo provato a cambiarla. 

Vorrei, ma non ti dirò bugie. Non per la tua prima birra.

Quello che è successo è che, dopo un po’, quella giostra è tornata a mancarci. 

E poi c’era chi -e sono la maggior parte di noi- nemmeno se lo poteva permettere, quel lusso di sospendersi dal gioco. E’ questo, in fondo, il modo in cui ti incastrano in quel gioco lì. 

Non ti dirò bugie: in quei giorni avevamo paura. I tuoi genitori, io, i tuoi zii: inutile girarci intorno, avevamo paura. Avevamo paura per i tuoi nonni, per i nostri genitori. Avevamo paura dell’ignoto. Non ce lo dicevamo troppo, è chiaro. Parlavamo d’altro, scherzavamo, e più alzavamo la voce, più cercavamo di non pensare. Il nostro intero universo era nello schermo di un telefono, e sembrava darci tutto tranne quell’abbraccio di cui avevamo un gran bisogno.

Abbiamo mostrato il meglio di noi, speranzosi e spaventati, per poi sputtanarci tutto appena messo il piede fuori di casa. Andrà tutto bene, ne usciremo insieme, uniti per domani… e appena scesi dal pianerottolo abbiamo ricominciato a spingerci, a mandarci affanculo, a farci le scarpe, ad odiarci per la pelle, per i soldi, per una frase detta male, o semplicemente perché ci girava così. A ingozzare ciliege mentre si parla di morti, a riempire le piazze per ribadire che l’unica verità è la nostra, a dividerci, a sfancularci. 

Avevamo sognato la solidarietà, nel chiuso delle nostre case. 

Avevamo ritrovato la realtà, appena fuori dal portone.

Tutto qui, dirai? La tua prima birra insieme, a dirci che stronzi eravamo, e stronzi siamo rimasti? 

Sì, anche. Perché in fondo è vero: era una pandemia, mica la fine del mondo -e nemmeno quella sono così sicuro che riuscirebbe a cambiarci.

Eppure te ne ho parlato perché, di quei giorni asfittici, terribili nella sua attesa, nella noia, voglio conservare lo stesso qualcosa. Perché quei giorni ci hanno messo alla prova, e in qualche modo l’abbiamo superata, e almeno di questo, ogni tanto, dovremmo renderci conto.

Perché tanti hanno mostrato una parte migliore di quella di ogni giorno -e non tirerò di nuovo fuori medici e infermieri, che hanno trasformato in santini solo per lavarsi la coscienza ed evitare di pagare. Tanti hanno capito che, fermandosi, si sono sentiti un battito venire dal loro cuore, nel silenzio delle case. E quel cuore lo hanno fatto sentire a chi riusciva ad ascoltare.

Perché, in quei giorni di sospensione, l’amore ha continuato a farsi sentire. A fare piccoli miracoli che danno poi un senso a tutte le cose, anche quando poi si può uscire di nuovo al sole. E uno di questi miracoli sei tu. Quando ti ho visto, mi hai risvegliato da quel sonno lungo due mesi, ricordandomi che la realtà, là fuori, non è mai tutta uguale. Che c’è sempre qualcosa da salvare. Che la vita trova sempre il suo modo per scorrere, anche quando hanno sbarrato tutte le vie verso il mare.

E tu hai nuotato fin verso noi, a dirci che era tutto finito, e che tutto cominciava adesso.

Per questo, oggi, ho voluto ricordare. Questa birra è per te, per ringraziare.

Ora alza il sedere e portane un’altra a questo vecchio coglione.

 

A Victoria, Filippo, Luca e tutti gli altri figli di questi mesi intensi.

 

Marco Zangari © 2020

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