Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Contesse

Ventitreesima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un viaggio nel tempo, in un luogo che deve il suo nome a tre antiche nobili o, alternativamente, ad un saluto greco, che a sua volta ha dato il nome ad una chiesa. Che contende ad una villa il ruolo di simbolo del borgo. E così via

 

MESSINA. Ventitreesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

CONTESSE: borgo si estende tra Gazzi e Minissale, dalle pendici collinari di San Filippo e di Santa Lucia alla marina e, a meridione, fino a Pistunina. Il rione è definito dalla Strada Statale 114, in quel suo tratto chiamata via Adolfo Celi e attraversato dalla via Marco Polo.

Riguardo la stratigrafia toponomastica storica il nome è legato al toponimo Calispèra. Contesse e Calispèra hanno infatti letture parallele tanto per l’antica e suggestiva strutturazione linguistica quanto per la tradizione storica e letteraria.
“Il casale lungo il Dromo è detto delle Contesse perché quivi abitarono anticamente tre Signore Contesse […] chiamate Violante Palizzi, Leonora di Procida e Beatrice di Belfiore […]” (Samperi 1644). Le stesse che avrebbero economicamente contribuito alla fondazione della chiesa di San Francesco ai margini del torrente Boccetta. Nei loro possedimenti di Contesse le nobildonne “dopo la morte degli sposi che erano Conti di Sicilia, stabilirono stanza ed intente a sante opere, e sino alla morte vi trassero i giorni” (Amico 1757).

Calispèra è così detto dal greco kalì espèra, ‘buona sera’ (Rohlfs 1933, 1974). Prezioso riferimento archivistico è la citazione, datata all’anno 1270, della “vigna della Calispèra” (Ciccarelli 1986). Il citato Vito Amico (Lexicon Topographicum 1757) spiega tuttavia essere Calispèra altro nome di Contesse. Ma Rocco Pirri (Sicilia Sacra 1733) precisa come in origine il borgo Calisperum fosse ben distinto da quello di Comitissa.

L’antica trascrizione del nome di luogo proposta al plurale (Contessa > Contesse: le Contesse, i Cuntissi) rimanda ad altri toponimi simili (anche prossimi), come “i Cumii”, “i Cammari”. Non è possibile definire se la chiave di lettura delle “Contesse” possa essere un’antica paraetimologia, una falsa etimologia o se il toponimo possa piuttosto rimandare al nome femminile, di riscontro medievale, Comitissa, Contessa, nell’accezione prediale. È verosimile pertanto come la contrada, in origine, fosse segnata da più nuclei abitativi. Tra questi il più importante e più antico sarebbe stato giusto quello della Calispèra.

L’origine del nome è legato al titolo mariano della chiesa parrocchiale, Santa Maria della Calispera. È determinante la memoria del gesuita Placido Samperi (1644): “Avvenne una volta che una nave Levantina essendo inciampata nella corrente il padrone e i marinai fecero ricorso alla Beata Vergine e voto di presentare alla più vicina chiesa una antica immagine che tenevano nella nave. S’avvennero in questa chiesa di Contesse ove entrati e lasciata l’immagine sull’altare stavano tornando sulla nave ma un contadino che si trovò presente domandò quale fosse il nome di quella santa immagine. Essendo quelli Greci di nazione e non intendendo il linguaggio siciliano replicarono più volte nell’idioma greco Calispera, Calispera, cioè a dire Buona Sera. Il buon uomo tenne fisse nella memoria queste parole persuadendosi che il titolo di quella sacra immagine fosse Calispera e così l’andò divulgando per le genti. L’immagine così appellata fu tenuta in tanta devozione che diede a quella contrada il nome di Calispera”.

Di particolare rilievo sono le vicende storiche della chiesa di Santa Maria della Calispera fondata sul Dromo Grande lì dove incontra il margine sinistro del torrente omonimo (Sparacino Fiumara 1946); vicende accostabili, per il ruolo delle alluvioni e per le architetture delle tre fondazioni, alla chiesa di Santa Maria del Gesù Superiore di Ritiro.  Con riferimento allo storico assetto idrogeologico, la fiumara di Contesse, a valle del villaggio San Filippo superiore, nei pressi dell’abitato di Santa Lucia, si divideva in due rami: il principale è quello di Zafferia (Pistunina) l’altro era il torrente della Calispera il cui letto è oggi coperto. La fondazione più antica della chiesa rimanderebbe agli inizi del XIII secolo, tempi coevi pertanto a quelli dell’origine del nome. Distrutto da un’alluvione avvenuta nella prima metà del XVI secolo il sacro edificio venne riedificato sulle rovine a un livello di sicurezza molto di sopra degli argini della fiumara mentre gli spazi della primitiva chiesa furono adibiti a sepoltura. Nel sisma del 1908 la cinquecentesca parrocchiale non crollò ma subì gravi lesioni strutturali e, per tale motivo, venne abbandonata. Ai danni del sisma si aggiunsero le manomissioni (Foti 1992): i materiali del tetto furono utilizzati per la copertura della chiesa di Sant’Elia a Messina mentre tutto il resto che poté essere recuperato, quadri, statue, decori e paramenti sacri furono trasferiti dapprima nella chiesa in baracca e più tardi nella nuova parrocchiale (1935) nella quale, in seguito, vennero pure montati i cinquecenteschi marmi degli altari.

