MESSINA. Trentunesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

MOLINO: villaggio collinare al confine con Scaletta Zanclea, che sorge su una vallata percorsa dal torrente Giampilieri.

Si costruiscono anche né fiumi delle ruote e attorno alla loro fronte si affiggono delle palette, le quali, urtate dall’impeto del fiume, col passar oltre fanno girare la ruota, e così attingono l’acqua con catini e trasportandola in alto senza pressione degli uomini somministrando l’acqua che all’uso è necessaria. Nella stessa maniera girano i mulini ad acqua i quali tengono in un capo dell’asse una ruota dentata attacavasi, questa posta a coltello gira egualmente coll’asse: accanto a questa evvene un’altra minore parimente dentata, ma orizzontale, e col suo asse, sulla testa del quale è la spranga di ferro a coda di rondine, che regge la macina. Così i denti di questa ruota, che è attorno all’asse, spingendo i denti della ruota orizzontale, fan girare la macina, sopra la quale stando appesa la tramoggia somministra alle macine il frumento, e si cava così la farina

Cosi Marco Vitruvio Pollione nel XV secolo a.c. descriveva quello che per secoli caratterizzerà uno dei borghi suburbani più piccoli del territorio messinese. Lo caratterizzerà al punto da definirne in modo tautologico il suo toponimo: Molino, Molino …. è basta!

Non vi fu altra denominazione da aggiungere, come accadde in borghi simili e più famosi come ad esempio “Molino del Piano” in provincia di Firenze sulla sponda dell’Arno, “Molino del Pallone” in provincia di Bologna sulla sponda del Reno, “Molino di Bascio” sulla sponda del Marecchia in provincia di Rimini, etc…. Questo quieto borgo sul confine con il Comune di Scaletta Zanclea rappresenta, per la tipicità della sua struttura, un autentico prototipo urbano delle civiltà dei mulini, che per secoli fu uno dei motori più trainanti dell’economia isolana.

Molino è termine antico, oggi sinonimo di mulino. Deriva dalla parola latina “Molinum che ha radice nel vocabolo “mola” che in lingua antica significava: macinare. Indicava un congegno meccanico ad energia idrodinamica o eolico dinamico destinato alla macinazione dei cereali che per estensione indica anche l’edificio che ospitava il congegno medesimo. Nel caso del nostro borgo la denominazione si è estesa, senza altri appellativi, all’intero nucleo urbano.

Il Mulino è una delle più suggestive architetture rurali. Il suo significante conduce ad atmosfere di una civiltà contadina prospera ormai perduta. Un referente a lungo usato dalla pubblicità moderna, che ne ha fatto un luogo comune di relazioni famigliari positive, come la “famiglia del Mulino Bianco”. Il Mulino è un’architettura che rappresenta con la sua organizzazione degli spazi e con la sua tecnologia una delle più grandi macchine di produzione agraria che l’uomo abbia mai inventato.

Nel punto in cui il fiume attraversava una gola o uno stretto e alto compluvio ove si riduceva la sezione dell’alveo aumentandone la pressione dell’acqua, è lì che con tecnica antichissima, si costruivano i Mulini.

L’acqua che in quel tratto accelerava la sua corsa veniva deviata in un canale d’adduzione – detto “roggia”- all’interno del quale in posizione più o meno immersa si trovava una ruota in legno, formata da due corone circolari appaiate che nella superficie di quello che sarebbe, in una ruota da carro, il battistrada, erano incastrate delle tavolette che formano una sequenza di cassetti che resistendo all’acqua attivavano il movimento. La ruota era sostenuta da un albero, un perno che ruotava in orizzontale e trasmetteva il movimento ad una “ruota dentata” – che si trova all’interno dell’edificio – che muoveva un “ingranaggio a lanterna”. Il perno di quest’ultimo attraversava in verticale un superiore impalcato dove giacevano due mole o palmenti (grandi ruote di pietra con foro centrale) sovrapposte in modo complementare – una convessa e una concava-  attraversate dal perno medesimo. La mola inferiore era fissa e quella superiore veniva movimentata dal un congegno in ferro – la “nottola”- che gli trasmetteva la forza cinetica dei sottostanti ingranaggi consentendogli di ruotare sulla mola sottostante senza attrito e a debita altezza in modo da macinare tutto il grano che veniva versato all’interno del buco centrale da una “tramoggia” trasformandolo in farina.