Due peculiarità, fra le tante, per divagare su Contesse: una di storia imprenditoriale del territorio legata alla figura di Eugenio De Pasquale, l’altra di memoria ludica che rimanda alla festa del Carnevale.  L’imprenditore Eugenio De Pasquale fondò, nel 1818, quella che in breve sarebbe divenuta una florida azienda di coltivazione e trasformazione di gelsomini e agrumi in essenze destinate alla profumeria e alla cosmetica. All’illuminato imprenditore, che può essere additato come una sorta di vertice simbolico dell’imprenditoria dell’ottocentesca borghesia peloritana, si deve la progettazione e la fondazione, nei primi anni del ‘900, della propria residenza a pochi passi dai campi di coltivazione dei gelsomini e degli agrumi e dai capannoni della loro trasformazione in essenze (Basile 2017). All’eclettico complesso, di recente restaurato e visitabile, si accede da un artistico cancello. Le due eleganti ante in ferro battuto raffigurano due ragni al centro delle ragnatele da loro tessute, forse metafora dell’operosità e dell’ingegno dell’imprenditore. Il cancello si apre su di un suggestivo giardino abbellito con manufatti decorativi in stile rinascimentale e del manierismo. Il viale conduce al loggiato segnato da archi anch’essi d’ispirazione rinascimentale e alla sontuosa residenza padronale arricchita all’interno da importanti arredi e da dipinti di Salvatore De Pasquale (Matera 1883- Messina 1947) e Michele Amoroso (Messina 1882-1970).

Il Carnevale di Contesse, tanto festeggiato negli anni ’50 del secolo scorso, è oggi pressoché dimenticato. Pare che tale evento abbia avuto origine nel XIX secolo dalla consuetudine di fornire a Messina, nella tradizione festaiola della città, carri allegorici fabbricati dagli artigiani locali. Nei carri di Contesse si rappresentavano le classiche tematiche carnascialesche: la malattia di “Cannaluvari” provocata da memorabili abbuffate alimentari; i tentativi messi in atto per dargli aiuto e infine il suo tragicomico funerale. Si è conservata la memoria dell’evento e di alcuni dei protagonisti (Sisci, Chillemi 1995, 2003). Tra questi Gaetano Galtieri che, in groppa a un asino, apriva solennemente la processione dei figuranti; Andrea Aloi, travestito da lattante nella culla; Pasquale Crisafulli “il barbiere” con il ruolo di medico, secondo la migliore tradizione cerusica; Nino Bazzana, mascherato in una sorta di prefica che con lamentazioni e pianti partecipava al compianto di messere Carnevale; Biagio Pagano, detto “il nano”, nelle compite vesti di un’abadessa. La famiglia Latella di Contesse provvedeva e fornire sia i “carrimatti” su cui si addobbavano le scene sia gli stessi buoi che li trainavano, governati, nella circostanza, da Domenico Cucinotta.

 

 

Contributo già pubblicato dall’autore sulla rivista “Messina Medica 2.0”

A cura di Carmelo Micalizzi, medico e scrittore. Classe 1953, ha pubblicato un centinaio di saggi, articoli e contributi sul territorio dello Stretto. Particolare riguardo ha dedicato alla Toponomastica storica peloritana e alla Storia della Fotografia messinese (dalle origini al 1908). Ha dato alle stampe due monografie su Antonello da Messina (2016, 2018). Cura la rubrica “Questioni di Lingua” per «Messina Medica 2.0», rivista on line dell’Ordine dei Medici della Provincia di Messina.

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GiusyAlessandroGiuseppe MelitaGiovanni Sicari Recent comment authors
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Giovanni Sicari
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Giovanni Sicari

Complimenti. Mi avete deliziato con Contesse, Pace Contemplazione e Paradiso, mentre ho cominciato a dare un’occhiata a partire da Giostra.
Perchè non date un maggiore risalto al vostro lavoro esponendolo in una cornice contestuale adatta come villa Cianciafara nella salita di Zafferia?
Ho memorizzato il vostro indirizzo web e tornerò a leggervi.
Cordialità
Giovanni Sicari

Giuseppe Melita
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Giuseppe Melita

La collocazione geografica non è corretta , perchè si trova dopo Minissale e prima di larderia..

Alessandro
Ospite
Alessandro

E’ possibile trovare il libro dello Sparacino? Lo comprerei volentieri.
Alessandro

Giusy
Ospite
Giusy

Vi leggo sempre con immenso piacere! Sono cresciuta a contesse e la chiesa e la villa di cui scrivete mi hanno sempre appassionato..forse devo a loro la mia vocazione di storica!! Complimenti!