Era l’orografia dei luoghi che determinava la loro ubicazione e la conseguente prosperità di chi li abitava. Attorno ai mulini si sviluppavano, quasi sempre, prospere comunità ed efficaci economie. Erano l’origine, non solo metaforica, del pane: alimento a cui l’uomo deve da sempre la sua sopravvivenza e che si affanna di guadagnare.

I primi mulini in Sicilia arrivarono durante la dominazione romana, essendo l’isola in quell’epoca, il granaio dell’Impero. Questi, probabilmente utilizzarono la tecnologia più antica, quella della ruota orizzontale ad albero verticale, dove la trasmissione del moto era diretta: dalla ruota alla macina. Il mulino a ruota verticale si diffuse nell’isola durante la dominazione araba, importato dagli emiri unitamente a tutto un nuovo bagaglio di innovazioni tecniche e tecnologiche che trasformarono radicalmente l’agricoltura siciliana rendendola fiorente e produttiva.

Nella Sicilia ricca di corsi d’acqua gli arabi attivarono una efficace ripresa dei mulini che generò ovunque prosperità alimentare.  La macinazione dei cereali, la disponibilità delle farine nella successiva economia feudale dell’isola sarà elemento centrale della civiltà contadina e di quella civiltà del grano molto diffusa anche nella Val demone. In alcuni casi, queste strutture produttive svilupparono attorno ad esse dei veri e propri nuclei abitati, come si è già illustrato nella puntata precedente riferita alla nascita del nucleo urbano del borgo di Massa S. Nicola.

I luoghi in cui i mulini erano l’elemento forte dell’economia, diventavano luoghi comuni e presto il mulino inevitabilmente si trasformava in toponimo. Molino, borgo sub urbano del comune di Messina è tutto questo. La sua storia è una storia della civiltà contadina del Mediterraneo.  La sua narrazione urbana è quella tipica della civiltà dei Mulini in Sicilia.

Il piccolo aggregato urbano nasce attorno ad un mulino, di cui ancora si riscontrano le tracce, che giaceva in prossimità dell’alveo del torrente. Attorno alla prosperità di questa struttura, pian piano si è sviluppata una labirintica trama urbana, arroccantasi su un pendio quasi scosceso che dal fiume raggiunge  la strada di mezza costa, quella che dalla costa conduce al villaggio Altolia, moderna e più sicura via di comunicazione.

Il borgo presenta una massa architettonica fatta di un accumulo di volumi sovrapposti dall’atteggiamento escheriano che sfida in modo insolente la forza di gravità. All’interno un groviglio di lastricate vie pendenti come irte alpine.

In origine fu un nucleo satellite di Altolia, centro urbano maggiore che sin dall’epoca araba ricoprì un ruolo preminente nel contado, essendosi specializzato nella coltivazione dei gelsi dalla quale ne derivò una fiorente industria della seta che per lungo tempo fu commercializzata nei mercati europei.

Il nostro borgo fu da subito denominato il Mulino e con questo toponimo giunge ai giorni nostri portandoci gli echi di un luogo che fu elemento polarizzante delle attività agricole circostanti e che oggi ci presenta un’interessante chiesa seicentesca, rimaneggiata, eretta nel 1613 (così indica la data scolpita sul portale d’ingresso), qualche decennio prima di essere annesso al feudo di Ruffo di Scaletta. Tornato demaniale nel XVIII secolo vive sua mite storia fino alla drammatica alluvione di quel tragico primo ottobre 2009.

A cura di Carmelo Celona

 

 

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